Cronache seminarie. Raccontiamo gli interventi del Festival a chi non c’era. O a chi vuole riviverli.
A Prato è definitivamente arrivata l’estate.
Sta per scoccare l’ora in cui il sole è più alto – e più caldo – e una coda di serpente si snoda per tutta piazza San Domenico pronta a entrare e a prendere posto in uno dei luoghi più suggestivi della città: il Chiostro, che ricorda a noi pratesi – o a chi un minimo si sente parte di questo disegno peculiare ed eccentrico – che la bellezza è facilmente accessibile. Spesso, certo, ce ne dimentichiamo.
A rammentarci, invece, che la letteratura parla per noi e lo fa dagli albori, da quando Aurora dalle dita di rosa ha iniziato a sorgere dal mare, lasciando nell’animo degli eroi un sentimento di gratitudine, è Francesco Piccolo, premio Strega 2014, scrittore, sceneggiatore, con il suo monologo dal titolo Dall’Innominato al Bell’Antonio: maschi di carta.
Un carosello che parte dai citati Manzoni e Brancati per arrivare a focalizzarsi su una delle figure più emblematiche del nostro essere doppi – o nessuno, o uno, o addirittura centomila, mi correggerebbe Pirandello: Zeno Cosini.
Personaggi fittizi e proiezioni precise di uomini che raramente desiderano in modo innocente.
Spesso confondono l’amore con il possesso, l’attrazione con l’idealizzazione, l’altro con la propria fantasia. Intrappolati nel mito della virilità che gli altri hanno costruito, il desiderio maschile appare inadatto e spaventato all’idea di confrontarsi davvero con l’alterità femminile. Ciò che questi personaggi inseguono non è tanto una donna reale quanto un’immagine, una proiezione, uno specchio in cui confermare sé stessi, il proprio prestigio, il proprio potere o la propria identità, modellati e succubi dell’esempio dannunziano che per tutto il Novecento è stato attraversato, deformato, ribaltato e rinnegato nella sua stessa imitazione inconsapevole.
Benedetto Croce accusava la triade dei – a detta sua – malati di mente – D’Annunzio, Pascoli, Fogazzaro – di aver soffiato un vento diinsincerità, credendo di riempire un vuoto acuito dallo spirito decadente. Di non esser stati abbastanza uomini, in fondo. Era allora intervenuto nel dibattito Pirandello, accusando la critica antropologica di star distribuendo gratuitamente patenti di pazzia senza rendersi conto che l’arte, e dunque la genialità, sta proprio nella mente che diverge. Nell’incompletezza. Nella crisi dell’identità. Nell’accettazione della stessa. Ed è stato Svevo il primo – io direi il secondo, dopo l’autore di Girgenti – a dipingere di colori accesi la figura dell’uomo che si pone il problema. O almeno ci prova.
Perché è proprio questo il punto. La nostra letteratura, antica e primordiale, contemporanea, più vicina, meno compresa a volte, ci insegna cosa significa essere umani. E lo fa non celebrando soltanto la grandezza dei sentimenti, nella loro molteplicità difficile da svelare, ma esplorando le zone d’ombra e di luce della stessa esistenza, là dove desiderio, illusione e contraddizioni contribuiscono a definire ciò che in fondo significare vivere.
Ecco così in scena una delle patologie più profonde del desiderio, quella tendenza maschile fagocitata dall’apparente sicurezza di sé, che trasforma l’altro in un oggetto della propria narrazione, ignorandone la voce e la libertà. Ecco il desiderio non configurarsi come incontro tra due soggettività, ma come un movimento unilaterale che rischia continuamente di cancellare la complessità dell’altro.
Siamo cresciuti, siamo stati educati, siamo stati istruiti con l’idea di Achille come l’eroe per eccellenza, personificazione della perfezione virile e della forza guerriera che si traducono in una fermezza di carattere e nella predilezione della vita breve come momento di gloria. Eppure, di fronte alla consapevolezza della morte, il Pelide Achille, nella sua fragilità umana, piange e invoca la madre Teti, candida dea marina, premuroso piede d’argento. Ed è proprio qui che inizia la meraviglia. Perché Achille sceglie la vita, e non la gloria, e noi non ce ne rendiamo conto. Conosce il suo destino, ma vorrebbe esserne l’artefice, consapevole ma non deciso a piegare la sua volontà.
È poi Boccaccio il primo autore citato dal nostro ospite. E chi mi conosce sa che l’autore certaldese è a me particolarmente caro. Per aver legittimato il desiderio femminile rendendolo parimenti esprimibile a quello maschile. Per averci presentato la varietà del reale fornendoci la possibilità di saper scegliere tra la positività e la negatività del desiderio, nella declinazione che questo stesso assume non appena entra in gioco la libertà dell’altro. Nella novella della vedova e dello scolare il malsano desiderio di Rinieri e il suo amore non contraccambiato creano le condizioni per la vendetta, che è rivendicazione nel tempo dell’attesa: sono questi elementi che alimentano il suo erroneo senso di giustizia e la ferma convinzione dell’adatto risarcimento dettato dall’orgoglio e dall’odio, nati entrambi da un sentimento di negazione proprio della libertà altrui, perché chi si vendica supera la reciprocità del torto e la legittimazione del perdono. La vendetta non è mai pari, è oltre, e nega la reciprocità che Rinieri crede di soddisfare sulla base di un paragone giustificato: tanto quanto aveva desiderato l’amore ora desidera la vendetta che è volontà di eliminazione della donna, il risarcimento di un ingegno maschile non riconosciuto. Un caso di violenza privata che purtroppo rimane estremamente attuale.

Non è facile a questo punto distinguere l’uomo progressista, l’uomo senza maschera. A meno che la negazione del desiderio non porti nel maschio la forza di un uragano che scardini le prerogative comunemente accettate dalla società patriarcale.
Pensiamo all’Innominato – personaggio che tutti conosciamo: incarnazione del potere non messo in discussione, sarà poi l’incontro con la vulnerabilità e la dignità di Lucia – inserita all’interno di una logica di dominio esercitata da uomini su altri esseri umani – a sancire il riconoscimento dell’esistenza di una soggettività che sfugge al controllo.
Nel salto temporale arriviamo al Milton fenogliano. Fulvia rimane quasi priva di voce, trasformata in una presenza evocata dai ricordi e dalle paturnie del protagonista. Perché ciò che Milton rincorre non è tanto la donna reale quanto la verità di una storia immaginata, il significato da attribuire a un possibile tradimento. Il desiderio si trasforma così in una ricerca totalizzante che finisce per sostituire la realtà con l’interpretazione, con l’ossessione di una verità che sgretola lo stesso desiderio diventando paranoia.
In Brancati il desiderio è rappresentazione teatrale: descritto nelle sue pagine lo stereotipo del gallo siciliano, gli uomini parlano di donne, si misurano attraverso le donne, costruiscono la propria identità attorno lo sguardo degli altri uomini che a loro volta sono soggiogati dallo sguardo di un meccanismo di giudizio sociale. Eppure, le donne non le conoscono. Non le toccano, non le vivono. Il Bell’Antonio, idolatrato come seduttore prima ancora che come persona, diventa il simbolo di una società che confonde la virilità con il valore umano, sancendo l’inizio di una tragedia esplicitata nell’impossibilità di abitare l’immagine che gli altri hanno costruito per lui. Dietro il mito del conquistatore, si scopre dunque una fragilità profonda e viene raccontato un desiderio che non cerca l’amore, ma l’approvazione. Un desiderio che finisce per imprigionare chi lo prova molto prima ancora di raggiungere chi ne è l’oggetto.
Zeno fa scappare qualche risata. Amara, quasi. Perché egli è convinto di leggere nell’atteggiamento di Ada i segni di un sentimento che il lettore comprende fin da subito essere inesistente. Il desiderio altera la sua percezione della realtà, spingendolo a interpretare gesti e parole secondo una narrazione costruita dalla sua stessa immaginazione. Ada smette così di essere una persona reale e diventa il contenitore delle sue aspettative, delle sue fantasie e delle sue insicurezze. E mi chiedo quanto davvero sia magistrale Svevo nel descrivere questa condizione che provoca in chi legge sbigottimento e fastidio, incomprensione. Il desiderio come forma di cecità finisce per riscrivere la realtà solo per adattarla ai bisogni che si riducono a pochezza.
Nella neutralizzazione del problema di genere, nella banalizzazione della concretezza dell’evidenza, nel diniego del rivoluzionario punto di vista, la letteratura continua a svolgere il suo compito più scomodo: costringerci a guardare ciò che preferiremmo non vedere. Non perché offra soluzioni, né perché distribuisca condanne o assoluzioni, ma perché restituisce problematicità là dove siamo tentati di cercare risposte semplici.Dando spazio all’attraversamento dell’umano, la letteratura conferisce senso al racconto che vogliamo dare di noi stessi. Alla volontà fisiologica di ritrovarci nelle parole di chi sa conferire esemplarità all’effimera condizione che ci troviamo a incarnare.
I maschi di carta raccontati da Francesco Piccolo sotto il sole cocente svelano dunque la banalità dei meccanismi che tanto si ripeteranno sempre. Non personaggi lontani, confinati in epoche e contesti ormai superati. Figure che attraversano il tempo perché incarnano contraddizioni ancora vive: il bisogno di essere desiderati più che di desiderare, la difficoltà di riconoscere l’altro nella sua autonomia, la tentazione di sostituire la realtà con le nostre fantasie.
È la seconda mattina del festival. Prato sorride – è così bella quando c’è tutta questa condivisione. Nell’aria c’è un’energia particolare. A renderla piacevole e tangibile contribuiscono l’intervento e la gentilezza dell’autore di Son qui, m’ammazzi, uscito da poco, che esplicita nero su bianco le fila di questo intervento.
Da Lucia a Fulvia, da Ada a Barbara, le donne di questi romanzi finiscono spesso per occupare il centro della vicenda proprio attraverso la loro assenza dal racconto maschile. L’universo letterario di questi testi non solo è così testimone delle difficoltà dell’integrazione femminile nel tessuto sociale, ma ancora una volta la letteratura ci aiuta a indagare l’umano.
Lo ha fatto Moravia, nel raccontarci come in fondo donna accetti il mondo così come si dà ai nostri sensi, lo riceve, anche carnalmente, fino a diventarne parte integrante, in una sorta di condizione primordiale in cui realtà e umanità sono un tutt’uno, di contro alla coscienza maschile che sembra invece vivere una condizione di crisi perpetua. È nella loro radicata consapevolezza che le donne in Moravia, nonostante la reiterata passiva accettazione o l’estremizzazione di una condizione imposta alle quali possono reagire con violenza e aggressività o con maschere di sopportazione, riescono a camminare verso la strada delle pari opportunità. È proprio la mancata integrazione a permettere loro di vivere in disparte, nella condizione di essere per altri e di non essere per sé, nel superamento degli interrogativi e nella disillusione meccanica del già predisposto. Dopotutto interiormente libere, e quindi salve.
Lo ha scritto Buzzati, e Francesco Piccolo cita uno dei miei libri preferiti, Un Amore, in cui il senso buzzatiano della sospensione diventa attesa della donna messaggera e tramite dell’amore. Proprio in quanto attesa, il femminile è stato per Buzzati una ricerca costante e sofferta, e per questo fonte di creatività e mistero: «tutto tutto mi sarebbe parso stolto e inesplicabile senza il sostegno recondito di quella eterna parola», cioè l’amore, incontro fatale, che avvicina l’uomo alla donna.
Autori che, come hanno fatto e faranno altri, smascherano l’idea che il potere sia virile. Risarcimento di un’identità incerta che fu la premessa psicologica del totalitarismo, il potere maschile non è teatrale ma compensatorio: un rifugio dall’ansia della libertà e dall’instabilità dell’identità personale, un patologico desiderio.
E invece la donna, seppur relegata negli angoli da chi la considera inferiore, avvolta nel mistero della sua complessità, vince i luoghi comuni: con un misto di tenerezza e superiorità guarda l’uomo, scuote la testa e si allontana pur rimanendo. Lo sa benissimo che l’uomo, in fondo, proprio per essere uomo, non può vivere senza di lei.
Maschi di carta. Personaggi di carta. Vite di carta. L’unico modo, d’altronde, che abbiamo per comprendere davvero noi stessi. Perché la letteratura non ci consegna modelli da imitare. Sono errori da attraversare, illusioni da riconoscere, fragilità da accettare e condividere. E forse è proprio questo che Francesco Piccolo ci ha ricordato sotto il sole di giugno: che dietro ogni desiderio, dietro ogni ossessione, dietro ogni maschera, dietro ogni complicazione, non c’è altro che un essere umano alla ricerca di un simile. E di sé.
