Vai al contenuto

Caro Maestrone

Era un tema a piacere: scrivi di un qualcosa che ti è successo, parla di una tua emozione.
E già lì si trattava di cercare le parole per esprimere una condizione di viscerale devozione priva dell’ossessione in cui spesso scade la banale idolatria.
Avevo dodici anni, e ci ripensavo continuamente. A quel concerto a Lucca a inizio estate, in cui il mondo mi era sembrato un posto così grande e pieno di curiosità da dover renderle concrete su un foglio a protocollo. Penna rigorosamente nera. Io, i ricordi, Guccini. Il naso di carta di Cyrano attaccato alla bacheca dei totem adolescenziali. Paginate e paginate di dettagli su quel gigante buono che mi aveva cambiato il modo di percepire le cose.


È il tempo che ha sempre rivendicato la sua buona dose di fascinazione su di me di fronte all’aggrovogliarsi delle immagini: il tempo che rende, quello che passa, quello che dà. Che non cancella, che riporta alla luce. Il tempo che riallaccia, che stride, che rielabora. Che scivola imperioso sulla lastra della lenta abitudine. Guccini il tempo lo ha saputo raccontare, filosoficamente e politicamente, e politica intesa come raggiungimento del bene, naturalmente, comune. Gli addii e gli anni in cui non serviva niente in più, perché gli orpelli erano rinnegati, bannati il qualunquismo e l’ossequioso rispetto dell’inchino al potente. _Un maglione sformato su un paio di jeans, un buco da un amico e un letto a ore, il trionfo della giustizia proletaria _in questo_ benedetto e assurdo bel Paese_. Per le strade si respiravano entusiasmo e costanza, e avere degli ideali, credere in dei valori era un obbligo autoimposto al quale i giovani rispondevano all’unisono. Per scrivere in venti minuti __La Locomotiva_, d’altronde, un po’ devi essere genio. O forse devi soltanto crederci, e farlo davvero. A Bologna, più che mai rossa, da Vito si stava fino all’alba, _un party, con gatti e poeti in via Paolo Fabbri 43_. La cultura pullulava, dispiegando le ali verso rive ancora non abitate e le chitarre erano le armi buone per abbracciare la varia manifestazione dell’esistenza e dell’adesione alla vita. Una visione ideologico-politica spesso criticata perché vista come utile al solo scopo di puntare il dito e farlo da un piedistallo di burbera superiorità. Non avevano capito niente. Non voleva parlare di politica, anche se tutti gli chiedevano di farlo.


Come spesso accade, entra in gioco la fortuita volontà del caso, e poi chi ci dice che davvero tutto non sia già scritto tra le note scolorite ai bordi della storia di ognuno di noi. La mamma mise un CD in macchina, suonava _Canzone per un’amica_. Ho iniziato ad amarlo proprio da lì, chissà poi perché, quali le coordinate e le vulnerabili verità che in qualche modo avrei prima o poi avuto bisogno di comprendere ed esprimere. Fui fin da subito consapevole di aver incontrato qualcuno che mi avrebbe accompagnata per anni. Pochi mesi dopo andai al mio primo concerto – suo e in generale della vita, almeno di quella che i ricordi mettono insieme – a Pistoia. Feci amicizia con due maestre emiliane che, intenerite probabilmente dalla mia emozione, mi portarono con sé sotto il palco per avere un autografo, custodito ancora oggi in una teca di riconoscenza. A chi mi chiedeva quale canzone preferissi rispondevo convinta, senza ripensamenti, _Canzone per un’amica_. Poi siamo passati a _Dio è morto_, perché la protesta contro quel perbenismo interessato mi infiammava già, inconsapevolmente. Crescendo ho capito che dipende un po’ da chi sei nel momento in cui scegli di ascoltare. Le domande consuete e la Milano di Samantha, il dolore lacerante del cadetto di Guascogna che scrive per rimanere vivo, secondo l’antitetico dualismo ombra-sole che in fondo descrive la dialettica insita a ogni forma d’amore.


Condividere è dividere insieme, perché si ama e si sente la passione allo stesso modo, o in modo diverso ma con uguale intensità. Gli anni del liceo sono stati il ponte tra ciò che nasce, cresce e assume consapevolezza maggiore. In vespa il pomeriggio d’inverno si cantava Guccini, in cerchio si cantava Guccini, in mezzo a tavolate e tra le carte al circolo, scegliendo di fare lettere a Bologna si cantava Guccini. “Perché vuoi andare a studiare letteratura a Bologna?” “Per Guccini”. “Ma sei scema?” “Ma no, e poi mica devi farlo tu al posto mio”. Non è andata poi così male, alla fine. Quante volte ho poi pensato che _Bologna fosse mia_ passando sotto al Portico dei Servi. Francesco era ed è e sarà l’inizio di tutto. Il minimo comune denominatore a rapporti che sono nati con un sottofondo musicale ben preciso, e i cd che nel frattempo si consumavano come le memorie collezionate a squarciagola con un bicchiere in vino, sottovoce sotto un piumone, con disinvoltura camminando per strada. Su a Pavana, _ricordo lasciato tra i castagni dell’Appennino_, che è diventata meta fissa in questi anni, a settembre. Accanto a me, borbottando e salutando timidamente, lui si accende una sigaretta, con un gatto accoccolato ai gambi della sedia in legno. Qualche battuta sul governo, con la sua solita spiccata ironia, e caffè amaro: seduta per terra rivestivo i contorni di linee più vicine al cuore. Riavvolgere, ricominciare, ringraziare. _La nebbia e noi due in sentinella_ come imperativo, con la luna piena a guardare. La quotidianità nobilitata perché resa degna di sguardi profondi in cui il superbo si confessa all’umile chiedendo perdono. Quando lo incontrai per caso alla Caciosteria la prima volta sono riuscita solo a sorridergli. Non lo reputavo reale, quell’omone dalla voce così calda. Un giorno poi mi arrivò una sua foto con la mia tesina di maturità in mano: gliel’avevo dedicata. In realtà il regalo l’aveva fatto lui a me: la sua politica dell’umano mi aveva dato modo di credere nella possibilità di un’interdisciplinarità racchiusa in una forma d’arte. Una sera d’inverno di qualche anno prima in punta di piedi mi ero iscritta a un gruppo di Facebook, non sapendo che per le successive fasi della mia vita quelle persone sarebbero state per me come una seconda famiglia. Era forte la sensazione di essere al posto giusto al momento giusto, e con persone giuste. Volti da conoscere, persone da abbracciare, presenze così forti da sentire vicine anche se distanti fisicamente. Ancora è così, in modo diverso, perché in un attimo ma come accade spesso cambia il volto di ogni cosa_. E il ciclo delle stagioni è diventato un rito ripetuto e ogni volta diverso, una preghiera laica circondata da una miriade di strumenti.


L’ avversione radicale di Francesco contro l’ipocrisia mi aveva dato la forza di reagire alle situazioni in cui ero io da sola con me stessa, e una parte della mia scuola non aveva fatto sconti. Guccini è stata la linea di demarcazione tra ciò che ho scelto di accogliere e quello che non ho sentito mio, tra un’attitudine precisa e inscalfibile e ciò che semplicemente si affronta e si guarda con distacco. _Capace d’amore capace di morte_ , l’anno fatidico della mia vita, che ha definitivamente tradotto in concretezza quella sensazione di irrisolta e impulsiva frenesia e disinibita voglia di vivere che Eskimo e Farewell raccontano a generazioni che si susseguono e si incrociano, lucida angoscia, fisico stravolgimento. I vent’anni vissuti, voluti, ricordati _quando è tutto ancora intero e tutto chi lo sa_. E quanto amore, _perché non sono quando non ci sei_ lo senti in ogni parte di te, e le stelle, le confessioni e i brividi hanno senso solo in due. Gli stessi _due che non sapranno più parlarsi ma solo sfiorarsi in un momento vago e via_. Perché incompatibili, lontani, _non siamo più niente, due foglie aggrappate su un ramo in attesa._ Un elenco di desideri semplici che nascondono tutta la fatica di essere onesti con sé stessi, perché _le crisi son soltanto segni di qualcosa dentro_ che urla e deve farlo. Guccini ha dato spazio ai vinti, alle storie di chi passa in secondo piano, alle pagine della cronaca che ricevono legittimazione soltanto quando vengono riconosciuti come potenzialmente interessanti.


La montagna pistoiese, crocevia di sogni rubati alle domeniche autunnali. Perché io ho sempre osannato il mare e l’estate, e poi ad un tratto nel bosco mi sono sentita più a mio agio, col vento e la nebbia. Ottobre e novembre, con la loro veste tinta di marrone, la malinconia che sintetizza una condizione di profonda immedesimazione, la capacità di immaginare un mondo più giusto, la responsabilità di scegliere e di schierarsi. _(Non) capivo che quell’uomo era il mio volto, era il mio specchio,_ silenzioso e partecipe di ogni mio periodo, di ogni mio momento. Quando è iniziato il capitolo della mia vita a Modena – __piccola città, bastardo posto_ _ – in cui in un giorno sotto al sole caldo quattro giorni dopo l’entrata del’Italia in guerra lui è nato, non ho potuto fare a meno di provare un senso enorme di pacifica gratitudine, come se tutte le cose fossero davvero allineate secondo quanto doveva essere. Francesco non è per me solo musica, non è una fissazione, non è una sola faccia del mio essere come sono. È la motivazione non invadente, la determinazione costante e perentoria che spesso mi autoimpongo, è la poesia in sottofondo, nascosta tra la presenza umile delle piccole cose, il filo rosso negli anni che si sono rincorsi, il metro di paragone. Un bagaglio che porto con me ovunque, perché in fondo sono io stessa.


E un _cuore di simboli pieno,_ con la nostalgia che rimane la condizione basilare per riscoprire in ogni punto di luce, e di buio, quando la verità si fa più palese, i bagliori della bellezza, e basta un primo sole. Bellezza evidente, a volte, oscurata, altre. Nel mio triangolo dell’abitudine alternata tra la Toscana e l’Emilia, negli innumerevoli viaggi in treno da condividere con _i fiori e l’erba di scarpata ferroviaria_, nello stesso nome che portiamo e “tu Franci guidi proprio poco”, risposta: “come Guccini”. Sognare e incespicare, ed esserne fieri e così felici. _Nebbia, ricordo, penna, profumo_, le sue canzoni. Che uniscono, e avvicinano nell’opportunità che offrono di riconoscerci tutti simili. Tutti incazzati, liberi, impegnati, vivi. Irriverenti, quando _dietro a frasi di canzoni, a libri e ad aquiloni, dietro a ciò che non sarà_, la consapevolezza della fine delle cose si manifesta decisa, e tu non puoi farci niente.
_Canzone per un’amica_ è sempre stata la prima canzone, quella di apertura, quella dell’inizio: l’estate rovente sull’autostrada, la morte che fa la sua entrata sul palcoscenico della sorte. Una di quelle che ascolto per intero a prescindere dal momento, dall’umore, dalle contingenze dei giorni. Quando la scelgo, quando parte per caso. Quando le persone se ne vanno e d’estate il cielo è così blu. Come ieri hai fatto tu, Maestrone.


Per me sei stato tutto questo, e molto di più.
Un pezzo di vita, una parte di me. La persona, il poeta, il burattinaio di parole che mi ha insegnato che la libertà, la dignità e l’amore sono scelte quotidiane e che narrare significa saper guardare con occhio buono alla molteplicità dell’autentico.
Se sono riuscita anche solo in minima parte a dirti grazie è merito tuo.
È esattamente nello stesso modo in cui ti ho conosciuto che ti saluto.
Ti salutiamo tuttə, sentendoci un po’ più vuoti, un po’ più soli.
Dacci ancora la mano, ti canteremo, lo faremo sempre, _spogli in questa stagione che unisce tutto ciò che sta fermo e tutto ciò che si muove._

A culo tutto il resto.

Per sempre tua,
con quattro stracci addosso,
Francesca