Una storia semiseria e un dialogo con Enrico Vanzina per provare a capire cosa succede nella testa dei pratesi dal 30 giugno al 15 settembre
C’è un periodo dell’anno in cui Prato smette di essere Prato e diventa altro: mestizia, malinconia e abbandono. Quel periodo dell’anno è l’estate. Prato si svuota e tutti i pratesi scappano. Prato d’estate o nei weekend che anticipano le ferie di agosto diventa una zona rossa invalicabile. Un luogo di confine, ma dentro le mura. Il posto sbagliato dove stare e dove voler essere. Non so bene come siamo (siete?) arrivati a questo punto, ma lettori o lettrici alle prese con questo pezzo provate pure a fare un sondaggio tra i vostri amici e conoscenti. Se sono pratesi doc vi diranno che d’estate Prato non ha ragion d’essere ed è inutile anche soltanto prenderla in considerazione per qualsiasi attività perché tanto non c’è nessuno. E se non c’è nessuno – si sa – un posto non esiste.
Mi sono scontrato subito con questa teoria ampiamente condivisa tra tutti i miei conoscenti, sin dalle mie prime passeggiate pratesi quando ancora ignoravo molto (o forse tutto) di questa città. Una volta parlando di Prato ho avuto l’ardire di pronunciare la frase: e poi chissà come deve essere bella nei pomeriggi d’agosto quando si svuota e tutto rallenta. Una frase che alle orecchie di un pratese suona come: e adesso annienterò tutta la tua famiglia e raderò al suolo la tua casa e poi ci spargerò sopra il sale per far sì che mai più qualcosa possa rinascere su quel pezzo di terra.
Prima di andare avanti è necessario un passo indietro. Roma d’estate è bella. Romantica. È lenta. Ma è un lento che promette qualcosa. Un estate di qualche anno fa, mi pare fosse il 2014, per una serie di incastri mal riusciti restai a Roma ad agosto e conservo ancora oggi un ricordo prezioso di quel tempo sospeso in cui ogni giorno poteva succedere di tutto. Se penso a Roma deserta mi vengono in mente l’assenza di traffico e il frinire dei grilli di Un sacco bello di Verdone in cui l’ingenuo Leo alla vigilia di Ferragosto incontra la spagnola Marisol e la porta allo zoo. Una città vuota è alla fine una raccolta di occasioni in potenza. Max Pezzali ha recentemente dichiarato ad Aldo Cazzullo che Sei un mito nasce sullo sfondo di una Pavia deserta ad agosto e di una ragazza fino ad allora irraggiungibile che si concede al buon Max per una sola sera. Sì, ma che sera per Max? Che poi camminando per le strade vuote della sua città avrà buttato le basi armoniche e testuali per un pezzo che – vi piaccia o meno – è per noi millennials etichettabile come: generazionale.
Gli esempi potrebbero essere tanti, tutti più o meno romantici. E potrebbero valere per tante città. Tutte tranne una. Perché il pratese d’estate non sta a Prato e non vuole sentire ragioni. Lui se ne sta al mare. Anzi: il pratese se ne va in Versilia.
Ma io tutto quello che so sulla Versilia lo posso esprimere sotto forma di ristoranti per andare a mangiare il pesce e poco più. Se c’è qualcuno che può aiutarmi a capire il fascino persistente della Versilia, penso, è Enrico Vanzina. Dopotutto è l’uomo che nel 1983 ha scritto Sapore di mare, il film che più di ogni altro ha trasformato quella striscia di costa in un luogo dell’immaginario pop nazionale. Se alla lettura c’è qualcuno che nelle ultime quattro decadi ha vissuto su Marte (o a Prato d’estate) deve sapere che racconta la vita di un gruppo di ragazzi (e delle loro famiglie) in vacanza in Versilia in un’estate di metà anni Sessanta. Deciso, gli telefono.
«Non so perché Prato si svuota d’estate e non so se effettivamente tutti i pratesi se ne vanno in Versilia» – mi dice Vanzina – «Però posso dirti che sono molto affezionato a quella terra che ho raccontato in Sapore di Mare un film che ha cresciuto più generazioni che ancora oggi se lo guardano volentieri, affezionate alle avventure estive di quei protagonisti».
Tu come sei arrivato in Versilia?
La prima volta ero piccolissimo, per caso, all’età di tre anni con i miei genitori. Era appena nato mio fratello Carlo e quella fu una delle prime vacanze di famiglia lontano da Roma e dal mare di Fregene.
Ti ricordi in Versilia dove?
Al Forte dei Marmi.
E poi crescendo cosa è successo?
Il destino poi ha voluto che più grande, con la famiglia, iniziai a frequentare Castiglioncello. Una città costiera famosa negli anni sessanta per essere la capitale estiva del cinema italiano. C’eravamo noi (i fratelli Vanzina sono figli di Steno ndr), Gassman, Sordi, Risi, Mastroianni e via dicendo… Da adolescente in Lambretta con i miei amici facevano un vero e proprio viaggio per andare ad ascoltare Mina, Paoli e Vanoni che si esibivano alla Bussola o alla Capannina proprio in Versilia.
E lì è forse iniziato il tuo vero rapporto con la Versilia. Che ricordi hai di quegli anni?
Era il centro nevralgico estivo del nord. Era l’Italia industrial degli Agnelli e dei Moratti. Non so quanta Toscana ci fosse all’epoca, ma c’era la vera borghesia del Paese. E pensare che il mare non è niente di che. Si tratta di un pezzo qualunque di Tirreno, ma con la differenza che mentre sei in acqua puoi ammirare le montagne.
E Sapore di mare come si inserisce in questo racconto?
Quando è uscito il film nel 1983 la Versilia stava perdendo quell’aura e Sapore di Mare che raccontava un Paese diverso, di venti anni prima, ha rilanciato l’affetto per quella terra. Non vorrei dirmelo da solo, ma è la verità.
E oggi?
La vecchia Forte dei Marmi, quella dove io andavo in Lambretta ad ascoltare Gino Paoli, non esiste più. Ora abbiamo davanti una fiera della vanità dove gli oligarchi russi prima e gli arricchiti nostrani dopo che hanno provato a trasformarla in una specie di riserva per milionari. Resta tuttavia un simbolo dell’estate, l’equivalente borghese di quelle meraviglie popolari che sono Rimini e Riccione.
Ringrazio Enrico per l’improvvisata telefonica che gli ho fatto e salutandolo mi torna in mente una domanda che gli feci durante un’intervista uscita per Gente nel 2022. Gli chiesi conto di questa frase fatta pronunciare a Virna Lisi proprio nel film: La verità è che invecchiare mi fa schifo. Mi rispose che era una battuta perfetta per quel personaggio, ma che no, non lo pensava più. Quando scrisse quella battuta aveva poco più di trent’anni e non poteva immaginare che la vita gli avrebbe consentito il privilegio di invecchiare e poter cambiare opinione, che poi è la cosa più bella del mondo.
Quindi c’è speranza. Forse qualche pratese potrà iniziare ad apprezzare le estati in città. Cambiare idea è la cosa più bella del mondo. Enrico Vanzina, a cui gli amanti della Versilia devono tanto, lo conferma.
Immagine in copertina, Screenshot del film Sapore di mare di Carlo Vanzina – 1983, Wikipedia
