Sorpresa: Prato è l’esempio, ma non quello negativo. Ecco come mai vengono da mezza Europa per capire come si fa a far funzionare una scuola che spesso ha oltre la metà di allievi stranieri. Ce lo siamo fatti spiegare da Giuliana Pirone, che dirige il ‘Marco Polo’ di Prato, 800 allievi dai 3 ai 14 anni. “Servono più insegnanti e più risorse, non nuovi paletti. Il problema – racconta – è solo linguistico, per chi non parla l’italiano. Ma sia gli enti locali che le associazioni del territorio forniscono servizi di mediazione linguistica, facilitazioni per le famiglie. Noi abbiamo anche un’organizzazione al nostro interno con interpreti. E poi organizziamo i corsi di italiano per i genitori stranieri”. Ma come? Questo non è quello che il decreto annunciato dalla premier Giorgia Meloni prevederebbe? “Noi lo facciamo da una vita. Il polo di accoglienza pratese è stato preso a modello da molte realtà”. Della Toscana? “Macchè, l’anno scorso sono venuti in visita per studiarlo da Marsiglia e da Monaco di Baviera. Il motivo è semplice: in quelle città si sente più cogente l’emergenza migratoria, ma Prato in questo senso ha già sperimentato”. Poi la rivelazione: “Anche il ministro dell’Istruzione è venuto a trovarci più volte perchè conosce la situazione: è come se in termini numerici fossimo avanti di 15 anni rispetto ad altre città. Questo ha fatto sì che l’inclusione per le scuole pratesi avesse un significato particolare. E credo che ci siamo riusciti, nelle classi si parlano molte lingue ma quella che unisce tutti è quella dell’amicizia”.
Ascolta il podcast con l’intervista alla dirigente scolastica del complesso Marco Polo (Cesare Guasti) di Prato.
