Cronache seminarie. Raccontiamo gli interventi del Festival a chi non c’era. O a chi vuole riviverli.
Il festival si arricchisce di aneddoti sportivi d’altri tempi.
Parto dalla fine: Giuseppe è al firmacopie del suo ultimo libro, una trentina di persone entusiaste aspettano il proprio turno.
Mi metto per ultimo, quando rimaniamo soli gli chiedo quali siano le fonti della sua enciclopedica conoscenza del calcio.
Giuseppe Pastore è laureato in Storia Contemporanea, quindi me lo immagino chiuso in improbabili biblioteche tra libri impolverati e cronache di vecchi giornali, e invece quello che gli serve lo trova in gran parte sul web.
Rimango un po’ deluso, anche se mi assicura che riesce a trovare di tutto: testimonianze e prospettive da ogni parte del mondo. Guarda partite molto datate su youtube, e spulcia tra le pagine Facebook dedicate al mondo del calcio, me ne cita una camerunense. L’efficacia dei suoi racconti è tale da non farmi dubitare del suo metodo.
Se adesso giornalisti e appassionati possono trovare sul web tutto quello che cercano, prima c’erano gli almanacchi, i giornali, i dvd, le videocassette, ma oggi come ieri, l’ossessione rimane la stessa: conoscere il calcio in tutte le sue sfaccettature.
Mio padre è stato uno di questi ossessionati.
Sui sentieri di montagna mi raccontava le storie dei mondiali, e questo bastava a farmi dimenticare il tedio della salita. Muller, Zico, Riva, Pelé, il calcio totale olandese, il gol fantasma ai mondiali del ‘66, Italia – Germania 4 a 3: salita dopo salita, nuove storie mondiali rimpinzavano la mia curiosità di aspirante calciatore. Già in tenera età mio papà era un perfetto nerd da statistiche e racconti calcistici, così la sua conoscenza da almanacco gli consentiva di ricordare risultati di improbabili partite dei gironi e di rispondere alle mie domande che interrompevano i suoi racconti.
Alle mie orecchie era tutto magico, mitico. Una moderna Iliade che donava eterna gloria ai Pelé, ai Maradona, ai Cruijff, ma che lasciava spazio anche a eroi inattesi: uno Zoff quarantenne, un Totó Schillaci.
Quando la salita smise di essermi nemica, le storie mondiali di mio padre finirono in un cassetto remoto della mia testa, e così il suo modo di rievocare quella magia.
Qualche mese fa, lo zapping su Youtube mi ha fatto conoscere il canale Cronache di Spogliatoio e l’occhio mi è caduto subito su Storia dei mondiali, rubrica raccontata proprio da Giuseppe Pastore.
È capitata a fagiolo, perché quest’anno lavoro a Vaiano e sono costantemente in cerca di podcast di 20 o 30 minuti da spararmi durante il viaggio in motorino.
Nel giro di una settimana me li sono ascoltati tutti, ed ero quasi contento di andare a lavorare (solo di andare, eh).
Adesso sono qui, al Giardino Buonamici, a sentire Giuseppe raccontare dal vivo.
Fa caldo, ma le sedie sono tutte occupate, qualcuno è in piedi. Una buona metà del pubblico ha meno di trent’anni, ma ci sono anche molti signori.
Un ragazzo giovanissimo, un volontario del festival, introduce Pastore come almanacco vivente, ma anche come uno studioso appassionato che racconta lo sport in modo diverso, lontano dalla narrazione spietata e becera che continua a vendere nel nostro paese.
Questa sera Giuseppe decide di presentarsi alla platea proprio nella sua versione da almanacco vivente. Intrattenimento puro.
Le prime battute le dedica all’ennesima mancata partecipazione della nostra nazionale a questi mondiali messicani, dedicando due parole a quei giovani che non hanno quasi ricordo dell’Italia a un mondiale. Insomma siamo ai convenevoli.
Non ha bisogno di troppi giri di parole per legarsi al tema del festival: cosa c’è di più desiderabile di una coppa del mondo di calcio? L’aspirazione sportiva massima di ogni nazione.
Vincerlo è una cosa finora riservata a poche nazioni al mondo e all’appello mancano ancora squadre come l’Olanda e il Portogallo.
Il preambolo è breve, non fa una piega.

Poi entriamo nel vivo del format. Pastore ha una scatola piena di bigliettini scritti, ovviamente, dal pubblico e su ognuno c’ è il nome di una nazionale.
Pastore estrae e racconta a ruota libera. Il pubblico si è divertito a sfidarlo, inserendo nella scatola nazioni meno blasonate, ma lui non perde un colpo, continuando il racconto in modo disinvolto e coinvolgente.
Introduce la Svizzera citando Orson Welles: “il paese monotono che ha prodotto solo orologi a cucù”, ma ricordandoci che la Svizzera è stata protagonista della partita dei mondiali con più gol: perse 7 a 5 con l’Austria, Francia ‘54. Le sostituzioni ancora non facevano parte del regolamento, ma a Losanna c’erano 40° gradi, e molti calciatori non si reggevano in piedi, compresi i portieri.
La Colombia invece? Degna di nota per aver segnato l’unico gol olimpicoa un mondiale, cioè un gol da calcio d’angolo, niente di meno che a Yashin, il leggendario portiere russo, ai mondiali in Cile del ‘62.
Tra le righe della sua aneddotica traspare il suo interesse per come ogni popolo racconti e interpreti l’epopea dei mondiali dal proprio punto di vista, nel tentativo di spiegare successi e insuccessi della propria squadra.
Le scaramanzie, le maledizioni e le speranze di vittoria di un’intera nazione diventano talmente ingombranti da occupare il campo da calcio e influenzare chi le partite le deve giocare.
A quanto pare sul Giappone grava la maledizione del numero 4. Numero la cui pronuncia è affine a quella della parola “morte”. Dal 2002 la nazionale giapponese si è qualificata per quattro volte agli ottavi di finale, cioè la quarta partita di un mondiale, perdendo tutte e quattro le volte. Nel 2022 sono stati rimontati da un gol di un croato con la maglia numero 4, Ivan Perišić.
Pastore fa riferimento continui ai due mondiali giocati in Messico, che anche quest’anno è paese ospitante insieme a Stati Uniti e Canada.
Evoca la “vendetta di Montezuma”, cioè l’infezione intestinale che colpì i conquistadores europei ai mitici mondiali del ‘70 (quelli di Italia-Germania 4 a 3), mettendo KO Mazzola e Rivera, ma anche Gordon Bancks, il portierone dell’Inghilterra campione uscente. Senza di lui gli inglesi persero ai quarti con la Germania e da allora aspettano ancora di vincere un mondiale.
La chicca finale ci viene offerta in occasione dell’ultimo bigliettino estratto, nei “minuti di recupero” scherza Pastore.
Messico ‘86: il caldo è soffocante e le maglie della nazionale argentina, di cotone grosso, sono talmente zuppe di sudore da risultare un impedimento per i giocatori. L’allenatore sguinzaglia i magazzinieri in tutta città del Messico, che comprano maglie azzurre di cotone più leggero. Il resto lo fanno delle sarte con ago e filo, trasformando quelle maglie nella mitica divisa che Maradona e compagni indosseranno contro l’ Inghilterra: il match della mano di dios e del gol più bello della storia del calcio.
L’incontro è finito, è volato tra un aneddoto e l’altro.
Oggi Pastore non ha provato ad addentrarsi nell’enigma dell’umana ossessione per la vittoria di un mondiale, o a fare i conti con il dramma smisurato che ci sembra di vivere dopo la nostra mancata partecipazione al mondiale imminente.
Non era questo il palco giusto? Forse sì, però ben vengano i giornalisti appassionati, che trattano il calcio come materia razionale e irrazionale, nella sua dimensione di gigantesco sogno collettivo, fatta di uomini e di destini che si intrecciano.
Un modo di raccontare lo sport ancora sano, capace di coinvolgere una platea variegata come quella che c’era oggi al Giardino Buonamici.
Sicuramente meglio che stare a ragionare di calcio mercato.
