Cronache seminarie. Raccontiamo gli interventi del Festival a chi non c’era. O a chi vuole riviverli.
“La differenza fondamentale tra l’essere umano e la macchina, secondo Ferraris, risiede nel fatto che le macchine non sentono la distanza tra ciò che sono e ciò che potrebbero essere; questa è la definizione di desiderio”. Con questa affermazione e molte altre domande aperte vengono presentati il filosofo e accademico Maurizio Ferraris e il tema del suo intervento: più che la morte vera o presunta dell’Eros, al centro c’è la moralità vera o presunta del desiderio.
Il professore ci tiene a ridefinire il suo intervento da “L’Eros (non) è morto” a “Chiarimenti sul desiderio”. Spiega che il titolo ufficiale, risalente a un anno fa, nasce da un moto di stizza nei confronti di un pluripremiato filosofo coreano, Byung-Chul Han. L’Avversario – un ruolo che il pubblico gli attribuisce per il tono polemico e ironico con cui Ferraris ne parla – da tempo condurrebbe una strenua battaglia contro la tecnologia e l’intelligenza artificiale e contro i loro effetti, ovvero crescenti stupidità e schiavitù dell’uomo, la morte della democrazia e del desiderio. Penserebbe, infatti, che in un mondo iper-tecnologico come il nostro abbiamo perso la concezione di alterità, che è ciò che muove il desiderio. Per il nostro conferenziere è quest’ultimo elemento il più problematico tra tutti: ad essere morto – dice – non è tanto il desiderio come bisogno fisiologico, ma una certa cultura che vedeva in questo un mezzo di emancipazione tipico degli anni Settanta. Andrebbe distinto quindi il desiderio naturale, ancora vivo, dalla culturizzazione del desiderio, una “rivoluzione desiderante”, forse tramontata. È da questo presupposto e primo Chiarimento che partono tutti gli altri.
Mentre a gamba tesa entra in una serie di tesi, argomentazioni e antitesi, confesso che sono rimasta leggermente interdetta. La ragione per cui mi trovo lì consiste proprio in quel “non” in corsivo e tra parentesi del titolo con cui è stato pubblicizzato l’evento. Con in mano il dépliant di “Seminare idee”, scorrendo con lo sguardo i vari nomi degli interventi, pochi giorni prima avevo provato un leggero fastidio nei confronti di quel (non). Un po’ perché non sopporto i giochi di parole fatti con l’uso delle parentesi, per me inutilmente ambigui, un po’ perché quel corsivo ammiccava a qualcosa che non riuscivo bene a figurarmi. Potremmo dire che quel (non) ha fatto il suo dovere: mi ha incuriosita e ora mi trovo su una sedia al sole nel Chiostro di San Domenico a farmi chiamare “eroina del desiderio”, come i miei compagni ascoltatori seduti al sole anziché all’ombra. La nostra voglia di ascoltare, infatti, supererebbe il caldo – ammette. Nel mio caso, però, gioca un importante ruolo un’inaspettata complicità nella stizza: la sua verso Byung-Chul Han, la mia verso il (non).
Rimango, quindi, stupita quando realizzo che nei primi dieci minuti ha già archiviato la questione della vera o presunta morte dell’Eros, inteso qui come desiderio. La mia attenzione, tuttavia, viene subito catturata dal secondo Chiarimento. Il professore spiega la Legge del desiderio secondo Lacan, di cui ha parlato il giorno prima anche Recalcati. Il filosofo francese ne parla in un’opera che si intitola “Kant avec Sade”. Ne spiega la genesi e la pura formulazione: essa consisterebbe nel “desidera e non cedere mai al tuo desiderio”. In pratica, la fedeltà a un mio determinato desiderio, che riconosco come mia vocazione individuale, mi permetterebbe di realizzare il mio personale imperativo morale. Questa legge, di una morale fondata sul desiderio, fino agli estremi del marchese de Sade, si opporrebbe all’imperativo categorico di Kant, del “dovere per il dovere”. Quest’ultimo, invece, si fonda su determinati principi di legislazione universale che prevedono di non agire mai per un bisogno particolare, ma solo per massime che possano valere per ogni essere razionale in qualunque momento.
Introdotta la differenza tra le due visioni, Ferraris mette in chiaro che, secondo lui e molti altri, l’imperativo categorico kantiano non è un buon fondamento per l’agire morale, in quanto impraticabile. Nessuno, infatti, farebbe sempre e soltanto qualcosa perché deve farla. E la legge del desiderio permette davvero di ottenere quella salvezza morale professata? Quest’ultima, sembrerebbe affermare che, se non segui il tuo desiderio e la tua inclinazione, sei destinato all’infelicità e alla frustrazione. E sei pure un po’ egoista, perché il tuo malessere si riversa inevitabilmente anche su chi ti sta intorno.
Il filosofo a questo punto inizia uno stress test di questa legge, analizzando varie figure storiche e letterarie di “eroine e eroi del desiderio”: persone che hanno agito mettendo al primo posto i loro ideali, e quindi il loro desiderio, senza considerare l’effettiva moralità di esso. Parla di figure come Anna Karenina, Madame Bovary, Werther, citando anche Mazzini e Silvio Pellico, per poi arrivare a trattare un caso specifico e più che estremo come l’invasione della Polonia. Questa parte della conferenza, che prevede sovrapposizioni ardite come quella di Che Guevara a Junio Valerio Borghese – tra risate e silenzi imbarazzati -, porta Ferraris a questa conclusione: “se l’azione che viene compiuta è moralmente approvabile, allora la legge del desiderio sembra funzionare, quando l’azione invece è riprovevole, allora non funziona più”.
Alla fine il filosofo afferma che il desiderio è un fenomeno psicologico e, in quanto tale, è difficile fondarci una morale sopra; aggiunge anche che, laddove con i principi di Kant abbiamo un imperativo categorico, con Lacan siamo di fronte a un imperativo ipotetico, perché sussiste se c’è qualcosa di altro da me che desidero. Perciò la morale kantiana è autonoma, perché è dentro di me, la legge del desiderio è eteronoma, perché è fuori da me.
Lo scontro tra queste due visioni mi è sembrato sorprendentemente attuale. Da non addetta ai lavori, e forse con superficialità, mi è venuto spontaneo rintracciare la stessa opposizione tra due sistemi valoriali della nostra cultura e società. Da una parte la religione, con i suoi “imperativi categorici”, dall’altra la psicanalisi, con i suoi “imperativi ipotetici” legati al soggetto – tema, non a caso, di opere come “Contro il sacrificio” di Recalcati. Mentre ci invitano a uscire frettolosamente dal Chiostro per permettere l’ingresso del pubblico che in una lunga fila aspetta di ascoltare Marianna Aprile, sento che tra noi e Ferraris ci sono stati altri interlocutori che, al contrario dell’Avversario coreano, sono stati solo accennati.
La religione cattolica, con la sua etica del sacrificio e del senso di colpa nel rispetto di imperativi categorici forti, come “sposati e fai dei figli”, “rispetta e onora i genitori”, “non abortire”, “non divorziare”, da decenni non è più centrale ed è stata fortunatamente superata dal punto di vista morale. Ma la questione credo che abbia, bene o male, questa forma: in un mondo da decenni mancante di leggi morali forti, e quella cattolica su tutte, quale può essere individuata come alternativa ugualmente solida dal punto di vista morale? Ferraris sembrerebbe escludere la legge del desiderio, e tutta quella psicanalisi che si fonda su di essa, e forse, ancor di più, la esclude come l’unica alternativa. Se gli Dei sono morti da tempo, Io posso davvero essere il mio Dio?
Né la legge morale dentro di me, né la legge del desiderio fuori di me.
La questione resta aperta e, al di là di tutto, il confronto con l’assoluto, in quanto irrisolvibile, è la più bella forma di desiderio.
