Cronache seminarie. Raccontiamo gli interventi del Festival a chi non c’era. O a chi vuole riviverli.
Ieri sera ero ad un matrimonio. Ho ancora la bocca impastata per l’alcool ingurgitato e per le sigarette fumate, sono quasi le undici e il chiostro di San Domenico è pieno per metà, quella non esposta al sole. Ovviamente da quel lato non c’è posto e così mi accontento di restarmene sotto il porticato, in piedi, ma riparato e all’ombra. Il mal di testa che mi tormenta dal risveglio mi suggerisce di non togliere gli occhiali da sole, anche se, pure ieri, in realtà, ho finito per tenerli tutto il giorno.
Si è sposato uno dei miei più cari amici ed eravamo tutti lì, la compagnia storica, gli amici di sempre, con i vestiti eleganti e gli sguardi increduli, straniti dal ritrovarsi assieme, dopo più di quindici anni, per quell’occasione.
Si sono detti lo voglio alle diciassette e quarantacinque spaccate di un sabato di giugno. Erano in piedi, vestiti di chiaro, con sullo sfondo i campi di grano, gli ulivi e i vigneti. Si sono parlati, poi, piano piano, si sono avvicinati l’uno all’altra, si sono stretti in un grande abbraccio e poi in un bacio, che è diventato di nuovo abbraccio e che, alla fine, è tornato bacio.
Non sono riuscito a sentire neanche una parola del loro discorso; ero seduto in fondo, vicino alla postazione del DJ, con il sole che mi torturava gli occhi, il caldo e un ventaglio di carta come unico strumento di difesa. Alla fine, mi sono alzato anche io e ho applaudito con tutti gli altri, guardandomi a destra e a sinistra, mentre di fianco c’era lei nel suo vestito cipria; avevamo condiviso un grande amore, un amore che adesso non c’era più, che avevo deciso di interrompere e che oggi, con gli occhi pesanti, l’alito cattivo e il mal di testa che mi ritrovo, mi lascia in questo silenzio malinconico e un po’ malaticcio.
Adesso sono qua comunque, ancora una decina di minuti e Pietro Del Soldà dovrebbe salire sul palco; Amore è libertà – questo il titolo dell’incontro, mi scappa un sorriso amaro quando lo rileggo, sfogliando il depliant del Festival, ma è solo un accenno e finisce quasi subito.
Fa un gran caldo e non si vedono nuvole nel cielo, i due ragazzi del Festival introducono l’ospite e il tema che tratterà, mentre i lati del chiostro si riempiono sempre più, donne e uomini appollaiati tra le colonne e il muro di cinta. Poi Pietro sale sul palco e si siede sotto il grande ombrellone colorato: il pubblico applaude per poi chiudersi in un silenzio contemplativo, come sospeso. Lui chiede di potersi versare un bicchier d’acqua visto la temperatura, mentre pochi spettatori-eroi si siedono al centro del chiostro, sotto il sole.
La sua voce è immediatamente riconoscibile. Lo sa e proprio da lì prosegue, citando prima il suo ruolo come conduttore radiofonico e autore per Rai Radio Tre, con Tutta la città ne parla, in aggiunta poi a quello irrinunciabile di filosofo. Ci racconta del percorso che cercherà di tracciare, di come l’amore sia appunto libertà e possa liberarci da una tendenza perniciosa al possesso, al controllo e al potere. Come arrivare a definire questi aspetti? Pietro sceglie Il simposio di Platone come punto di partenza, un testo fondamentale, dove la definizione stessa di “Eros” viene lasciata alle parole di una donna, Diotima, creazione del Platone scrittore, che illumina con la propria visione la discussione alcolica attorno al tema dell’amore e del desiderio, al centro del testo filosofico.
“Ogni desiderio di felicità è Eros potentissimo e ingannatore”
Abbasso gli occhi e mi ritrovo a guardarmi le scarpe. L’atmosfera è sempre quella dell’inizio, regna un gran silenzio, interrotto solo dal rintoccare delle campane e dal cinguettio degli uccelli. Mi fa male la schiena, ma resto dove sono, ho bisogno di sentire cosa si nasconde dietro a quella frase.
Del Soldà va avanti, con la voce calma e misurata, attento e posato, scioglie il nodo nelle parole di Diotima e ogni sillaba finisce per rimbalzare lungo tutto il porticato e arrivarmi dritta in faccia. Spiega che la società dell’Atene del V secolo non era poi così diversa dalla nostra: una gigantesca competizione dove mostrare la versione migliore di sé, una gara feroce basata su notorietà e obiettivi da esibire, col solo intento di farsi invidiare dagli altri. Una felicità fatta di traguardi, di ostentazione. Restiamo indaffarati ma immobili, pieni di sogni da palcoscenico ma disperatamente soli, disperatamente vuoti.
“Ovviamente questa idea di felicità fa piazza pulita di Eros, è una felicità che prescinde dall’amore: prima di ogni relazione, prima di ogni legame amoroso, c’è l’affermazione di sé, la vittoria”.
Sotto le lenti scure, sento tutto il peso di ieri sera. Penso a noi, alla compagnia storica nei nostri vestiti eleganti, sintonizzati sullo sforzo collettivo di sembrare felici, realizzati, immutati dopo quindici anni. Penso alla facilità, alla leggerezza con cui ho liquidato parti della mia vita, confondendo la fine dell’esibizione sentimentale con la fine dell’amore. Ha ragione Diotima, una vita senza amare e senza essere amato è una vita desolata, ogni storia fine a sé stessa, ogni conquista un deserto. Mi vengono in mente le parole di uno scrittore di duemilacinquecento anni dopo Platone, Raymond Carver:
“E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.”
Poi mi rendo conto che neanche io so il perché di quel collegamento, ma mi risuona dentro. Deglutisco e mi guardo un po’ intorno: pochissimi giovani, un sacco di teste canute.
Del Soldà si sposta ora sull’altro aggettivo, quell’ingannatore che fa sospirare l’intera platea: l’unico strumento per il raggiungimento della felicità, quindi, non è qualcosa di chiaro, cristallino, ma tutt’altro; organizza inganni, ci acceca, ci fa cambiare strada, sbagliando e soffrendone inevitabilmente. Non c’è rimedio, non c’è soluzione, questa è l’unica via che ci conduce alla felicità, e non ci tiene per mano.
Alzo la testa e mi stropiccio gli occhi. Ho un groppo in gola che non se ne vuole andare, per un momento penso di mollare tutto, che è troppo, che sono stanco e che non riesco a proseguire oltre, ma poi ci ripenso e mi costringo a restare esattamente dove sono, non cambio neanche posa alla fine. Torno a concentrarmi sulle parole di Pietro Del Soldà, riesco a vederlo meglio ora, ha la faccia rilassata e due occhi vivaci.
“Abbiamo due inclinazioni pericolose quando parliamo d’amore: la prima è la tendenza a viverlo come fusione e possesso, soprattutto in questa società piena di incertezze, smarrimento e frustrazioni”
Poi racconta del mito delle due metà, di quegli esseri perfetti che popolavano il mondo, sia femmine che maschi, senza bisogno di niente, senza bisogno d’amore. L’invidia di Zeus li separò costringendoli alla ricerca perpetua della propria metà, senza la quale non sarebbero stati più completi. L’unione con l’altro come ingrediente necessario per la felicità. Una fusione, guarda caso. Un’unione indissolubile che ci allontana dalla realtà che ci circonda, presentandosi come una soluzione, una fuga dorata dal mondo e quando questo manca ci si sente persi, abbandonati. Non si accetta l’altro come diverso, come l’altra parte, quella che, sì, ci completa, ma lo fa mostrandoci quanto sia distante da noi, nella sua interezza, nel suo essere altro all’infuori di noi.
Penso a tutte le volte che ho promesso amore eterno, fusione indistinta, a tutte quelle volte che ho ceduto anche io alla lusinga di certe parole, di certe promesse, di certe visioni di unicità e di unione indissolubile. Erano una fuga, da sé e dagli altri.
“Bruciamo i ponti, creiamo qualcosa di nuovo e lasciamoci alle spalle ciò che eravamo prima come persone. Un’unica entità, una trasparenza perfetta, senza ombre”
Sento crescere un’oscurità sottile da quelle parole: l’oppressione, il possesso, il rifiuto dell’altro come qualcosa di autonomo, che esiste al di là del nostro amore. Del Soldà ci accompagna e ci aiuta a sviscerare il meccanismo perverso che ci sta dietro, il mondo maschile che vive le sofferenze dell’amore e le differenze caratteriali come abbandono, rifiuto, distacco. La violenza nei casi di cronaca, la violenza nella realtà quotidiana, verbale e non, visibile o nascosta, la violenza del linguaggio.
“La seconda inclinazione è la tendenza al rifiuto dell’idea di dipendenza dagli altri, dell’idea di una felicità raggiunta tramite un amore tout court. E può essere una cosa bellissima, che fa trasparire il rispetto, l’amore per sé stessi e il consenso. Tutto ciò rimette però inevitabilmente al centro il proprio io, il proprio egoismo, le proprie prerogative”
Resto immobile, letteralmente. Niente è perfetto, tutto è incrinato, graffiato, storto. Ho lasciato cadere tante cose, a volte tutto, in nome di quell’idea di preservare sé stessi, di dover trovare la felicità per conto proprio, senza gli altri, senza l’amore degli altri. Adesso sono triste e me ne rendo conto solo in quel momento.
Poi Pietro prosegue descrivendo queste nuove forme d’amore o forse sarebbe meglio dire d’affetto, dove non è la relazione in quanto tale il motore della spinta emotiva, ma la situazione; una situazione che permette ai partecipanti di non prendere mai posizione, di non scommettere, di non camminare sul sentiero acciottolato che Eros ha messo loro davanti, con le sue sfide, le sue sofferenze, le sue sconfitte.
“Una no-fly-zone emotiva. Questo abbiamo costruito e ci portiamo dentro ormai”
Una fitta allo stomaco mi sbilancia leggermente in avanti. Scuoto la testa e cerco di concentrarmi di nuovo sulle parole, ma non ci riesco. Penso al grande castello, con le sue altissime mura, che mi porto dentro, alla difficoltà cocente di non riuscire ad esporsi, al pensiero di vivere vicino a qualcuno senza mai lasciarlo entrare. All’idea terribile di essere scappato, di aver preferito la fuga al confronto, alla confessione, al dialogo, alla sfida.
Sono due precipizi profondi quelli che circondano la strada su cui ci conduce l’amore. Ho paura a pensarci, ma è proprio così.
“Ma d’amore dobbiamo parlare, la sfida è proprio quella! L’amore non esclude il pensiero. Danziamo su questo crinale sottile, chiuso tra questi due precipizi, con la consapevolezza che non ci può essere libertà senza amore”
Il pubblico applaude, Pietro Del Soldà si alza elegantemente, saluta e sparisce dietro il grande cartello del Festival.
Sospiro, lo faccio una volta, poi un’altra ancora; esco dal chiostro e mi avvio verso l’uscita. Sono per strada, il mal di testa non è calato per niente e una fiumana di gente arriva dritta dritta dalla direzione opposta.
C’è un abito di cipria, brilla per un secondo tra la folla, lo vedo con la coda dell’occhio e mi volto di scatto ma non lo vedo più; allora mi faccio spazio in mezzo a quel gregge, alle giacche e ai vestiti, alle coppie e ai vecchi col cappello, ma non trovo niente. Mi sento fragile, fermo come sono ora in mezzo a tutte quelle persone, ma forse va bene così, sono sul sentiero giusto, quel crinale sottile e sassoso.
