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Il sottobosco/3 Lorenzo Tonda

Lorenzo Tonda Sottobosco

Lorenzo Tonda è sempre stato affine allo studio delle discipline artistiche e alla filosofia, ma solo con il percorso in accademia ha capito davvero di poter fare il pittore. Il fascino per le prospettive ha sempre influenzato il suo percorso artistico: applica la geometria descrittiva alla rappresentazione visiva riproponendo in chiave contemporanea l’eredità rinascimentale fiorentina.

Ogni tecnica porta con sé un messaggio chiaro. La sua ossessione per l’affresco dimostra il suo amore per l’arte pubblica: l’arte vincolata ad un luogo si allontana dall’arte contemporanea che invece è libera dagli spazi. Un murale è fatto per restare nel tempo e nello spazio e per raccontare la collettività di chi lo vive.

I primi progetti di arte pubblica sono stati durante l’accademia, il più importante in Bulgaria: la rappresentazione di un San Paolo per un monastero ortodosso, intrecciando l’iconografia cattolica fiorentina con quella del luogo.
Dopo l’accademia si sposta in Slovacchia per una committenza pubblica, dove realizza un affresco su una novella del luogo, scontrandosi successivamente con le problematicità dell’arte pubblica. Il muro sul quale aveva dipinto l’opera è stato demolito, segnando così la morte del suo lavoro.

Da autodidatta si è avvicinato alla grafica 3D per poi spostarsi a Roma per collaborare due anni nella bottega di Nicola Verlato. Lì ha rafforzato il concetto di rappresentazione tridimensionale del lavoro: dalla prima idea al momento in cui si mette mano sulla tela c’è uno studio di costruzione della scena, che utilizza software 3D per approfondire le ombre e gli incastri tra le figure.

Cerca di trasmettere sempre una riflessione e un concetto filosofico in ogni sua opera, nascondendo nei dettagli le storie.
Il murale nel giardino di San Jacopino è un perfetto esempio della sua etica artistica. La tecnica utilizzata è quella della pittura ai silicati inventata in Germania come surrogato dell’affresco: è una pittura mineralizzante a base di silicato di potassio che da liquefatta veniva utilizzata per dipingere le case e renderle ignifughe. Gli artisti hanno iniziato a utilizzarla come alternativa all’affresco nell’800: è una pittura a secco che, però, ha un grado di aggregazione col muro molto forte che fa sì che non si sfogli.

Adriana Dada era una donna che ha lottato per creare una comunità e unire la multietnicità del luogo, organizzando un evento intitolato “Mangia come parli” in cui ogni cittadino del quartiere portava un cibo della sua cultura.
Questa attività è stata l’ispirazione per la scena rappresentata nell’opera, realizzata insieme a Federico Niccolai. Un’estetica che guarda alla tradizione, in contrasto con la street art circostante. L’opera comunica valori di comunità e unione e combatte lo stereotipo dell’arte classica come comunicatrice di valori appartenenti solo a una certa classe politica e a una certa classe sociale.

Al centro dell’opera possiamo osservare un lucchetto e una catena spezzata. Questi simboli raccontano la storia del luogo, occupato negli anni 70’ per contrastare l’immobiliarismo dei campi privati e lottando per la costruzione di una scuola e di un giardino pubblici.Le colonne che incorniciano la scena chiudono e aprono contemporaneamente un luogo definendo uno spazio umano.

La visione artistica di Lorenzo Tonda rappresenta davvero un ponte tra la storia e la contemporaneità, rimanendo fedele all’estetica rinascimentale trasmette valori attuali e regala nuove prospettive degli spazi che abita.