Vai al contenuto

La scintilla e il contagio: un compendio del Festival

Appunti da una delle città possibili

Giugno inoltrato. Cammino tra i vicoli della città che odio e che amo da tutta la vita. Oggi però è diversa. Oggi è la mia Fedora.

Nelle Città Invisibili Calvino racconta una città che custodisce in una sfera di cristallo tutte le versioni che avrebbe potuto essere. Città immaginate, sognate, desiderate. Possibilità rimaste sospese. Oggi Prato mi sembra una di quelle possibilità. Il caldo si è ormai radicalizzato. I colori sono più vividi. L’aria sembra più dolce. Le persone, in questo venerdì soffocante, sembrano sorridere. Perché mentre camminiamo, mentre ci spostiamo da un punto A a un punto B, raramente ci soffermiamo su ciò che ci circonda. Attraversiamo le città senza abitarle davvero, incapaci di vivere su quella soglia del tempo di cui parlava Nietzsche. Il fervore che attraversa questo istante è diverso dal brusio quotidiano. Non è quello di chi urla al telefono con il figlio. Non è quello di chi piange per un amore finito. Oggi Prato è qui. Ora. E vive.

Un cordone di persone si snoda lungo via Garibaldi. Nessuno vuole perdersi il preludio del festival. Ventagli, ventilatorini e borracce diventano strumenti di resistenza contro il caldo. I più temerari hanno persino un ombrellino. Le tende dei teatri si aprono come fiori di giardini segreti nascosti tra le sagrestie delle chiese e le mura della città.

Su il sipario. Si comincia.

Siamo dentro il Politeama. Lo sventolio di qualsiasi oggetto capace di generare una corrente d’aria produce una sinfonia improvvisata di ventagli, programmi e foglietti. Quando finalmente si apre l’occhio sul tetto, centinaia di sguardi si alzano verso il cielo. Finalmente si respira. Dopo un generoso susseguirsi di saluti, ringraziamenti e ringraziamenti ai ringraziamenti, le luci si abbassano. Sul palco sale Enrico Matheis che, accompagnato da una base registrata che in una città popolata da musicisti lascia qualche interrogativo, interpreta Il Desiderio di Giorgio Gaber. Io e Andrea ci guardiamo interdetti. Non commentiamo. Ci capiamo perfettamente.

Due ragazzi giovanissimi – nel corposo gruppo di volontari – salgono poi sul palco a presentare Massimo Recalcati con Il volto del desiderio.

Questo non è un resoconto delle conferenze. Non lo è in fondo nemmeno il resto delle Cronache Seminarie, che i miei colleghi hanno popolato di riflessioni maturate a partire da quegli incontri. Io vorrei invece raccontare come ci siamo sentiti noi pratesi durante questi tre giorni.

Tra tutti gli interventi che ho ascoltato, una frase di Recalcati continua a tornarmi in mente. “Un erudito – dice – può conoscere moltissime cose e riuscire comunque ad addormentare una platea. Un maestro, invece, non necessariamente sa di più: ama profondamente ciò che insegna e riesce ad accendere una scintilla in chi lo ascolta”. Ripensandoci, è forse questa l’impressione più forte che mi porto a casa da Seminare Idee. Non tanto le nozioni apprese. Non le citazioni annotate sul taccuino. Ma la sensazione di aver incontrato persone capaci di trasmettere una passione. Le persone non fanno ore di fila per ricevere informazioni. Le informazioni si trovano ovunque, spesso a portata di telefono. Fanno la fila perché cercano una scintilla. Perché vogliono incontrare qualcuno che ama una cosa abbastanza da contagiarli.

Il giorno dopo il caldo è ancora peggiore. Siamo nel Chiostro di San Domenico e il giardino è completamente esposto al sole. Francesco Piccolo, già sudato al minuto due, ringrazia la temeraria platea di cappellini bianchi distribuiti per resistere a quello che, più che un incontro letterario, sembra un esperimento sociale. La frase che mi resta addosso qui è un’altra. “Anche il maschio progressista, proprio perché tale, deve destare sospetto”. Mi fa sorridere. Ancora di più mi fa sorridere incontrarlo poco dopo tra via del Pesce e Piazza del Comune. Mi saluta. Qualcuno gli domanda se ricorda il mio nome.

«Shalini.»

«Ma di dov’è?»

«Indiano.»

«E che significa?»

«Ciò che brilla.»

Mi guarda stupito.

Continua a sorridere.

Mi saluta divertito.

È uno di quei momenti minuscoli che normalmente non significano nulla e che invece, a distanza di giorni, continuano a tornarti in mente. Forse perché per tre giorni il festival accorcia le distanze. Gli scrittori scendono dai palchi. I lettori escono dai libri. Le persone si parlano. Si incontrano. Si riconoscono.

Alle quattro del pomeriggio il caldo si è finalmente arreso. Marianna Aprile sta per salire sul palco. Tra tutti gli incontri del festival, il suo è forse quello che aspettavo con più curiosità. Arriva. È esattamente come me l’ero immaginata. Jeans e scarpe da ginnastica. Non riesco ancora a chiamarle sneakers. Parla delle donne costituenti e mentre le racconta sento la storia passarmi dietro agli occhi come una pellicola. La mia storia. La storia delle donne che si sono battute perché io potessi votare, studiare, scegliere.

Alla fine compro il suo libro e mi metto in fila per una dedica. Sarò sicuramente l’ultima, penso. Non ho fretta di andare via. In quella fila conosco due signore di cui, naturalmente, non ricordo il nome. E facciamo quello che agli italiani riesce meglio. Ci lamentiamo. Dalla situazione politica nazionale passiamo rapidamente a quella locale, fino ad arrivare al recente commissariamento del Comune di Prato. La cosa che mi colpisce è che molte persone sembrano deluse soprattutto da un dettaglio: che a cadere – come sindaca – sia stata una donna. Una donna.

È una riflessione che arriva pochi minuti dopo aver ascoltato Aprile raccontare le madri costituenti e le donne dimenticate dalla storia. Forse perché sulle donne continuiamo a proiettare aspettative diverse. Più alte. Più severe. Più contraddittorie. Una donna può essere bella o brutta, madre o non madre, autorevole o accomodante. Ci sarà sempre qualcuno pronto a dirle che avrebbe dovuto essere qualcos’altro. La conferenza è finita da un pezzo. La conversazione, invece, continua. Ed è forse questa la cosa più bella che mi porto a casa dal festival. Le conferenze finiscono. Le domande no.

Ad un tratto sento il pubblico ridere dietro di me. Deve essere arrivato Valerio Aprea. Finalmente ho il piacere di vederlo dal vivo. Sono stanca, ma mi vergogno a passare davanti al palco per raggiungere il posto riservato alla stampa. Rinuncio e mi siedo sull’erba. L’erba è fresca. Appoggio le mani a terra e mi rilasso.

Per tre giorni abbiamo parlato di desiderio, filosofia, letteratura, storia. Poi arriva Aprea e improvvisamente parliamo di aspirapolvere robot, astensione elettorale e assurdità contemporanee. Io e Sandro smettiamo persino di guardarlo. Ridiamo e basta. Ridiamo forte. Ridiamo fino alle lacrime. E mi rendo conto che anche questa è una forma di partecipazione. Dopo ore passate a riflettere sul desiderio, una città intera si ritrova semplicemente a condividere una risata. Anche questa, in fondo, è comunità.

Dopo Bottura ci si sposta per “L’ora segreta del desiderio” al Giardino Buonamici, un luogo che amo da quando sono bambina. Da piccola mi sembrava una giungla nascosta tra l’asfalto e le pietre arroventate della città. A pensarci bene non è cambiato molto. È ancora una piccola oasi racchiusa dentro le mura antiche di Prato. Qui il festival cambia nuovamente forma. Niente filosofi. Niente psicanalisti. Niente maestri buddhisti. Due giurie, una popolare e una di qualità. Decine di racconti. Persone di tutte le età chiamate a scegliere una storia.

Alla fine vince un ragazzo giovanissimo. Credo che quasi tutti avessimo scelto lui. Il suo racconto è una lettera d’amore di Matteo Salvini a Roberto Saviano. Assurdo. Geniale. E, per qualche motivo, perfettamente in sintonia con lo spirito di questi giorni.

Arriva la domenica, ultimo giorno di festival. Naturalmente, scelgo di seguire l’incontro delle dodici. Entro nel Chiostro di San Domenico e una rivoluzione è in atto. Il movimento della folla tende tutto verso l’ombra. Basta sole. Basta sacrifici. Il voto popolare ha vinto. Le sedie migrano lentamente sotto i portici. Nessuno protesta. Nessuno resiste. È una delle poche rivoluzioni della storia avvenute per unanime consenso.

Poi arriva Lama Michel Rinpoche. E nel silenzio inizia a cantare una preghiera in sanscrito. I brividi iniziano a corrermi lungo la schiena. Il corpo si rilassa. Per un attimo c’è soltanto pace. Mi aspettavo una lezione. Non arriva. Mi aspettavo risposte. Non arrivano nemmeno quelle. Lui è stato chiaro. Non sono qui per darvi delle risposte, ma per aiutarvi a porvi le domande giuste. Parla di ciò che ci piace e di ciò che ci fa male. Nel mio caso il fumo. Nel suo i formaggi. I formaggi. Dopo aver dedicato la vita alla meditazione, il monaco buddhista che ho davanti mi sta confessando il suo rapporto complicato con il formaggio. Ed è proprio in quel momento che smette di essere un maestro spirituale e diventa una persona.

Forse è per questo che continuo a ripensare alle sue parole. Perché tornando a casa mi porto dietro due domande. La prima riguarda la città. Per tre giorni Prato ha conversato con sé stessa. Nelle file per una dedica, nei chiostri arroventati dal sole, seduti sull’erba del Giardino Buonamici, all’ombra conquistata sotto i portici di San Domenico. Persone che non si conoscevano hanno parlato. Hanno discusso. Hanno riso. Si sono lamentate, naturalmente.

Eppure non riesco a non chiedermi perché questo accada così raramente. Perché abbiamo bisogno di un festival per incontrarci? Perché una città capace di riempire le piazze per una manifestazione antifascista, di celebrare ogni anno il Capodanno cinese e di mobilitarsi quando qualcosa la riguarda da vicino, fatica così spesso a ritrovarsi nel resto dell’anno? Non credo che la soluzione sia tornare alle poleis greche e discutere ogni giorno nell’agorà. Ma forse una comunità non vive soltanto delle sue strade, dei suoi monumenti o dei suoi eventi. Vive degli spazi di confronto che riesce a creare. Prato non ha bisogno che qualcuno le spieghi chi è. Forse ha solo bisogno di trovare più occasioni per ricordarselo insieme.

Per tre giorni abbiamo parlato di desiderio. Lo abbiamo fatto con psicanalisti, scrittori, giornalisti, attori e monaci buddhisti. Intanto continuavo a guardarmi intorno. A chiedermi dove fossero i più giovani. Poi mi sono resa conto che forse stavo ponendo la domanda sbagliata. Non dovremmo chiederci perché i giovani non partecipano. Dovremmo chiederci se siamo ancora capaci di ascoltarli quando partecipano.

La politica locale, negli ultimi mesi, mi ha offerto più di un esempio. Ho letto commenti feroci rivolti a giovani donne candidate al consiglio comunale. Commenti che parlavano della loro età prima ancora che delle loro idee. Del loro essere donne prima ancora che delle loro proposte. E allora mi chiedo se non sia questa la vera questione. Non è che forse, a forza di non ascoltarli, i giovani hanno semplicemente smesso di avere voglia di parlarci?

Forse c’è anche un’altra possibilità. Forse siamo noi ad aver perso familiarità con il loro linguaggio. Mi accorgo sempre più spesso di osservare certi fenomeni, certe piattaforme e certi modi di comunicare con lo spaesamento di chi entra in un paese straniero senza conoscerne la lingua. Forse è proprio per questo che vorrei ascoltarli: non per insegnare qualcosa, ma per imparare. Per capire come vedono il mondo, quali paure hanno, quali desideri coltivano e quali città stanno immaginando. Perché ascoltare significa anche creare le condizioni perché qualcuno abbia voglia di prendere la parola. Seminare Idee ha dimostrato che esiste ancora una fame di confronto. Le file per una dedica, le conversazioni improvvisate tra sconosciuti, le risate condivise davanti a un palco lo dimostrano. La sfida, forse, non è riempire teatri e chiostri per tre giorni. La sfida è capire come mantenere viva quella conversazione quando il festival finisce. Se Fedora custodisce tutte le città che potrebbero essere, allora vale la pena chiedersi quale città potrebbe essere Prato se riuscisse a parlarsi un po’ più spesso.

Ho avuto il privilegio di poter raccontare tutto questo, ma per sicurezza, in questi giorni, ho continuato a comportarmi come una pratese qualsiasi: ho cercato l’ombra, mi sono seduta per terra e mi sono lamentata del caldo.