Ci sono cose che facciamo senza pensarci.
Tipo riconoscere una bibita dal colore della lattina. Se è arancione, rossa o blu, sappiamo già cos’è. Non serve leggere.
La nostra mente utilizza un sistema che ci consente di risparmiare energia e tempo, mettendo una sorta di pilota automatico, che ci agevola le scelte quotidiane in base alla nostra esperienza, esperienza che abbiamo sudato a formare nei nostri primi anni di vita. Un sistema che si contrappone ad un altro, molto più complesso e molto più faticoso per il nostro corpo, che invece si mette sull’attenti e analizza la situazione specifica, se ce n’è bisogno. Ora, questi sistemi si chiamano 1 e 2. Uno automatico, uno no. Potrebbero anche chiamarli semplicemente così, ma tant’è.
Ecco, dicevo, di solito funziona. E ci fa stare tranquilli. Finché qualcuno non rompe il giocattolo.
Eh già. Perché a volte qualche simpaticone si diverte a giocare con le regole non scritte della civiltà. E mi manda fuori di testa. Con una sfumatura di emozioni che vanno dall’incazzatura, all’accettazione fino alla riflessione profonda. Tanto profonda che mi isola dal mondo, per qualche minuto.
L’ultima volta che è successo, ho deciso di scriverne. È stato qualche giorno fa, un sabato qualunque in un circolo della provincia, una di quelle pizzerie dove la pizza è buonissima, il servizio è gestito da volontari e 9 volte su 10 i primi sul menù non sono disponibili. Mannaggia.
Chiediamo due bottiglie d’acqua naturale e una frizzante.
Arrivano.
Due con etichetta e tappo rossi. Una blu.
Avranno sbagliato, penso.
No. Mi sbagliavo io. Mi sbagliavo alla grande.
Ma forse non era colpa mia, o forse sì.
Depende, come cantava Jarabe De Palo.
E qui inizia il mio viaggio mentale.
Perché per me era sbagliato? E soprattutto: era davvero sbagliato? E ancora, quanti errori di valutazione posso fare, su cose o persone, seguendo il mio istinto? Posso ancora fidarmi del mio istinto?
Andiamo per gradi. Sono cresciuto negli anni 90, a casa si beveva solo acqua naturale, di solito quella della Coop o dell’Esselunga, nulla di troppo sofisticato.
Mi tornano in mente alcuni dei nomi che c’erano scritti, tipo Fonte Dolomiti, Monteverde, Monte Cimone, tutto molto bello. Ma quello che mi ha forgiato la mente (ha salvato i dati nella memory card del mio sistema automatico) era il colore delle etichette, cioè la naturale era azzurra o blu, e la frizzante rossa, arancione o rosa. Fine.
Ecco, la mia pigrizia mi ha sempre portato a usare molto il mio sistema automatico. Quel sabato, al circolo, l’ho messo in discussione.
Se non è più vero che il tappo blu corrisponde alla naturale e il rosso alla frizzante, quante altre certezze devo mettere in discussione?
Quante altre regole non scritte sono destinate a cambiare?
Non lo so. Non so rispondere. E questo mi fa un po’ paura. Mi toglie la sicurezza che ho della vita. È forse proprio la paura che mi fa destabilizzare quando vedo quelle etichette di quel colore per me assurdo.
Forse è solo resistenza al cambiamento. Forse è necessario che accolga questa novità, come ho accolto ogni altro cambiamento più o meno recente: come le cannucce in cartone o i sacchetti della spesa bio.
Cambiamenti che ho accettato senza troppi problemi, perché hanno un senso e una rilevanza.
Ma qui è diverso. Più ci penso, più mi irrita.
Perché diversamente rispetto agli esempi qua sopra, il colore sull’etichetta delle acque non porta alcun beneficio, alcuna evoluzione, alcuna inclusione. A nessuno. Anzi, fanno solo confondere. È come se domani ogni distributore di carburante decidesse autonomamente di usare il verde per il diesel e il nero per la benzina. O se un comune decidesse di colorare gli stop di azzurro e i sensi unici di rosso. Un delirio.
Quindi, di grazia, possiamo smettere di far finta che questa anarchia verso i colori delle acque non ci coinvolga? Possiamo trovare una linea e seguirla?
Perché, alla fine, non è solo una bottiglia d’acqua. È quella sensazione che qualcuno, piano piano, stia cambiando le regole senza chiederci niente.
Un po’ come in quella intervista di Gianni Piras di qualche anno fa.
Così premonitoria che viene da pensare che “qualche coglione se li è venduti davvero, i colori”.
