Quanto è importante sacrificarsi per raggiungere i propri sogni? Quanto si può diventare soli mettendo come unica priorità il successo?
Spesso vediamo il prodotto finale ma non sappiamo tutti i retroscena. I pregiudizi nel mondo dell’arte sono conosciuti, ma non così tanto quanto ci piace credere. Girare il mondo ci fa capire quali siano gli standard ai quali dobbiamo sottostare, e se riusciamo a stare al gioco ci sentiamo invincibili. Tornare a casa dovrebbe essere il modo migliore di festeggiare e di sentirsi appoggiati dalle persone vicine. Ma non sempre è così: passare da una realtà caotica e piena di movimento, a un paesino in Italia in pandemia non è semplice.
Questa è la storia di Charmein Giulia, intervistata da Inas Ouasif e Giada Ciuffatelli per Pratosfera.
Chi sei? Qual è la tua arte?
Mi chiamo Charmein Giulia, che è il mio nome d’arte ma anche il nome vero. Rappresenta il nome americano scelto da mia madre, e quello italiano scelto da mio padre.
Volevo solo ballare ma poi la situazione si è un po’ complicata: da ballerina professionista a coreografa a insegnante. Quando sono tornata dalla Cina ero tornata per riposarmi, ma c’è stato il covid. È stato un riposo forzato. Poi in Cina la vita è molto frenetica, quindi è stato un grande cambiamento. Per me era normalissimo ballare tutti i giorni, amavo lavorare.
Come mai ti sei trasferita in Cina?
È stato un colpo di fortuna. Prima mi ero trasferita a Valencia. Volevo vedere se riuscivo a diventare ballerina. Qui in Italia era visto come un passatempo, tutto finalizzato al saggio della scuola. Io però sognavo in grande.
In Spagna mi sono sentita a casa. La mia crew mi ha invitata a ballare in discoteca, e lì ballare è un momento di condivisione. Sono andata in un’accademia, dove facevo lezioni dalla mattina alla sera. Ho cominciato lì a fare heels.
Poi ho fatto un casting. Tanti ballerini spagnoli si trovavano in Cina. Mi avevano detto che il casting era basato sull’aspetto. Prendevano ragazze molto alte, pelle bianca, bionde, occhi azzurri. Non ero il profilo che cercavano, ma ho perseverato.
Ho mandato dei video di me che ballavo e mi hanno richiamata per andare a lavorare lì. Avevo 21 anni.
In che parte della Cina lavoravi?
Ballavo nelle discoteche e lì c’è molto più il concetto di intrattenimento. Ho imparato come ci si comporta negli ambienti professionali. Ero in un corpo di ballo, si facevano coreografie.
Da lì si è aperto un mondo. Chiedevo se potessi montare degli show, fare dei video e quello è stato il mio primo pezzetto di curriculum da coreografa. Offrivo qualcosa di diverso che loro non avevano. Io sono un metro e sessanta e mi confrontavo con ballerine altissime. Ho cominciato a capire che c’era qualcosa in me che mi portava a ottenere il risultato. Mi sono inventata di fare tutte le sezioni degli uomini con i tacchi. Tutto quello che gli altri facevano con le scarpe io lo facevo con i tacchi, quindi il lavoro per me c’era.
Il culmine con i tacchi l’ho raggiunto quando mi hanno chiamata a insegnare alla Millennium Dance Complex come prima insegnante di heels. Avevo un mesetto per prepararmi e sono stata tutti i giorni a studiare il mio corpo: vedere video, come si muoveva il piede, come si vedeva meglio la spalla, come si vedeva la punta.
L’Universo mi aveva mandato un’opportunità, non potevo sprecarla. Dovevo impegnarmi.
Dopo il covid che è successo?
Un disastro. Noi artisti abbiamo la tendenza a sentire molto.
Mi sono trovata isolata, a vivere di nuovo con i miei genitori dopo sette anni. Ballavo, mi allenavo, e ho iniziato a fare freestyle. Mettevo basi da youtube e mi registravo, era una valvola di sfogo. Sono stata un mese senza parlare. Ero molto scontrosa, non comunicavo.
Dal vivere luci e concerti, allo stare a Pistoia, dove non avevo nessuno con cui allenarmi o confrontarmi. Sono andata a lezione di canto e da lì si è sbloccato qualcosa. Mi hanno chiamata da una scuola per insegnare reggaeton e mi sono trovata a confrontarmi con livelli diversi. Ho messo da parte il mio ego da ballerina e ho dovuto fare il passo per insegnare. Quando sei giovane e balli hai l’ego di voler apparire e stare in prima fila. Però insegnando mi sono concentrata talmente tanto sui miei allievi che naturalmente non vedevo più la necessità di ballare con loro. Ogni tanto lo faccio, ma più per una questione affettiva.
Cos’è tweels?
È nato perchè ho fatto un casting per Tu si que vales. In Cina ogni volta che facevo twerk veniva visto un po’ male, quindi ho smesso di menzionarlo. In Italia mi sono ritrovata davanti a questo pregiudizio, e quando mi hanno chiesto quale fosse il mio stile, mi sono vergognata di dire twerk, volevo dire heels e ho fatto un mix: tweels.
Sei anni fa non riuscivano a capire la mia arte, era considerata troppo volgare.
Inizialmente tutti mi proponevo di diventare una tik tok dancer e anche se non sembrava il mio ho iniziato a pubblicare tutorial di floorwork sui tacchi. Dopo il riscontro positivo ho puntato su tweels come marchio di fabbrica di un mio metodo d’insegnamento.
Com’è nato il brand di calzatura e abbigliamento?
In Cina ho avuto a che fare col mondo manageriale e su cosa vuol dire gestire economicamente legami lavorativi. Ho trovato il coraggio di iniziare il mio brand di scarpe, testando e provando per mesi e anni sui miei stessi piedi il prodotto. È stato difficile farsi prendere sul serio come imprenditrice e ottenere la fiducia del mondo esterno che mi ha sempre vista come una ballerina e un’insegnante ma questo non mi ha fermata. Adesso il mio brand è riconosciuto anche all’estero e ho clienti fedeli che davvero valorizzano e hanno ripagato i miei anni di ricerca e studio.
Qual è la tua ossessione?
Oltre la punta e l’en dohor, è la perseveranza e l’essenza. Ovvero cercare la verità di quello che si vuole portare di personale nella propria danza, indipendentemente dagli aiuti o le sfide che ci pone davanti il mondo. Ogni progetto deve avere una parte di se stessi, anche se si è consapevoli che non piacerà molto agli altri. I miei genitori sono quelli che mi hanno trasmesso questa costanza, dandomi fiducia e lasciandomi vivere i miei sogni. Io in cambio mi sono impegnata a non deluderli: lavorando sodo, imparando 6 lingue e non smettendo mai di studiare o migliorami. Mi sentivo di dover dovergli dimostrare che i loro sacrifici erano serviti a qualcosa e che anche se avevano immaginato un futuro diverso per me – come seguire degli studi universitari – sono riuscita a costruire il mio futuro e a renderli fieri di me.
Cosa hai imparato e cosa impari ogni giorno dalla tua arte?
Sono capace di sostenere cose molto più grandi di quanto penso. Adesso mi rendo conto che tutto quello che volevo fare e tutto quello che gli altri credevano impossibile, alla fine l’ho fatto, ed è tutto frutto del lavoro, del sudore e dei miei sacrifici. Il mondo non si ferma se tu hai un problema, è lecito avere una pausa o disperarsi per cinque minuti ma l’importante è trovare più soluzioni che problemi.
