Divani recuperati, dj set e collette tra amici: quando la provincia inventò gli stanzoni.
Comincio questo pezzo con un disclaimer: sono nato e cresciuto in una città di tre milioni di abitanti (dichiarati). Nel mio liceo eravamo più di mille – tra cui un campione del mondo del 2006 e un politico locale oggi in rampa di lancio nazionale – e a ricreazione bastava cambiare angolo del corridoio o piano della scuola per non vedere mai più una faccia. E sappiamo bene quanto possa essere doloroso, in adolescenza, trovarsi davanti facce che vorresti dimenticare. Forse è per questa mia formazione antropofuga (non è un refuso, googolate pure) che negli anni ho sviluppato una passione per le storie di provincia: quelle che sembrano uscite da una canzone degli 883 o da una ballata di Luciano Ligabue. È per questo che quando ho iniziato a sentire storie sugli stanzoni di Prato e provincia ho capito subito che dovevo saperne di più.
Se questa fosse una favola, inizierebbe così: tanti anni fa, nella provincia di Prato, prima dei locali e molto prima dei social network, c’erano gli stanzoni. Cosa sono gli stanzoni? Potremmo dire che sono un gioco di sottrazione perché per definirli è più facile dire cosa non sono o (visto che non ce ne sono più molti) cosa non fossero. Di sicuro non erano bar e nemmeno circoli. Non erano piazze, non erano locali. Non erano case e sicuramente non erano a norma. Negli anni dorati della città operaia quel termine indicava dei capannoni nati per ospitare telai e filatoi e diventati col tempo anche depositi o garage. Poi la storia è andata come sappiamo, arriva la crisi e in una specie di legge di Lavoisier applicata al mondo del tessuto dove nulla si crea o si distrugge, ma tutto si trasforma nascono i luoghi di cui stiamo parlando ora.
È così che gli stanzoni iniziano a ospitare altro. Cosa?
Potremmo dire del tempo condiviso. Diventano dei luoghi di ritrovo e incontro soprattutto per i più giovani. Funzionava più o meno così: all’interno di una compagnia arrivava la soffiata di un’attività fallita e quindi di uno stanzone sfitto; si faceva una colletta e in men che non si dica ecco che un gruppo variegato di giovanissimi si ritrova ad affittare quattro mura dentro cui traslocare il proprio tempo presente o la propria giovinezza, come direbbe Leopardi. Gli stanzoni diventano allora un centro sociale-privato, una contraddizione in termini ma pienamente coerente con la loro identità. C’è stato un momento in cui ogni compagnia nella periferia di Prato o nella Vallata del Bisenzio poteva averne uno.

Ognuno partecipava come poteva alla costruzione e a l’arredo: c’è chi dipingeva le pareti, chi stuccava, chi portava un divano, chi una poltrona, qualcuno sottraeva dal marciapiede mobili ed elettrodomestici destinati a un ritiro notturno di Alia e provava a rimetterli in sesto. Sembra di stare dentro Anna e Marco di Lucio Dalla, ma qui non c’è qualcuno che trova una moto per andare in città. Qui prevale la voglia di restare ed esistere. La musica negli stanzoni non mancava mai: c’erano impianti stereo serissimi costruiti unendo componenti differenti e attrezzature professionali per feste e dj set. C’è chi lì dentro ci ha organizzato aperitivi, compleanni, feste a tema, party in maschera o con la toga e addii al celibato o al nubilato. Qualcuno ci ha messo dentro un biliardino e altri un distributore automatico di merendine che veniva quotidianamente rifornito. Dentro gli stanzoni c’è chi ha fatto l’amore per la prima volta e chi ci ha preso indimenticabili sbornie e pure provato qualche droga. Una comunità, un ecosistema protetto per sperimentare e riprodurre la dinamiche della vita, una specie di Stazione spaziale che invece di orbitare sopra le nostre teste si apriva sulla provincia meccanica.
Nel 2017 lo scrittore fiorentino – Vanni Santoni – arrivava in libreria con La stanza profonda (Laterza). Un libro che parla di garage e giochi di ruolo, ma in un certo senso parla anche di Prato e degli stanzoni. Luoghi in cui, come racconta Santoni nel suo libro, ti immergi dentro e nel frattempo la vita va avanti, il mondo cambia, la provincia perde di senso e scopo.
Qualche tempo fa mentre raccoglievo del materiale per raccontare questa storia mi è stato inviato un link di una pagina Facebook ormai chiusa definitivamente. L’ultimo post risale al giorno della liberazione del 2013. Si chiamava semplicemente “Lo Stanzone”, un’altra pagina invece è ancora attiva, ma come succedeva un tempo (ebbene sì siamo entrati nell’era dell’archeologia social) ha un profilo privato, come se fosse una persona in carne e ossa. Si chiama “Stanzone ViadelsubbioVaiano” e ormai le uniche interazioni di cui c’è traccia sono quelle che avvengono nel giorno del presunto compleanno dello stanzone (29 luglio). Nel guardare le foto di queste pagine ferme nel tempo mi sembra di invadere vite e dinamiche di gruppo non mie. Codici che non ho condiviso e che posso solo immaginare. Chissà che fine hanno fatto quelle persone, chissà quanti di quei sorrisi e di quelle feste sono ancora oggi un bel ricordo, forse “il ricordo”, per qualcuno.
Mentre racconto l’idea di questo pezzo al direttore di Pratosfera scopro che uno stanzone (si chiama Lanarchico) è oggi un importante centro di arte e cultura contemporanea e ho un’illuminazione: lo stanzone alla fine sta ai pratesi come Arnold’s sta a Richie, Potsie, Ralph e Fonzie. Non un semplice luogo, ma una casa che a seconda delle necessità è stata capace di farsi rifugio e luogo dove lasciarsi andare e che per tutti è stato un primo passo sicuro verso l’emancipazione.

Mi colpisce, tra le tante, una foto: sullo sfondo c’è una lavagna con quelle che mi sembrano delle derivate risolte. In primo piano c’è un aperitivo abbondante, apparecchiato forse per festeggiare una maturità appena superata. Qualcuno avrà fatto la spesa il giorno prima, qualcuno sarà arrivato con la playlist giusta. Mi immagino che probabilmente per alcuni quello è il momento in cui inizia la fine, una vita altrove. Una verità palese, nota a tutti, ma che può aspettare ancora qualche ora. Lo stanzone adesso è pieno e la musica è alta. Per un po’ sarà lecito non pensare.
Foto in copertina di Corinna Del Bianco
