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La Silhouette del desiderio. Che forma ho se non mi guardi? Il dialogo tra Tedesco e Lattanzi

Cronache seminarie. Raccontiamo gli interventi del Festival a chi non c’era. O a chi vuole riviverli.

La città è frenetica, in questi giorni.
Appuntamenti, incontri, chiostri finalmente abitati.
“Seminare Idee” scombina i piani di una provincia sempre più pigra d’estate – e chi il festival lo abita, lo fa, lo presenta schizza tra gli eventi disseminati per il centro come le palline del flipper di fronte al bar della scuola.

È domenica e il giardino Buonamici diventa un salotto a cielo aperto, raccolto e femminile.
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Il desiderio- tema di questa edizione del festival- affida oggi la sua definizione a tre imperativi:
“Amami, guardami, salvami”.

Alessandra Tedesco, giornalista di Radio24, incontra Antonella Lattanzi, scrittrice e sceneggiatrice.
Autentica, trasparente e di una sincerità quasi scomoda, Lattanzi porta sul palco un certo spessore emotivo e ci parla di “Chiara” – il suo ultimo libro.

“Ho sempre pensato che il tipo di desiderio che provo io e quello che poi racconto sia un desiderio di questo tipo: guardami, fai in modo che io possa esistere perché senza il tuo sguardo non esisto.”

Bisogna averne di coraggio per mostrarsi così vulnerabili di fronte ad una platea di sconosciuti ed è lo stesso che si ritrova in Chiara e Marianna, protagoniste del libro.
Amiche dal primo sguardo, figlie dello stesso trauma – Chiara le botte le prende sul corpo, Marianna nell’anima – le due stringono un rapporto delicato e intenso che come una bolla le protegge dagli urti più violenti ma non consente loro tempo e spazio per la conoscenza di sé.

E cosa si desidera di più se non ciò che non conosce?
Se durante l’infanzia nessuno mi ha visto o mi ha fornito gli strumenti per farlo, io chi sono?

In queste domande si pongono le basi del desiderio quasi ossessivo della definizione di sé che accompagna le protagoniste fino all’età adulta.
E se Chiara- più coriacea vede già  la sopravvivenza come un traguardo, Marianna scappa dalla famiglia e dagli uomini pregando silenziosamente che le venga chiesto di restare.
Come se in quella richiesta, risiedesse il suo valore.

Ma diventare adulti – come spiega anche l’autrice- e’ talvolta un atto di solitudine.
Partendo dal presupposto che nella vita ci si salva da soli, affidare la costruzione di sé ad uno sguardo esterno ci consegna ad una forma precaria.

“Vedo l’identità come una silhouette. Chi è stato visto sa abitarla, la riempie. Sa dire – io. Chi non è stato visto è una silhouette vuota, che si riempie di conferme, dei giudizi degli altri. Rimane un buco.”
Un’immagine potente, che costringe a chiedersi sono contorno o sostanza?

La fermo alla fine.
“Una domanda al volo, scrivo per Pratosfera.”
Mento- non è utile ai fini del resoconto di questo pomeriggio, è pura curiosità.

“Il finale. Marianna. Tutta questa tensione, tutto questo desidero di sé. Non so ancora, l’ha riempito quel vuoto?”  e mentre lo chiedo scongiuro che dica di sì, che si salvi lei ma forse un po’ anche io con lei – perché in fondo siamo tutti a volte o in qualche momento un po’ Marianna.

“Penso all’essere umano come a qualcosa in continua evoluzione.” E mi frega, la Lattanzi.

Speravo in una risposta più facile, più comoda- un po’ come quando si fa riempire dagli altri il desiderio di sé. Ma non mi scoraggio, in fondo ai desideri si possono sempre modificare le coordinate.