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Quattro matrimoni e un occidentale (Primo atto)

Franco Legni

Il rollare degli pneumatici sullo sterrato, dossi artificiali composti da sassi, camion di gente asserragliata avvolti in luci di Natale. Qualcuno cammina sul cordolo, fumando. Sono stanco. 

Ci spostiamo verso l’interno, guidando a sinistra come in tutte le colonie, anche se poi i motorini, fitti di gente come bus affollati, sorpassano da tutte le parti, guidando a destra o al centro o sopra se serve, smuovendo terra secca in refoli: Fury road in salsa asiatico-meridionale. È l’altro mondo. Sono sfinito. Riflesso nel finestrino oscurato vedo un uomo che mi somiglia, più anziano di almeno una settimana. Mi guarda. Sto invecchiando. Dove sono andato a ficcarmi? Perché non mi riesce mai di fare una vacanza a Viserbella, a Igea Marina, a Paola, in Calabria, dove ha casa il mio amico Alessandro. In fondo anche lì mangiano piccante e di certo parlano strano. Nulla. Mandi Bahauddin. Anzi, periferia sud di Mandi Bahauddin. Bisogna essere scemi. Mi liscio la faccia transumando verso un’area di servizio composta da una baracca con un tizio a far da casiere, adagiato su una sdraio, che si alza al nostro arrivo. Scendo. Lui sorride mollandomi il figlioletto in braccio. Avrà due anni. Io ne ho cinquantuno. Ormai abituato acconsento a una foto, senza problemi. Sarà forse la milionesima questa settimana. Il bambino ha manine soffici e mi tocca la faccia mentre ci immortalano. “Ciao Ciccio”, dico restituendolo al legittimo proprietario. Poi guardo uno di quelli col Kalashnikov e chiedo: “Dove ci troviamo?”

“Siamo in Pakistan, dove vuoi che siamo, Franco, siamo in Pakistan.”

E insomma, non so esattamente con quali prospettive, ma sta di fatto che ero partito per il Pakistan. Un paese distante da tutte le rotte ordinarie a cose normali, figuriamoci a metà marzo con mezzo mondo in guerra, con la necessità di evitare aeroporti presi di mira dagli iraniani e rotte assassine. Che poi a essere pignoli, mi stavo per avventurare nel Punjab pachistano, a tre ore da Islamabad: la parte cioè più recondita, rurale e anonima del paese.Insomma nel bel mezzo del nulla. Un autentico salto nel buio. Non siete convinti? Pensate allora al pakistano più famoso del mondo, al più noto in assoluto, a uno conosciuto da tutti, insomma a uno sui libri di storia, sui giornali, mi va bene anche sulla gazzetta dello sport, mi va bene anche su… non esiste. Non esiste un pakistano famoso, almeno in questo emisfero. E stiamo parlando di una nazione popolata da oltre duecentosessanta milioni di abitanti. Di cui pochissimi stranieri. Molti semmai lo sono sulla carta, pakistani di ritorno, tantissimi afgani, alcuni anglopakistani, taluni funzionari di ambasciate, governi amici… fuffa: muovevo alla vota di un posto scevro di quella razza infestante e rumorosa che sono i turisti. Tanto più occidentali. Cosa ci andassi a fare non lo so. Non certo per trovare me stesso e anzi se sapessi dove trovarmi andrei dalla parte opposta: per quel poco che mi conosco mi sto abbastanza sul cazzo. Eppure dovevo andare. Sentivo la necessità di farlo. Come se nella mia testa ci fosse un maledetto Kurtz da trovare nella jungla; un grande uomo bianco, dal cuore nero, disperso nel nulla. Ma stavolta Kurtz stavo per diventarlo io. E ancora non lo sapevo. Dovevo solo lasciarmi andare. Cercando magari di non farmi ammazzare. 

“Ma è un posto pericoloso?”

“Pericoloso direi di no. Alle donne però non deve dare confidenza o finisce male. Anzi sarebbe bene non guardarle negli occhi o rivolgere loro la parola. Quello il pericolo maggiore, che se succede uno scandalo lì si spara. E deve fare attenzione ad attraversare le strade che il traffico è folle e si guida a sinistra. Ci sono stati gli inglesi. E poi ci sono animali randagi: cani, scimmie, il paese è spesso in preda a blackout, ci sono in giro persone armate pesantemente. Pacifiche eh, ma armate. Si ricordi poi che l’alcool è vietato, non lo può bere in pubblico nemmeno un infedele come lei, che si offendono e l’acqua… quella per carità solo sigillata che l’altra dell’acquedotto è infetta e la dissenteria…”

“Sì sì basta, ho capito, non dica altro che mi sto già cagando addosso. Ma la questione Afgana? Hanno ripreso a bombardare,se non sbaglio.”

“Sì ma il confine è lontano.” 

“Mica tanto”

“Va beh qualche centinaio di km, ma non ci sono problemi”

“Boh non mi pare proprio una cosetta da nulla”

“Ma no, al massimo arriva uno e si fa saltare in aria, ma sono cose che non succedono se non in circostanze particolari, tipo cerimonie religiose, magari molto affollate. Lei dove va?”

“A un matrimonio. Con circa quattromila invitati…”

“Sì ecco, ma stia sereno, se lei vede movimento si allontani, magari non si faccia notare che sa, gli occidentali sono prede preziose per i terroristi”

“Sono l’unico uomo bianco fra gli invitati”

“Bello… pensi che molti non lo hanno mai visto in vita loro uncaucasico, sa?”

“Questo non mi rassicura”

“Mah certo la noteranno, ma l’ospite per noi è sacro. La tratteranno come una divinità”

“Si ma infatti io non temo gli indigeni, temo gli afgani nel caso”

“No ma faccia conto che quelli sono lontani, è come che lei è in Toscana e a Napoli ci sono i napoletani.”

“E dunque? Non ho mica paura che mi facciano il Rolex. Non ce l’ho nemmeno l’orologio”

“Ha fatto bene a non portarlo. Ma ecco dicevo che il rischio di incontrare un talebano è come quello di incontrare un napoletano. Se sta a casa sua non c’è pericolo. Lei è nel Punjab, mica ci sono i talebani”

“E neanche i napoletani…”

“appunto”

Il discorso non mi era tanto chiaro, ma ormai c’era poco da fare: stavo sorvolando Kabul in stato confusionale, complice la scorta di piccolo cabotaggio acquistata al duty free comprendente cinque mignon di Chivas Regal e una di Batida da Coco, e secondo il mio vicino di poltrona, il problema cui sarei andato incontro erano i napoletani. Non i talebani, i kamikaze, Bin Laden… no: San Gennaro. Non ero convinto: il paese che andavo a visitare, doveva essere un posto pericoloso. Era obbligatorio che lo fosse perché me lo avevano detto tutti, compreso il sito del ministero degli esteri che a chiare lettere specificava: andateci solo per ragioni molto importanti come lavori vitali per lo stato, motivi religiosi fondamentali, recupero di figli scomparsi. Non andateci per fare stronzate. Io avevo i miei motivi: un grosso grasso e affollatissimo matrimonio pakistano. Non esattamente un caso di stato ma mi pareva una cosa divertente. Anche se forse, a ripensarci, nella circostanza il vero pericolo da affrontare più che quello di un attentato, era semmai quello del catering… come poi in effetti ho avuto a verificare. L’importante era mimetizzarsi, non dare nell’occhio e informarsi prima di fare ogni cosa. La comunicazione. E in quello sono preparato: mastico cinque lingue (peraltro tutte inutili in quel paese), ho viaggiato abbastanza, avevo i documenti in regola (non come quando mi arrestarono in Bielorussia), conosco i diritti di un occidentale all’estero e addirittura avevo avvertito la Farnesina e anche il sottosegretario di Stato al Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale: Giorgio Silli.

“Giorgio ma è un posto pericoloso?”

“Mah ora questo proprio non è il momento migliore per codesto viaggio, anzi così su due piedi mi pare una scelta azzardatella, ma insomma Franco bisogna proprio tu abbia lo sculo che facciano un attentato dove sei te e il paese è parecchio grande. Diciamo che le probabilità sono poche. Ma può succedere. Però ecco, tu moriresti da eroe, sai che risate a Prato.”

“Giorgio vaffanculo”.

E poi avevo la mia arma segreta, il motivo per cui prima di partire mi sentivo pronto ad affrontare questa ennesima avventura a cuoleggero: mi ero fatto le lampade. 

Giuro. Sei sessioni abbronzanti. In un’estetica di San Paolo dove per poco non mi carbonizzo, avendole fatte praticamente a cottimo in pochi giorni. Secondo i miei calcoli, la tintarella mi avrebbe reso anonimo: sono tutti neri, io sono appena più chiaro ma non darò nell’occhio, anzi mi mimetizzerò. Carlo Conti, se lo trapianti in Pakistan e lo incontri per strada lo scambi per uno di loro. Al limite mi prenderanno per uno palliduccio, malaticcio, e ancora di più non mi si fileranno di pezza. Il fatto di essere l’unico vestito da occidentale nel raggio di trecento chilometri mi pareva un dettaglio trascurabile. Che poi l’abbronzatura esaltasse il bianco dei miei capelli brizzolati, rappresentava un’altra piccolezza di poco conto, visto che in quel paese nessuno ha i capelli bianchi. E se dico nessuno, vuol dire davvero nessuno! Perché i pakistani nascono tutti coi capelli nerissimi; e al primo accenno di canizie, se li tingono. Anche la barba e i baffi si scuriscono. Forse anche le ascelle e… non indago oltre. Insomma nessuno ha i capelli come i miei, sale e pepe, nessuno salvo qualche anzianissimo ma è cosa rara. E così, già in aereo, nonostante i miei intendimenti di anonimato, oltre a essere l’unico occidentale abbronzato come un coglione di ritorno da Rimini ero anche il solo coi capelli brizzolati. Un ippopotamo a una riunione di condominio.

E stavamo atterrando. Sarebbe andato tutto bene. 

Scendo a terra, passano tre minuti di numero e un manipolo di poliziotti baffuti e armati fino ai denti con in mano la mia foto del visto, mi prende e mi porta via.

Così. Davanti a tutti e senza troppe spiegazioni. Maledico la batida de coco.

“Ma vi manda Iqbal?”

“lican tam kiyon ek biyoquf ki tarah warseliya min samandar kekanare se waps aa rahe ho?”

“Non parlo la tua lingua, alle superiori non ho fatto urdu…”

Nessuna risposta. Allora ripasso tutta la filmografia: “fuga di mezzanotte”, “una vacanza all’inferno”, “il miglio verde”, “culo bianco benedetto in cella nera io ti metto”, mentre otto sgherri mi circondano allegramente fra le facce stupite della gente in aeroporto che non sa se sono un vip o un condannato a morte. 

“Lei che ha combinato?” – mi fa un pingue signore anglofono di etnia Paki ma chiaramente di ritorno dagli stati uniti a giudicare dall’abbigliamento e dall’accento Yankee 

“Nulla guardi, le garantisco che è il mio peggior dopo sbronza da anni”

“E perché l’hanno presa?”

“So una sega”

“Chiedo?”

“Sarebbe cortese”

“Dicono che la devono portare a un matrimonio e che li manda un amico suo, tale Madassar”

Ricomincio a respirare poco dopo, mentre passo la dogana senza quasi nessun controllo e soprattutto prima di essere consegnato nelle mani del mio amico che mi fa mettere al collo cinque corone di fiori cinque, che pareva di stare a Honolulu, mi fa abbracciare un nugolo di sconosciuti che mi trattano come un capo di stato (filmato 1) e tutti via di corsa, diretti verso Mandi Bahauddin a sirene spiegate (sì perché Madassar era venuto a prendermi con una macchina preceduta e seguita da due camionette di poliziotti armati). Una cosa forse un filino cafona, forse, ma divertentissima e che mi ha fatto tanto ridere… anche perché poco prima avevo scambiato i ragazzi in verde per un plotone di esecuzione. Ma sta gente non pareva volermi morto, anzi dopo poco mi sentivo già a casa con tutti a darmi spiegazioni a dirmi che sarebbe stata una settimana indimenticabile. Nemmeno uno che mi puntasse un fucile alla tempia… deludente.

Filmato 1

Alle otto del mattino sono finalmente a destinazione. In un luogo che sulle prime pare il macrolotto, ma più verde. Aguzzo lo sguardo per capire se in giro ci sono i cobas ma manco mi abituo al panorama che vengo accolto da un nugolo di locali appostati ai lati della strada con fiori e tamburi, un primo comitato di accoglienza che mi cava dalla macchina subissandomi con lanci di petali e collane di fiori, tamburi, abbracci, applausi, canti popolari. Una festa deliziosa, dove ogni cosa che mi ero immaginato… non c’era. (filmato 2)

Filmato 2

Niente spari, niente attentati, niente kamikaze. C’era una cosa sola: il Pakistan, quello vero, quello folle, l’altro mondo. Un paese fatto di spazi aperti, contadini, natura, bufale a bagno, piccioni viaggiatori, traffico in tilt, sole, cavalli, capre e aquilotti che volano bassi fra campi improvvisati di pallavolo e sorrisi sinceri. Un paese che ha la bomba atomica ma al contempo anche un’economia estremamente rurale e non ti spieghi come possano andare di pari passo le due cose. Un posto fatto di storie di sopravvivenza di milioni e milioni di persone che ti guardano, ti osservano, bramano di conoscerti che per loro sei l’uomo bianco… anzi abbronzato. E la cosa li incuriosisce: quasi tutti un caucasico non lo hanno mai visto. E allora vogliono fare amicizia, parlare la loro lingua come se io la comprendessi e soprattutto fare una foto. Una maledettissima foto. Perché se noi siamo vittime del telefonino e i sudamericani più di noi, i pakistani, anzi le loro cellule cerebrali stanno addirittura vivendo una sorta di sterminioetnico telefonico. Il che un po’ rovina il climax autentico e rurale. Voglio dire, pensate a Cristoforo Colombo che arriva in America e invece di inchinarsi e pregare, per prima cosa si fa un selfie con un indigeno, con la bocca a culo di gallina. Ci perde un po’ di romanticismo. E poi a dirla tutta, in aereo mi ero rovesciato per sbaglio una vaschetta di burro liquido sulla patta dei pantaloni. Così il mio glorioso arrivo in Pakistan, per sempre sarà segnato da migliaia di foto in cui compaio sorridente con una vistosa macchia sul pacco, come mi fossi appena pisciato addosso. 

Eppure quei ragazzi mi amavano. O forse ero solo l’individuo più improbabile che avessero mai incontrato. Fatto sta che il sentimento amicale era reciproco. Anche se, almeno fino ad allora, avevo incontrato solo uomini. Dov’erano le donne? Forse qualcuna in quel bailamme l’avevo intravista ma…

“Madassar, amico mio, senti, ma qui non ci sono donne?”

“Certo, tu dormi in una stanza tua, nella casa dove sono loro.”

Ecco. Subdoli. L’agguato, mi volevano fare e stavano solo cercando il pretesto.

Si deve sapere che a ospitarmi era una famiglia di amici, imprenditori illuminati, unanimemente apprezzati dagli abitanti del posto (e il Punjab è circa nove volte la Toscana) per essere sempre pronti a intervenire nel sociale, generosi con chi ha realmente bisogno e famosi per le loro scuderie rinomate in tutto il paese. Persone oneste, miei clienti da anni e da sempre corretti con me e con chi avevano rapporti di lavoro con loro. La polizia locale gravitava intorno a loro per preservarne la sicurezza visto che contribuivano allo sviluppo dei luoghi. E l’esercito anche era presente. E la finanza pure. Questo non escludeva che per compiacere la popolazione i miei ospiti non stessero organizzando un sacrificio umano. Solo che insomma erano Musulmani mica Aztechi. 

Fatto sta che nell’ora di punta la loro casa pareva la festa della polizia: 

“Franco siediti qui, quello è il capo della polizia, sposta il fucile dal divano e siediti”

“grazie” 

“ti dispiace se carico l’AK47 mentre facciamo due chiacchiere?”

“ma figurati”

“vado a pisciare, reggimi il mitragliatore”

Così dicevano. In una settimana ho visto più kalashnikov che in tutti e cinque i film di Rambo messi insieme (il terzo dei quali non a caso ambientato che a poche centinaia di km da dove mi trovavo) ma nonostante questo, ora dopo ora constatai che a occhio, voglia di ammazzarmi pareva non ne avesse nessuno, tantomeno di rapirmi, visto che oltretutto ero circondato da sbirri. A dire il vero erano tutti gentilissimi. Ma torniamo alla mia sistemazione: avevo un bellissimo appartamento nella palazzina occupata dalle femmine: un letto matrimoniale nel bel mezzo di un campo minato. Ma io conoscevo le regole. Dovevo essere educato e gentile ma non il troppo cordiale, né tantomeno piacione. E mai fare battute. Mai. Conoscete per caso qualche comico pakistano? Io no. Quindi salutavo con deferenza, non allungavo le mani per stringerle in segno di saluto e, onde evitare sguardi male interpretabili, viaggiavo con gli occhiali da sole. Sempre. Anche di notte… tanto che una volta sono anche inciampato dentro una mucca che stavano macellando fuori dalla mia stanza (cose che capitano). Serietà e rigore. 

Forse pure troppo. 

Perché a un certo punto del secondo giorno le donne mi hanno convocato con una certa serietà per dirmi che il mio atteggiamento rispettoso le aveva quasi messe in imbarazzo. Nientemeno. Perché uno tanto accorto alle forme, tanto asettico, magari aveva una compagna altrettanto formale che poteva avere in antipatia il fatto che il suo uomo dormisse in quel gineceo e di lì il mio comportamento distaccato. La prospettiva si era del tutto ribaltata. Il passo successivo era mettermi il burqa anche a me. Invece formularono una richiesta che, per evitare la deriva religiosa, assecondai.

Ora voi vi starete chiedendo come questo concetto sia riuscito ad afferrarlo da solo e come abbia fatto a comunicare il tutto alle signore velate. Loro mica parlavano inglese, anzi a malapena con me ci parlavano. E nemmanco avevo un traduttore, salvo qualche incursione in italiano dei miei amici che però erano sempre indaffarati nell’organizzazione del matrimonio, anzi dei matrimoni. Perché si trattava di ben 4 matrimoni (quattro matrimoni e… no non ditelo) accogliere gli ospiti, sistemare le bomboniere, caricare i fucili… 

Eppure anche all’evenienza del dialogo con l’idioma incomprensibile, ero preparato. Quest’uomo che scrive, figlio di tessitori, uomo fatto e ben inserito nella contemporaneità, aveva una soluzione al passo coi tempi. Google traduttore? No. Prima di tutto perché sarebbe stato da maleducati girare col telefonino in mano di continuo e poi perché internet da quelle parti prende a malapena se non hai una compagnia locale. Niente tecnologia, solo sano ingegno italico. Se infatti nessuno o quasi poteva tradurre i miei discorsi visto che non ci capivamo per via della lingua totalmente differente, è pur vero che una persona che avrebbe potuto bypassare l’inghippo c’era: il vicino di casa muto. 

Muto vero eh, non uno magari normodotato ma di poche parole. Muto 100% originale, garantito al limone. Muto come un pesce muto e serio, professionale, educato, prezzo labile e maledettamente silenzioso. Giuro una personcina d’oro.

Insomma un muto. 

Di quelli che parlano con le mani e in qualche modo si fanno sempre capire. Che è poco magari, ma rispetto a una popolazione che parla solo urdu, convinta che tu li capisca, rappresenta una vera manna. Chiaro, a volte i ragionamenti potevano fare giri stellari prima di arrivare al punto, ma il mio muto era un vero fenomeno: cintura nera di gioco dei mimi, olimpionico di indomimando, determinato a farsi capire fino a consumarsi le mani dai gesti. Ottimo anche con ombre cinesi e tentativi telepatici. Pure simpatico. Pensate che

ancora oggi mi videochiama! Solo che a distanza la cosa è di una difficoltà superiore all’immaginabile. Ma nella circostanza non me la cavai affatto male. La proposta che infatti le donne mi fecero era quella di chiamare la mia compagna e chiedere davanti a loro se potessi pernottare nella casa dove mi trovavo nonostante le presenze femminili. Così chiamai. La mia compagna. La parte seria della famiglia. Quella che mi aveva spedito lì dicendo: Franco se te ogni tanto non ti fai uno di questi viaggi tremendi poi mi giri per casa con la faccia lunga, quindi vai. Non farti ammazzare ma vai. Però non sparare, non prendere malattie e torna intero per quanto possibile. 

“Franco che succede? E perché ci sono queste donne dietro di te col burqa?”

Fu una bella videochiamata.

Erano passate 36 ore e nessuno mi aveva torto un capello. La cosa iniziava a farsi noiosa.