Nemmeno a Prato, la città con più stranieri in Italia (un quarto della popolazione residente), la città con più giovani alunni nelle classi (un terzo del totale) il decreto sul tetto per gli stranieri nelle classi risolverebbe i problemi per cui la politica cerca di muoversi. Eppure un problema lo abbiamo davvero se mezzo migliaio di ragazzi stranieri lascia la scuola prima del diploma ogni anno in questa città.
Cosa dice il decreto, cosa dicono i numeri di Prato
Il tetto del 30 per cento massimo di stranieri nelle classi rischia di misurare la realtà con il metro sbagliato. Nella provincia con la più alta presenza di alunni con cittadinanza non italiana della Toscana, il 31,05 per cento degli studenti ha un passaporto straniero: 11.784 su 37.952 nell’anno scolastico 2023-24. Ma c’è un dato che cambia completamente la fotografia: 8.791 di quei ragazzi, il 74,6 per cento, sono nati in Italia. Gli alunni stranieri nati all’estero sono circa 3 mila, il 7,9 per cento del totale.
È su questa realtà che si misura il nuovo intervento annunciato dal governo, che punta a rendere obbligatorio il limite del 30 per cento nelle classi, concentrandolo sugli alunni non comunitari con una conoscenza insufficiente dell’italiano. Una distinzione decisiva per Prato, dove la presenza straniera non coincide automaticamente con il bisogno di alfabetizzazione.
La città, però, ha una concreta difficoltà con la dispersione. E questa non è polvere da nascondere sotto il tappeto della battaglia delle proposte. Ogni anno più di 500 giovani lasciano la scuola senza conseguire il diploma e l’indicatore di disagio educativo arriva all’11 per cento. Alle superiori l’abbandono riguarda il 14 per cento degli studenti stranieri contro il 4 per cento degli italiani. E ci sono circa 300 minorenni residenti che risultano non essere mai stati iscritti a scuola: il 73 per cento è cinese. La domanda è semplice: con un tetto nelle classi e restrizioni sulla lingua, questo numero crescerà o diminuirà?
L2 e A23: due sigle, un paradosso
Qui entra in gioco l’italiano L2, cioè l’insegnamento specificamente rivolto a chi deve imparare la lingua italiana. La legge già prevede, nelle classi con almeno il 20 per cento di studenti stranieri neoarrivati o privi di competenze linguistiche di base, un docente dedicato, nei limiti dell’organico disponibile. Ma proprio a Prato le cattedre A23, quelle per «Lingua italiana per discenti di lingua straniera», passano da 26 a 19 nell’anno scolastico 2026-27, con appena due alle superiori.
Il paradosso è evidente: mentre il nuovo provvedimento individua nella competenza linguistica uno dei criteri per intervenire sulla composizione delle classi, a Prato le scuole chiedono proprio più strumenti per insegnare l’italiano. L’Ufficio scolastico territoriale continua a organizzare formazione specifica sull’italiano L2, ma il tema è quello delle risorse strutturali, non soltanto della formazione.
E c’è un ultimo ostacolo, forse il più difficile da risolvere: la geografia. «Non possiamo certo mandarli via», ha osservato il presidente dell’Associazione nazionale presidi Antonello Giannelli citando proprio Prato. Se in un quartiere la popolazione straniera è molto concentrata, spostare gli studenti per rispettare il 30 per cento significa intervenire anche sulla distribuzione territoriale delle scuole.
A Prato, dunque, il vero test del decreto sarà capire chi rientrerà davvero nel 30 per cento, come verrà misurata la conoscenza dell’italiano e soprattutto quali insegnanti saranno messi in campo. Perché se l’obiettivo è evitare che la lingua diventi un ostacolo all’apprendimento, la domanda non riguarda soltanto quanti studenti siedono nella stessa classe. Riguarda anche quanti docenti ci sono per aiutarli a imparare l’italiano.
Il grande déjà vu
Una circolare del ministero dell’Istruzione, emanata un paio di anni fa, diceva le stesse cose. Lo faceva anche una precedente circolare dell’allora ministro Gelmini. Entrambe non sono mai state applicate. La difficoltà, spiegano i presidi, è infatti quella di contemperare questa esigenza didattica con la necessità di accogliere gli alunni nella scuola che è loro più vicina, senza chiedere di spostarsi per chilometri. Un principio, questo della prossimità, che se non rispettato – spiegano gli esperti della materia – potrebbe ledere il diritto allo studio che è un principio costituzionale. Se dunque la circolare è stata disattesa, ora invece si pensa ad un vero e proprio provvedimento legislativo che potrebbe arrivare sul tavolo del Cdm nel giro di un paio di settimane. “In termini didattici la questione è fondata e condivisibile ma è difficile trovare una soluzione tecnica”, spiega Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi Anp. “La scuola deve prendere le iscrizioni dei ragazzi del quartiere, soprattutto per le scuole di infanzia e per la primaria” e “se in quella zona è maggioritaria la presenza di stranieri, che facciamo? Li mandiamo via?”. “C’è anche un problema urbanistico”, sottolinea Giannelli facendo proprio l’esempio di Prato dove c’è una grande concentrazione di famiglie cinesi. “E’ complesso, non si risolve guardando solo alla scuola”. Per questo la circolare che mette un tetto del 30% “non ha potuto trovare applicazione”.
La questione dei genitori
Il governo ha infine annunciato di voler inserire nel decreto corsi di italiano obbligatori per i genitori degli stranieri carenti a scuola. Una soluzione – questa sì – che metterebbe in forte difficoltà centinaia, forse migliaia di migranti che risiedono in questa città. «L’integrazione — obiettano i sindacati — non si fa con le imposizioni, ci vogliono risorse». Ma il governo è convinto che il problema culturale vada risolto alla radice. Se davvero la nuova legge dovesse introdurre questo obbligo l’impatto sulla città di Prato sarà considerevole
Photocredit: Comune di Prato
