«Era Ulisse: ha attraversato tempeste, è caduto, si è rialzato e alla fine ha trovato casa». Federica Cappelletti racconta Paolo Rossi andando oltre il campione. L’uomo che in questi giorni avrebbe compiuto 70 anni.
A Prato c’è un busto di Paolo Rossi e ogni tanto qualcuno ci lascia un fiore. È un gesto piccolo, ma dice molto del rapporto tra la città e il suo campione del mondo: un legame che non si è mai spezzato. «Prato era casa», racconta sua moglie Federica Cappelletti. Non è un caso che, quando le chiediamo quale personaggio della letteratura gli assomigli di più, la risposta sia immediata: Ulisse. Perché, come l’eroe di Omero, anche Paolo Rossi ha attraversato tempeste, è caduto, si è rialzato e alla fine è tornato a casa.
Recentemente sono passato davanti al monumento in ricordo di Paolo, qui a Prato nel quartiere Santa Lucia. Qualcuno accanto al busto aveva messo un fiore. Che ricordo hai del giorno in cui è stato inaugurato?
«Fu una grande emozione e in un certo senso fu anche la chiusura di un cerchio. Il ritorno a casa di Paolo in quella Prato che lo ha visto nascere e crescere e su cui affondano le radici della sua famiglia. Vorrei che Prato facesse ancora di più per ricordarlo. Con Biffoni di nuovo seduto sulla poltrona da sindaco c’è la possibilità di riprendere qualche discorso? Ne parlammo durante il suo precedente mandato. Sono sicura che faremo insieme delle cose nuove e importanti».
Basta andare in un bar e parlare con qualche signore per capire quanto Paolo sia un simbolo per molti. Il figlio di una provincia operaia che è andato a prendersi la gloria o – letteralmente – il mondo nel 1982…
«Paolo era esattamente come lo hai raccontato tu. Prato era casa e si riconosceva profondamente nella città. Ogni volta in Prato ritrovava la sua casa, il nido, la famiglia, i ricordi di mamma Amelia, che faceva la sarta e del papà, impiegato in una fabbrica di tessuti. Paolo ha sempre ricordato con orgoglio il luogo da cui tutto è iniziato e non se ne è mai scordato. Neanche quando è salito in cima al mondo con i ragazzi del 1982».
Quando hai capito che Paolo non sarebbe stato solo per te? Che lo avresti dovuto dividere con il resto del mondo?
«Subito. Quella sensazione c’è stata sempre, anche semplicemente andando a fare la spesa o ricevendo le telefonate a casa. Ma era bello tutto quell’affetto. Penso che se accetti di avere al tuo fianco una persona come Paolo devi anche mettere in conto di fare un passo indietro. E io l’ho fatto e lo rifarei altre mille volte».
5 luglio 1982, Paolo Rossi fa tre gol e manda a casa il Brasile. 5 luglio 2026, Erling Haaland fa due gol e manda a casa il Brasile. I grandi attaccanti fanno piangere il Brasile. È quasi un assioma.
«Mentirei se dicessi che dopo Brasile – Norvegia dell’ultimo mondiale il pensiero non sia andato a quella partita del 1982. Penso però che siano due risultati figli di situazioni diverse. Quella partita per Paolo e per tutta la nazione fu di un’importanza devastante e anche l’atmosfera che si respirava in Italia era particolare. In ogni caso il risultato è lo stesso e vede il Brasile andare a casa. In questo caso però sono molto dispiaciuta per Carlo Ancelotti, ma questo è il calcio».

Questa intervista viene realizzata nel giorno del ventennale del Mondiale del 2006 (9 luglio 2026). È una coincidenza, ma non possiamo fare a meno di chiederle cosa pensasse Paolo dei ragazzi di quella Nazionale.
«Paolo è stato sempre un tifoso della maglia azzurra ed era felice per ogni conquista ottenuta. Sicuramente non posso non notare la grandezza di entrambe le rose. C’era tantissimo talento in quelle due squadre».
Dei Mondiali americani della scorsa estate cosa sarebbe piaciuto a Paolo?
«Avrebbe sicuramente tifato per gli allenatori italiani, avrebbe ammirato i grandi campioni, ma poi lui adorava andare controcorrente e si innamorava delle situazioni particolari. Forse gli sarebbe piaciuta Capo Verde. Sarebbe stato davvero interessante e divertente vedere con lui questo campionato del mondo».
Vi siete conosciuti grazie a un libro. Se Paolo fosse entrato in un romanzo, quale personaggio sarebbe stato?
«Sarebbe Ulisse. Senza dubbio. Paolo ha superato tempeste, problemi, infortuni, ha abbattuto barriere e poi ha ritrovato la sua Itaca».
Un’ultima domanda, da Presidente della Serie A Women. Hai parlato già con Malagò?
«Sì, ci ho parlato. È una persona che stimo molto, un grande professionista e sono certa che saprà dare un’impronta reinterpretando questo calcio e mettendo tutte le pedine al posto giusto.
Come sta il calcio femminile italiano?
Abbiamo conquistato molti traguardi, ma ci aspetta ancora tanta strada. Sogno una serie A che possa diventare una filiera. Ce la possiamo fare e ce la faremo. Dobbiamo lavorare tanto, ma il lavoro non mi spaventa».
