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Non me lo so spiegare. Una notte nel karaoke globale che racconta i contorni sfumati della città

Sono stato in un ristorante cinese di Prato che fa Karaoke per cinesi e che da qualche tempo si sta aprendo anche alla clientela italiana. L’idea di partenza era quella di scrivere un pezzo alla Vice. Vice vecchio stile. Per intenderci quei pezzi diventati famosi per titoli come: “Ho fatto una cosa, nella maniera precisa in cui dovrebbe essere fatta quella cosa e ora ve lo racconto per filo e per segno: ascoltatemi!” Poi, mentre la serata andava avanti, è diventato qualcos’altro: il racconto inatteso di una città complessa come Prato.

Arriviamo al ristorante e la tavola – per dodici – è già imbandita con gli antipasti. Ovviamente l’esperienza sarà completa e ci siamo fatti riservare la saletta privata insonorizzata. Il cibo è buono: un cinese fusion che strizza l’occhio al giapponese, ma in cui potendo far valere un rapporto di amicizia tra il proprietario Alessandro (il nome è di fantasia) e un’amica riusciamo ad avere anche qualche ricetta della tradizione come il branzino al vapore (un piatto povero molto famoso in patria) e l’anatra alla pechinese da mangiare componendo un involtino con gli ingredienti freschi portati in tavola separatamente. Questo è invece un piatto ricco, da tavola importante, quasi imperiale. E qui mentre la luna si riflette sulle mura bianche del Castello dell’Imperatore, questo piatto da solo vale totalmente la cena. Ripensarci il giorno dopo aiuterà a dimenticare la gola arrossata per il troppo cantare. Fun Fact: il branzino è stato scritto sulla comanda “branzino” in caratteri occidentali. O almeno questo è quello che capisco io sbirciando un foglio sul bancone. Cerco di chiedere ad Alessandro il motivo di quella anomalia linguistica, ma non riusciamo a capirci.

La serata entra nel vivo. Faccio una storia su Instagram: mentre si sente sullo sfondo As long as you love me dei Backstreet Boys (quanto siamo Millennials?) scrivo semplicemente: “Eccovi Prato, spiegata bene”. A quella storia mi rispondono il giorno dopo una serie di persone che conoscono davvero bene la città. Mi dicono che conoscono davvero bene la città e che userebbero altre immagini per raccontarla. Ci sta, capisco il punto, ma a loro rispondo che Prato è una città grande e complessa e questo è un punto di vista da prendere in considerazione per parlarne e raccontarla. Non ricevo risposte, zero a zero: forse un giorno se ne riparlerà.

Intanto i miei amici iniziano a cantare Un’estate italiana (Notti magiche) ad appena 72 ore dalla sconfitta con la Bosnia che ci è costata l’ennesimo mondiale; decido che è il momento giusto per assentarmi e andare a fare quattro chiacchiere con Alessandro. Provo a fare una battuta per collegare la canzone che si sta cantando nell’altra stanza con il fatto che né Italia né Cina andranno ai mondiali 2026, ma lui sorride senza capire esattamente cosa sto provando a dirgli. Però mi offre un bicchiere di liquore caldo alla prugna che riesco in extremis a rifiutare barattandolo con del buon Saké.

Alessandro mi racconta che oltre a gestire quel ristorante ha molti altri affari in corso con la Cina dove si reca spesso per avviare un export con l’Italia di tecnologie automatizzate per ristoranti e hotel. Mi dice che vuole aprire uno showroom all’Osmannoro e alla mia domanda: ma in Cina è un business che funziona? Lui mi risponde un serafico Cinesi già capisce. Come a dirmi: i cinesi lo hanno capito molto prima di voi italiani che questo è il futuro. Mi dice anche che in Cina si sta impegnando per vendere una grappa italiana del Trentino. Mentre parla tira fuori da sotto il bancone una bottiglia enorme e me ne versa un po’. Non sono tipo da grappa, ma ho già rifiutato il liquore alla prugna e penso di dovermi immolare all’alcolico barricato che – ci tiene a dirmi – costa 300 euro a bottiglia. Non è la mia tazza di tè, come direbbero gli inglesi, ma in effetti non è male. E mentre fingo di sentire dei sentori in quella grappa, mi passa davanti un robottino che ha il compito di portare i piatti ai clienti che ordinano il cibo con il tablet. Ce ne sono due che servono tutto il ristorante, esclusa la saletta privata dove siamo serviti direttamente dai cuochi e dove nel frattempo i miei amici sono passati a Ligabue (Certe notti) e agli 883 con (Come mai) e senza (La dura legge del Gol) Mauro Repetto. Gli chiedo se sono proprio quei robot l’oggetto che vuole importare in Italia e mi dice di sì, ma non solo. Con un po’ di faccia tosta domando quanto costi uno di quegli affari e mi risponde 8 mila euro ciascuno. Non poco, commento. Vero, mi risponde, ma questi non si ammalano e se gli dai uno schiaffo lavorano lo stesso. Ride di gusto.

È forse questo il futuro? Sorseggiare una grappa trentina con un nuovo amico cinese, mentre mi immagino il nuovo luddismo capitanato da robottini camerieri che si ribellano in piazza Mercatale davanti alla CGIL?

Decido di tornare dentro e mangiare ancora qualcosa. C’è dell’ottimo riso cantonese e tanti, tantissimi ravioli. È tutto buono, ma nulla batte la ricca e borghese anatra alla pechinese. Canto con Sara (grande fan di Venditti) la mia canzone preferita dell’Antonello nazionale che è Giulio Cesare e poi pur di sfuggire al cliché del romano che in quanto tale deve cantare La società dei magnaccioni fingo di dover andare in bagno lasciando l’incombenza ai miei commensali con le C aspirate. Quando esco dalla saletta il ristorante è vuoto, Alessandro fuma dietro al bancone e beve qualcosa di alcolico. Mi guarda e mi dice: io devo andare via, ma torno. Gli chiedo di ripetere: io dovere andare via, ma torno e poi aggiunge: solo mezz’ora. Io non so cosa rispondere se non – in un momento che visto dall’esterno deve essere sembrato molto buffo e tenero – Ok, ma poi torni? E se viene qualcuno?

Alessandro ride rumorosamente e mi assicura che i cinesi mangiano presto e di certo a mezzanotte nessuno viene per iniziare una serata e gli italiani che non cantano sono andati via da almeno un’ora. Quindi mi saluta, pesca qualcosa che suppongo essere le chiavi della macchina da un cassetto e se ne va. Siamo soli: 12 italiani, 11 dei quali inconsapevoli, in balia degli eventi, dentro un ristorante cinese vuoto e senza proprietario, a cantare a squarciagola ballate tristi che hanno dato senso a molti sabati pomeriggio di fine anni novanta. È un’immagine che a suo modo mi porterò dentro a lungo.

Tengo quel momento tra il surreale e il paradosso ancora un po’ per me, poi entro e comunico quello che è appena successo agli altri. Ridono tutti, c’è chi fa delle battute, chi propone di rubare delle birre o di far esplodere dei fuochi d’artificio accatastati in un angolo della sala. Fortunatamente ci ricordiamo di essere tutti quarantenni e non facciamo nulla di tutto ciò. Qualcuno allora si alza e con fare stizzito ci riporta all’ordine dicendo che non si è ancora cantato niente di Tiziano Ferro.

La serata è ancora lunga, Alessandro torna davvero dopo 30 minuti esatti. Vorrei chiedergli dove è stato, ma alla fine credo sia bello convivere con questa domanda misteriosa.

Prato, interno notte. Un po’ Cina e un po’ Italia. Qualcuno canta ‘Non me lo spiegare’ di Tiziano Ferro. Un titolo perfetto per questo pezzo.