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Aperitivi di lotta e tartine di governo: per una democrazia dignitosamente brilla

Scusate, ho capito che vince Biffoni, ma l’altro candidato, come si chiama?

Gianluca.

E di cognome?

Non me lo ricordo.

E come si fa a votarlo?

Tanto vince Biffoni che te ne frega.

Il bello della democrazia è l’alternanza, i programmi che si esauriscono in un ciclo vitale e il cambio, sia di colore che di facce. Perché una maggioranza che si rispetti ha tanto bisogno anche di una forte opposizione, altrimenti è delegittimata. 

A Prato no.

A Prato l’alternanza c’è stata una volta perché a sinistra erano volati gli stracci (la città è quella giusta del resto), i programmi non li legge nessuno, i dibattiti non si sono fatti e l’entusiasmo per queste consultazioni è stato pari a quello di un paziente alla vigilia dell’intervento al varicocele.

Così, dopo dieci anni di Matteo Biffoni ( Veronichina che nel frattempo è diventata uno schianto di figliola e urban Jungle, solo per ricordarne i successi) e un piccolo intermezzo al femminile con Ilaria (mia amica come del resto lo è Matteo che conosco da tutta la vita), si è pensato fosse il caso di rinnovare, cambiare, gestire differentemente, rivoluzionare tutto per non ripetere i soliti errori. Ci vuole progettazione.

E quindi riborda Biffoni. Ma diciamocelo: fino ad ora si è scherzato, ora si fa sul serio.

La cosa mi ha preoccupato fin da subito.

Forte dei 22mila voti (tributati per mandarlo lontano, dicono i maligni), l’uomo di Coiano si ripresenta alla zitta, senza nemmeno un santino, un cartellone, un adesivo, nulla. 

Eppure terrorizza tutti. 

La destra dopo un paio di scandaletti interni, invece di partire a spron battuto con la campagna elettorale, inizia addirittura a dibattere come nemmeno la peggior sinistra. Una cosa mai vista. E se candidassimo Chiara La Porta? Da Roma ora è a Firenze, sicché perché non portarla a Prato (probabilmente l’avevano scambiata per un salmone che va sempre più a nord), oppure Cenni. Ma quale dei due? O Rita Pieri? No con lei va a finire che si vince, che sei grullo. E via di questa lena per mesi, fino a sfinire gli elettori, trasformando la campagna elettorale della rive droite in una specie di suicidio assistito, che tanto a Prato “Ha d’arrivà Biffoni”. 

E se tutto è già scritto, perché fare una campagna elettorale rischiando magari di far riflettere gli elettori? Perché sperticarsi su interporto e Creaf quando si può vaneggiare di uno stadio calcistico adeguato al rango dell’equipe cittadina? (attualmente in serie D e con importanti movimenti negli spogliatoi a detta delle malelingue). Perché spendere energie in inutili comizi che in fondo annoiano e non portano a nulla? Ci vuole novità, ci vuole il brio che un tempo aveva la Milano da bere, ci vuole una nuova forma di politica, più leggera, scintillante e divertentista: ci vogliono gli aperitivi. 

Avete letto bene. Gli aperitivi.

Lei è per il maggioritario o per il proporzionale?

Ma che cazzo me ne frega a me, io sono per il Margarita con parecchio ghiaccio.

Non ci si crede ma è andata davvero così. Lo ripeto: gli aperitivi. La nuova forma di propaganda: no alla falce e martello o allo scudo crociato, no alla fiamma, sì al Campari Soda. E invece che parlare del futuro, un bel brindisi. Pare fantascienza. Eppure i candidati di una città commissariata in cui il principale aspirante al titolo di primo cittadino decide di non farsi manco vedere per sbaglio, invece di approfittarne per organizzare luoghi di incontro dove diffondere strali per i fallimenti della controparte, non è parso il vero di fottersene e darsi alle serate col gomito alto. Perché annoiare gli elettori quando li possiamo comprare con tre tartine e un Martini dry? Vuoi mettere il consenso che dà discutere del distretto, degli stranieri, della crisi, dei cobas incazzati e della sicurezza ai minimi storici spaccando gli zebedei a tutti, col sorridere beati concentrandosi sull’happy hour? Mi voti? Tiè beccati la drink card.

Una roba mai vista.

Esterrefatto mi sono rivolto a Enrico, col quale da sempre mi confronto sui temi della vita. 

Che si fa, si vota Biffoni?

No sie, tanto vince lo stesso, divertiamoci a votare uno che non voteresti mai.

Ma Matteo è un amico.

Questo non vuol dire che lo si debba sostenere per forza. Tanto vince lo stesso.

E allora chi votiamo?

Chi ci tratta meglio.

Ed è con questo sano proposito affatto disinteressato che io e il mio braccio destro abbiamo iniziato un tour elettorale basato sui crostini, gli aperitivi e la musica chill out.

Prima tappa: il Karaoke femminista. Ci pareva una cosa innovativa. Ci sbagliavamo di brutto. Io non ci volevo andare ma Enrico che è più sensibile alla realpolitik del sottoscritto ha insistito: ci sarà pieno di ragazze senza reggiseno, non ce lo possiamo perdere. 

Lui è per il maggioritario alla tedesca, per inciso.

Organizzato al circolo Quinto Martini (il quinto martini… il nome è perfetto signori miei e nessuno lo ha capito) dalla sinistra femminista, il luogo è sicuramente adatto alla sinistra combattente: arredamento antico, gente vestita male (ore e ore a scegliere come vestirsi di merda prima di uscire) e prezzi popolari. Sì perché cantare era gratis (e si sentiva) ma bere costava qualcosa. Molto male. Fuori al fresco ci sono diversi esponenti Pd, da Diego Blasi a Tinagli, passando per Giardi e il segretario Di Sanzo. Ma a noi interessano le donne e soprattutto il karaoke, quindi entriamo. La prima che incontro è Ari, la ragazzina di origine albanese poi eletta consigliera e che una manica di vigliacchi ha apostrofato coi peggio insulti sui social. 

La saluto: Ciao stronza

Sorride, le ho promesso il voto solo se la posso insultare. 

Al bar troviamo Marta Logli, da qualche giorno neo consigliera regionale. Enrico ordina al banco poi sentendosi ispirato decide di dire una cosa intelligente: “Ti sta bene codesta gonna.” Modo elegante per dire: beh avete capito cosa volesse dire. In un attimo ci becchiamo tutti e due (io non avevo detto nulla) di ridicoli maschi cis gender patriarcali colonialisti maschilisti. E basta.

Ordiniamo un secondo grappino e mentre io mi interrogo sul significato di colonialista Enrico si sta eccitando per la ramanzina rimediata. In pista nel frattempo la candidata Cacciato e altre sue seguaci berciano il peggior pop invece che bandiera rossa o i canti della Russia comunista. 

La sinistra dei duri e puri non ci ha convinto molto. 

Seconda tappa: sabato pomeriggio in Piazza del comune; Magni candidato nella lista Belgiorno, distribuisce panini alla mortadella. Magni della Magni petroli. Mortadella. Non ci fermiamo. Mi aspettavo le secchiate di ostriche, mi ritrovo una merenda che manco alla festa dell’unità di Avellino. Programma elettorale pessimo. Bene non sia stato eletto. Alla prossima tornata che si faccia affiancare minimo da Bastianich, se vuole il mio appoggio politico. Male, male, male.

Terza tappa, la sinistra moderata, l’imprenditore Marco Burani. Proprietario di un numero imprecisato di supermercati “Natura sì” e prossimo (si dice) all’acquisto di una Porsche nuova di pacca, come si addice a un vero uomo di sinistra (avessi i soldi la comprerei eh!), Marco si candida con la lista Biffoni e offre un aperitivo in una pasticceria sotto casa, molto popolare ma altrettanto carina, con tartine rigorosamente bio. Una cosa di classe mascherata da: “ho organizzato in fretta per pochi amici, che volete che sia, approfittatene è tutto a chilometro zero”. Ogni tartina aveva un costo equivalente a una pizza al bar Vienna, ma doveva sembrare roba semplice. Molti lo avrebbero criticato, a noi ci ha convinti alla grandissima: programma non privo di contenuti. Certo alcuni diranno poco di sinistra, intanto però si arriva e ci ammolla una drink card, guadagnandosi immediatamente tutto il rispetto politico che uno spritz al campari trascina con sé. Rimaniamo a parlare quindi col candidato (non lo nego è un caro amico) chiedendogli cosa intende fare qualora venisse eletto, soffermandoci in particolare sulla sicurezza:  “Marco – chiedo – la sicurezza a Prato è un tema importante, i furti sono all’ordine del giorno. Te che nei tuoi supermercati fai pagare un pacco di biscotti cinque euro a confezione, non senti di doverti costituire immediatamente?”

Ridiamo, lui per primo, spiegandoci che i suoi prodotti sono fatti con tutto l’amore del mondo, che sono sani e rispettano anche gli oppositori politici. E a sostegno della tesi ci mostra il santino: il suo nome su una bustina di semi per fiori che attirano le api. “Le api non devono scomparire!” “le zecche sì”, stavo per rispondere io al secondo campari e già convinto di essere a un aperitivo della destra, ma mi censuro. Enrico invece ha la barra dritta e decide di toccare il punctum pruriens delle amministrative cittadine: la polemica fra Burani e Zecchi per un cartellone elettorale (minuscolo) affisso sulla vetrina di Natura sì.

“Mi sono arrivati i vigili urbani per questo, vi rendete conto? I vigili urbani. Nella mia proprietà.”

“Che vergogna” rispondiamo in coro accigliati e solidali io e Enrico.

“Zecchi più volte mi ha detto che era contrario al manifesto affisso nel supermercato”

“Cosimo è una brava persona ma è un fascio, un violento e una persona disgustosa, non può apprezzare i tuoi metodi perché odia proprio la tua etica. È un amico ma è un camerata poco da fare: gente che vive nel medioevo e ci vorrebbe tutti in riga sotto una dittatura”.

Mangio una tartina mentre arrivano Simone Faggi con un golfino un po’ andatuccio e la Squittieri in nero, li salutiamo amichevolmente e ce ne andiamo. Dove? All’aperitivo guarda caso di Cosimo Zecchi. Carichissimi.

Arriviamo al Passaparola e la cosa pare notevole: saranno anche fasci a detta di certa gente, ma le feste quelli di FdI, le sanno organizzare. Il contrasto stride: Burani una pasticceria del menga, qui pare il four season. Camerieri in livrea, dj di livello, tavole agghindate, buffet da panico e ospiti vestiti bene. Da sempre poco vicino alla destra, gli invitati mi guardano come si guarderebbe un brontosauro dalla manicure ma io resisto e apostrofato da un mio amico assolutamente gay con la frase: stai a vedere che sei mezzo di destra, sto per ripetere: stai a vedere che sei mezzo etero, ma glisso. Certi stereotipi vanno superati e per prima cosa con Enrico approcciamo Zecchi, reo dei fatti di cui sopra ai danni del povero Burani: “Hai fatto bene a criticare quella zecca di Burani, ma che si fa campagna elettorale nei supermercati? È un amico ma il rosso di dosso non glielo levi: son gente coi paraocchi quelli lì, odiano la libertà, son comunisti, via, gentaglia. Glielo dovrebbero far chiudere quel posto dove fra l’altro ci va altro che gente come lui (cioè gente coi soldi, io non me lo posso permettere ma li ho assaggiati quei biscotti che costano come anelli di Bulgari… devastanti)”.

Ci pareva bello infamarli entrambi con livore visto che gli stavamo scroccando la merenda e la cena. Però ecco, entrambi da votare, bravi, ottima campagna elettorale, ottimo programma, ce ne ricorderemo nell’urna. Stiamo quindi uscendo quando dalle coltri emerge un personaggio mitologico, uno che pensavo esistesse solo su pochi cartelli elettorali, un uomo mai visto, un ologramma, un personaggio di fantasia: Gianluca Banchelli. Dal vivo non lo avevo mai incontrato e me lo presentano. Lo tocco, lo palpo proprio e vi confermo che sussiste e respira, si muove, insomma non è frutto di intelligenza artificiale. Sorride, è simpatico. Forse con le tartine dello Zecchi si è guadagnato il voto disgiunto.

Ultima tappa: Targetti. Sperando non mi quereli o mi dichiari ineleggibile, incandidabile o addirittura illeggibile (io comunque il suo “Pratown” l’ho comprato). Organizza il buffet al bar Hegel e arriva in bici, un misto fra Mangani e Michael Collins, dichiarando di aver messo in vendita il suo Suv (una specie di camper a quaranta posti spacciato per automobile) omettendo di dire che ne ha comprato uno più caro, nel frattempo. Di fatto c’è gente e l’atmosfera è vivace. Intravedo l’avvocato Lenzi, l’avvocato Taiti, l’avvocato Sanesi più altri che fanno un lavoro onesto. Ragiono con tutti, soprattutto col candidato che sciorina programmi a raffica fra una battuta e l’altra, ma si guarda bene dall’offrire anche un cracker o una spuma ai sostenitori. Atteggiamento che tuttavia ha pagato il 6% e passa di preferenze. Questo davvero ci dispiace.

Nel complesso una campagna elettorale poco interessante, priva di contenuti ma ammetto che la tempura mangiata dallo Zecchi aveva il suo perché. 


Franco Legni vive e lavora a Prato dove scrive e finge di essere avvocato. Il suo ultimo libro “il club delle 86” edito da Giunti, è attualmente in tutte le librerie