Cronache seminarie. Raccontiamo gli interventi del Festival a chi non c’era. O a chi vuole riviverli.
«Che tra l’altro è proprio un bell’uomo», aggiunge mia mamma quando le dico che sarei andato a
sentire l’intervento di Recalcati in apertura a Seminare idee. Su tre persone di sesso femminile a cui ne ho parlato è la seconda a lasciare questa nota a margine. La terza non lo conosceva. Cerco qualche immagine su Google e mi sembra una versione intellettuale di Klopp, l’ex allenatore del Liverpool. Avrà il suo perché, mi dico.
Il giorno dopo guardandomi intorno noto che il Politeama è pieno. Gli organizzatori del festival
hanno avuto una buona idea a chiamarlo come primo ospite. Del resto non è una sorpresa. Nell’ambiente è una star, farebbe sold out ovunque. Sul palco ci sono solo un tavolino nero con una bottiglietta d’acqua e una sedia bianca che mi sembra leggermente più piccola di una sedia normale. Mi viene da pensare che non sia una posizione troppo comoda per tenere un intervento in solitaria, senza un moderatore. Lo spazio vuoto sul palco sembra enorme, se toccasse a me parlare mi sentirei a disagio. Arriva il suo momento. Presentato da due volontari, compare sul palco con passo deciso tra gli
applausi di tutti. È vestito elegante ma senza strafare, giacca blu, camicia e scarpe nere lucide. L’occhiale conferma la mia impressione sullo Jürgen Klopp intellettuale e devo dare ragione a mia mamma. Chiaramente non si sente a disagio sulla sedia bianca, che del resto ora non mi sembra più eccessivamente piccola. Riempie lo spazio con la sicurezza di chi è abituato ad avere addosso gli
occhi di un pubblico e senza troppe cerimonie rompe il silenzio.
Il tema di questa edizione di Seminare idee è il desiderio, che non a caso è il fulcro della ricerca della psicanalisi. Recalcati inizia l’intervento cercando di rispondere alla domanda su cosa sia, e lo fa in modo abbastanza inaspettato: partendo dal Vangelo secondo Giovanni. Nel testo si parla della vita con due termini greci differenti. Il primo è Psyché, parola che indica la vita biologica, l’insieme dei processi organici per cui si può dire di qualcosa che è tecnicamente una cosa viva: il riprodursi delle cellule, gli scambi di sostanze tra i tessuti… Poi c’è una forma di vita diversa, più vera e piena, che supera quella del corpo: Zoè. È la nostra componente spirituale, il vivere dell’anima che ci distingue da un qualsiasi essere vegetale.
Con questa premessa Recalcati torna al desiderio, definendolo come ciò che ci permette di passare
da Psyché al Zoè. Senza desiderio saremmo sostanzialmente dei vegetali, dei corpi tendenti all’immobilità. Il desiderio è il fuoco che ci accende e ci fa vivere veramente, la forza che ci rende
umani e che ci mette in movimento. Se nella depressione si tende alla stasi è proprio perché si tratta
di una condizione in cui non si vuole niente.
È un’apertura semplice ma rigorosa, solo vagamente ad effetto. Scherza sui guru del nutrizionismo,
sull’ossessione dell’allungare la vita sopprimendo il desiderio: ormai basta vedere una fetta di
salame per farlo pensare al cancro. Tutti ridono, sta facendo divulgazione e si sente che sa farlo.
Solo a tratti sembra prenderci la mano ma mi piace quando scivola verso un linguaggio più tecnico
e accademico. Seguirlo resta sempre abbastanza facile, anche quando l’esposizione diventa più
densa.
Si sposta sul vero e proprio nucleo della lectio magistralis, che è anche uno dei temi principali di La
luce e l’onda, il suo ultimo libro: il legame tra il desiderio e l’educazione. Osserva che siamo abituati a pensare l’istruzione come una scala che dalla formazione delle scuole elementari arriva a quella dell’università e dei dottorati, una scala in cui il sapere si distribuisce su differenti livelli di importanza per cui i superiori finiscono per svalutare i precedenti. Se scegliamo di vedere le cose così, nota, i bambini sono solo dei minorati. L’alternativa è pensare che i bambini abbiano un altro modo di vedere le cose, non più povero ma differente, pieno di meraviglia e di bellezza, e allora serve cambiare anche la concezione che abbiamo dell’apprendimento: non più una serie di livelli da scalare, ma l’incontro con il fuoco del desiderio. Il maestro non è l’influencer che parla di ciò che non sa, né l’erudito che parla di ciò che sa senza sentirlo veramente. Per imparare a passi larghi si deve entrare a contatto con un desiderio, qualcosa che ci accenda e ci metta in movimento; «se vuoi imparare il tedesco, innamorati di una tedesca».
Recalcati fa un appunto: non dobbiamo confondere il desiderio, soprattutto quello che proviamo per
qualcuno, con un bisogno. Mentre il bisogno è la forma del rapporto che abbiamo con qualcosa che
ci è necessario in qualche modo, il desiderio è la forma del rapporto tra noi e un’altra persona.
Questa differenza esiste in noi dal primo momento. Contrariamente a quanto succede negli altri
mammiferi, il bambino che viene allattato non lascia il capezzolo della madre appena smette di nutrirsi ma continua a tenerlo in bocca. Nel suo gesto non c’è solo il bisogno biologico di nutrimento ma anche il desiderio di sentire la presenza e l’amore della madre.
In un suo romanzo Carrère parla del fatto che non abbia mai desiderato veramente e a lungo nessuna donna che non lo desiderasse a sua volta. Quando mi capitò di leggerlo avevo intorno ai vent’anni, e mi ero reso conto del fatto che lo stesso era vero per me. Non mi ero fatto troppe domande, mi ero sentito molto fortunato e la avevo archiviata come una coincidenza piacevole. Non ci ho pensato per anni, fino al momento in cui Recalcati fa notare che quando si desidera qualcuno ciò che vogliamo non è semplicemente un corpo fisico. Ciò che vogliamo veramente è che anche l’altra persona ricambi la nostra attrazione. E se il desiderio è un fuoco, il desiderio corrisposto funziona come una reazione chimica in cui due fiamme si alimentano a vicenda. Pensandoci adesso, forse quella di Carrère non era solo una coincidenza fortunata.

Ci si avvia alla conclusione, dice Recalcati, e racconta degli anni nelle elementari del suo paesino,
della maestra milanese che fumava Muratti e vedeva lui e i suoi compagni di classe come piante di
vite cresciute male. Il suo compito era raddrizzarli, e lei sarebbe stata il palo e il fil di ferro che avrebbero corretto le loro storture trasformandoli in ragazzi disciplinati. La concezione della maestra non era un’eccezione. Almeno fino al ’68, l’istruzione era fondata sul principio della soppressione del desiderio. Regole e desiderio erano inconciliabili, si diventava adulti nel momento in cui si imparava ad anteporre il dovere al piacere. Eppure che un modello simile non funzioni, nota Recalcati, lo dice tanto la Bibbia quanto la psicanalisi. Per quanto certe regole e il loro riconoscimento siano necessari, da un lato c’è Paolo di Tarso che dice che più è stringente la legge e più suscita desiderio di trasgredirla, dall’altro c’è il fatto che sopprimere il desiderio significa eliminare ciò che rende la nostra vita un’esperienza degna di essere vissuta, qualsiasi sia il nostro desiderio. Una vita di repressione arriva alla stasi, a una condizione vegetativa in cui si smette di volere; alla depressione.
Per concludere, Recalcati chiede cosa resti da fare all’istruzione e quali siano i compiti di chi educa,
se non raddrizzare la vite. L’unico luogo dove sembra possibile trovare una risposta è l’amore. Il
maestro, come anche i genitori, devono amare la stortura e fare di essa una poesia, una possibilità,
riconoscerla come un insieme di tratti che parlano dell’individualità di un bambino più di quanto
facciano le sue conformità. Solo nell’accettarlo per ciò che è potranno consegnargli il fuoco di ciò
che amano.
La lectio magistralis è finita, il festival è iniziato. Sul palco mi sembra di vedere un uomo competente e a tratti furbo a cui sentirsi parlare piace tanto quanto è bravo a farlo. Al suo fianco, nascosta in piena vista, c’è la tenerezza di un padre che dall’inizio non ha parlato di pura teoria, ma dei suoi figli.
Ringraziando per l’attenzione, ricorda che anche quando la stortura della vite sembra disperata dobbiamo credere nel buio. È una citazione di Montale, lo dice.
Tutti applaudono.
Le donne un po’ più forte.
