Tecnica, disciplina, ritmo, sbaglia, ripara, riparti.
Lo sport funziona così.
Si impara una tecnica, ci si allena con disciplina e si cerca di dare ritmo alle proprie azioni. Poi si sbaglia (più e più volte), si cerca di metterci una pezza (espressione che tra qualche riga non vi sembrerà più così casuale) e si ricomincia.
Capita così che, quando parliamo di sport, ci rendiamo conto che non è mai semplicemente una questione di sport. È anche di altro. Frequento Prato da una decina di anni, troppo pochi per averne vissuto una versione che mi è stata soltanto raccontata. Quella di una Prato fatta di micro-realtà imprenditoriali che iniziavano appena fuori dal centro storico. Un nugolo di vie che rumorose, al suono dei telai, producevano e si distendevano fino alla profonda periferia. Un ritmo meccanico e incessante che univa la tecnica, la disciplina, il ritmo e la gestione dell’errore (la pezza da cucire su qualche straccio). Con questa analogia voglio forse dirvi che lavorare nel tessile equivale a fare sport? No, o almeno non proprio. Però – ed è un però che vi invito a immaginare scritto in grassetto e sottolineato almeno un paio di volte – ci sono delle storie che non possono non tenere conto del contesto in cui sono nate. E ci sono delle vite che non possono essere separate da quello che hanno visto crescere intorno a loro per poi esserne influenzate.
Se è vero che – come diceva Malaparte – tutto il mondo prima o poi finisce a Prato grazie agli stracci, allora può essere vero anche il contrario e Prato può finire in tutto il mondo. E primeggiare. Lo scorso 12 dicembre la fiamma olimpica ha attraversato la città. È partita da Viale Montegrappa e di mano in mano, dopo circa due ore è arrivata in centro. Era mattina presto e pioveva. Io ero in giro per per un appuntamento di lavoro e per sbrigare qualche commissione. Non avevo l’ombrello e così mi sono fermato sotto la vetrina di un negozio chiuso (e mai più riaperto) a godermi quello spettacolo. È stato in quel preciso momento che ho iniziato a domandarmi chi fosse il pratese più famoso nel mondo dello sport. Bobo Vieri? Suo padre? Forse suo nonno? O Jury Chechi che di olimpiadi qualcosa ne sa? O forse Paolo Rossi che nell’estate del 1982 portò la Coppa del Mondo e un pezzo di Spagna fino a Prato? Ci ho pensato a lungo o almeno per un tempo che mi è sembrato lungo, mentre guardavo quella colorata – ma rispettosa del fuoco sacro di Olimpia – carovana passarmi davanti. La risposta? Nessuno di questi.
Qualche anno fa ero a cena con il mio editore e chiacchierando con lui è nata una frase che ancora oggi rappresenta il claim della casa editrice: si scrive sport, si legge vita. È proprio pensando a questa frase che davanti a me è comparso il volto di Fiorenzo Magni. Anzi, non proprio un volto, ma una foto. Quella a cui pensano tutti quanti quando si parla di lui. Si tratta di un’immagine che probabilmente avrete visto almeno una volta. È una foto vecchia, in bianco e nero; in primo piano c’è un uomo sofferente che pedala mentre stringe coi denti la camera d’aria di una ruota. L’altra estremità della camera d’aria è legata al manubrio. Sembra quasi che stia guidando la bici con la bocca, e in parte è davvero così. Quell’uomo è Fiorenzo Magni intento a percorrere la crono scalata di San Luca, a Bologna. Siamo al giro d’Italia del 1956. Il pratese il giorno prima è caduto a Volterra, rompendosi clavicola e omero. Rifiuta il gesso e soprattutto rifiuta di ritirarsi. Ecco allora l’idea di un meccanico: prende una camera d’aria dal suo borsone, la lega al manubrio e l’altra estremità la infila in bocca a Magni. È fatta. Quello che il corridore non riuscirà a fare con il braccio infortunato lo farà con la bocca, tirando quanto serve per tenere il manubrio saldo o piegato il necessario per curvare. Magni con la spalla esplosa in più punti finirà quel Giro al secondo posto. Tognazzi e Vianello che quell’anno raccontano le tappe alla radio lo soprannominano Fiorenzo il Magnifico anche se il nome che lo accompagnerà per tutta la vita sarà Il leone della Fiandre, per aver vinto la classica monumento belga per tre volte consecutive dal 1949 al 1951.
Ma torniamo a Prato. Magni esordisce con la ciclistica Pratese e una delle prime bici con cui gareggia è costruita da un meccanico che di cognome fa Coveri. È il padre di quell’Enrico che diventerà uno stilista di fama mondiale. Professionista dal 1941 al 1956 il Leone delle Fiandre è stato spesso considerato il terzo uomo, per la capacità di inserirsi nella rivalità tra Fausto Coppi e Gino Bartali. Vince il Giro d’Italia nel 1948, nel 1951 e nel 1955 e si ritira per volere del Capitano Bartali da un Tour de France mentre era maglia gialla.
Il suo nome è spesso associato alla battaglia di Valibona, anche se nel luogo della storica battaglia di resistenza arriverà (vestendo la divisa della Repubblica sociale) a combattimenti già terminati. Verrà processato e sarà assolto, ma per i toscani sarà a lungo il fascista traditore, motivo per cui – si dice – ha lasciato la sua terra per andarsene a vivere in Brianza.
Diverso tempo fa durante un’intervista Ernesto Colnago (per chi non lo sapesse Ernesto Colnago sta alla bicicletta come Enzo Ferrari sta all’automobile) mi ha raccontato che deve parte della sua fortuna proprio a Magni. I due si conobbero a Lecco durante un’uscita in bici, cinque gironi prima del Giro del 1955. Magni si lamentava per un dolore al piede e Colnago gli fece notare che aveva una pedivella storta che gli faceva appoggiare male la pianta. Magni lo scrutò dall’alto verso il basso. Lo sguardo tipico che anche oggi rivedo in tanti pratesi. Quello sguardo alla Alberto Sordi, alla io so’ io e vo nun sete un… Ma anche uno sguardo che trasuda intelligenza, che va oltre il personaggio e fa trionfare l’istinto dicendoti di assumere uno sconosciuto meccanico perché senti che è speciale. Colnago quattro giorni dopo parte per il Giro. Il resto è storia, per entrambi.
Coveri, Colnago, il meccanico della camera d’aria. Tre micro aneddoti che raccontano il campione di una città che è stata (e sa ancora essere) a suo modo meccanica, un’officina morale in grado di generare uomini che sanno ripararsi in corsa, senza fermarsi. Capaci di mettere una pezza, mordere una camera d’aria e continuare per la propria strada. Magni ha saputo vincere in un ciclismo che aveva già Coppi e Bartali e ha scritto un pezzo di storia muovendosi in equilibrio dentro un mondo pieno di insidie. Il trucco per farcela, in fondo, lo aveva imparato andando in giro per la sua città: tecnica, disciplina, ritmo, sbaglia, ripara riparti
