L’idea per questo pezzo nasce da un avventata operazione di rewatch di Gilmore Girls fatto da mia moglie lo scorso autunno. Operazione su cui di tanto in tanto mi soffermavo anche io riguardandomi qualche puntata per poi sottolineare insieme a lei come i dialoghi tra Rory e Lorelai fossero – ma 25 anni fa non sembrava così, lo giuro vostro onore – decisamente poco credibili e troppo complessi per un rapporto (per quanto idilliaco, come ci ricorda la pessima traduzione dell’opera in italiano) tra una madre e una figlia.
Ecco, durante una di queste puntate GQ commissiona a Rory (che insegue il sogno di diventare una giornalista giramondo come Christiane Amanpour) un pezzo sulle file a New York. Sì, proprio le file: quelle linee più o meno ordinate di persone che tendenzialmente sono in piedi e in attesa di fare qualcosa o vedere qualcosa accadere. Diverso tempo fa a un amico – pratese anche lui e quindi perfettamente contestualizzato tra queste righe – ho inavvertitamente spoilerato che in Friends Ross e Rachel fanno una figlia. Pur ritenendo che il reato di spoiler a un certo punto vada in prescrizione sono rimasto scottato da questa esperienza e non vi racconterò come va a finire l’avventura di Rory con GQ. Però – ed eccoci di nuovo al punto di partenza – l’articolo su cui lavorava la giovane Gilmore mi ha fatto pensare che sarebbe stato interessante scrivere qualcosa di simile per Prato, perché io da quando frequento la città (autunno del 2015, circa) una fila degna di questo nome l’ho vista e continuo a vederla solo in un preciso luogo.

All’inizio devo confessare di essermi trovato un po’ spaesato non capendo perché così tanta gente fosse in fila per entrare da OVS, salvo poi comprendere che stavo clamorosamente sbagliando il punto di vista di tutta la storia. Quella fila, voi nativi pratesi lo avrete ormai capito, era in realtà rivolta dall’altra parte: era per entrare dentro la Pizzeria di via Garibaldi. Una pizzeria a taglio talmente famosa che non ha bisogno nemmeno di avere un nome. Semplicemente le bastano le coordinate generali come la via (Garbaldi) e il core business (pizzeria). Ora che serva un romano a spiegare questo luogo ai pratesi è abbastanza paradossale, però credetemi che a Roma una fila di quelle dimensioni per entrare dentro una pizzeria non c’è mai stata e mai ci sarà. Probabilmente perché nella Capitale è possibile imbattersi in un pizza a taglio ogni 500 metri, qualcosa di così frequente che l’esercizio commerciale assume a quel punto anche il ruolo di servizio pubblico, sociale e persino di presidio territoriale. Ma in via Garibaldi no. È diverso. Qui da mezzo secolo, come dicono loro stessi in una pagina Instagram gestita in maniera un po’ boomer, dietro quel bancone sono passate persone e generazioni.
A questo punto dell’articolo è necessaria una precisazione: questa non è una recensione gastronomica. Mi capita di tanto in tanto di scrivere di questi temi per un noto giornale, ma io non so nulla di cibo. E questa cosa devo dirla ogni volta perché la sindrome dell’impostore non abita più qui da tempo. Però scrivo tanto di sport e so che lo sport e il cibo hanno un comun denominatore molto potente: sono veicoli che raccontano storie.

Ecco, parliamo di storie. C’è chi mi racconta che si metteva in fila su Via Garibaldi solo perché nella stessa fila c’era il ragazzo dei suoi sogni, chi veniva ipnotizzato dal profumo, pur sapendo che quella pizza l’avrebbe mangiata fredda o riscaldata e quindi cattiva, chi era lì perché era esattamente lì che un giovane pratese doveva stare il sabato o la domenica pomeriggio. La pizzeria di via Garibaldi è stata una specie di primo social network, quando il termine social network ancora non esisteva, e sapevi che al massimo – se faceva freddo – ti dovevi mettere due magliette per stare a tuo agio in quel provvisorio centro del mondo. E tanto bastava. In fila c’era pure chi ancora non lo sapeva, ma era celiaco e poi la sera sentendosi male pensava a quanto fosse dolorosa l’adolescenza. E invece no: era solo il glutine. Erano solo gli anni novanta, bellezza.
Qualcuno mi racconta che tra adolescenza, scuole superiori e università si sarà messo in fila almeno tre volte a settimana e ogni volta la fila era di almeno quindici minuti. Stimiamo allora tre pomeriggi a settimana, per dieci mesi l’anno, in maniera continuativa per quindici anni della propria vita, passando in attesa del proprio turno 15 minuti ogni volta. Fanno (e ho arrotondato per difetto) 18 giorni dell’esistenza di qualcuno di voi, trascorsi ad aspettare qualcosa che poi non era mai davvero la pizza. Per darci un metro di paragone il nuovo modulo lunare Artemis porterà nelle prossime settimane l’uomo a orbitare attorno alla luna in tre giorni. Per qualcuno la pizzeria di via Garibaldi sono stati sei viaggi verso la Luna, forse anche qualcosa di più. Un viaggio in cui Prato è cambiata come del resto anche i Millennials sono cambiati; perché è le generazione dei Millennials pratesi che ha vissuto appieno questo periodo, diventando adulta e crescendo insieme a quel locale.
Che ha visto cambiare il mondo del tessile, l’arrivo dei cinesi, la chiusura della Standa di Pratilia e di molti altri negozi storici, ha pensato che Piazza del Duomo non sarebbe mai potuta essere pedonale… E invece succedeva e Prato non finiva e nemmeno la pizza. I Millennials sono la generazione che ha fatto da ponte tra due mondi, hanno accettato con la stessa serenità che per telefonarsi servisse un gettone e una cabina, ma hanno saputo adeguarsi ai cellulari e poi ai modem e poi ai social network e oggi all’Intelligenza artificiale. Hanno visto cambiare l’esame di maturità, hanno conosciuto la lira con cognizione di causa, hanno visto il rigore di Baggio col Brasile e sono stati con consapevolezza dentro la prima Repubblica. I Millennials pratesi hanno saputo reagire e integrarsi a tutti questi cambiamenti sapendo che un pezzo di pizza su Via Garibaldi li avrebbe sempre aspettati.

E io? Anche io quella pizza l’ho mangiata ovviamente, forse fuori tempo massimo. Mentre iniziava ad affacciarsi in quella fila anche la Gen Z. Io sono uno che al gioco del “cosa ti porteresti da mangiare su un’isola deserta” rispondo “pizza” senza doverci pensare. Per me non esiste una pizza cattiva e quella di Via Garibaldi è gradevole, ne ho mangiate sicuramente di migliori ma anche di decisamente peggiori. Ma è fuor di dubbio che il fascino di questa storia stia nel contenitore e non nel contenuto. Nell’attesa e non nel trancio da mordere.
Recentemente una persona mi ha detto che quando il vento soffia da Spazzavento, il luogo di sepoltura di Malaparte, il profumo della pizza si incastra dentro via Garibaldi e prende una doppia direzione: se ne va a sinistra verso Piazza Mercatale e sale a destra verso Piazza del Duomo. Ho pensato che questa frase fosse talmente romantica e bella che non ho ritenuto interessante fare un fact checking. L’ho presa come un assioma, vera nella sua indimostrabilità.

