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Quattro matrimoni e un occidentale (Secondo atto)

“Khwatin w hazarat, ek atalvi shaqs magharb se aaya hay, ek dost jo Pakistan ke bare min janna chahta hay! Wah hamare darmiyan hay, Mister Franco!! Mister Franco hamare dost hen, Mister Franco!!!”

Chiudete gli occhi, rilassatevi, pensate a un gigantesco spazio aperto, enorme, intinto nel colore acceso di una nazione lontana, coi falchi che planano bassi, la mattina presto, il sole che illumina tutto di un verde immenso… e una cantilena vi ammorba. La classica nota stonata. Andiamo avanti. Respirate profondamente e immaginate una specie di stadio, un catino nella terra fresca, spazzato da un venticello che porta la fragranza del fieno, un trenino di bambini in corsa, un campo antico, delimitato da avventori vestiti con lo Shalwar Kameez, una montura popolare, poetica nella sua semplicità che rende tutti uguali, sovrani e servi; una veste all’apparenza comodissima… ma provate a andare in bagno con quella addosso, soprattutto se siete di fretta e vedrete. A me è capitato e credetemi per cinque minuti ho avuto il sospetto di essermi cacato in tasca. Scusate, sto divagando. Tornate a concentrarvi sul respiro… uomini giunti in loco per una giostra equina: barbe sfatte, lunghe, barbe disegnate su capelli folti e neri, occhi neri, pelle cotta dal sole. Immaginate un non luogo, un posto lontano che si sta lentamente affollando, prendendo la forma di un antico circo greco, nel bel mezzo di una spianata delimitata da alberi di mango. Bellissimo. E questa maledetta nenia all’altoparlante che va avanti indefessa… Ma non vi distraete, provate a ignorarla. Riflettete su l’immagine di un bosco di fantini in turbante Pagri, bianco con ventaglio, una caramella di stoffa che conferisce a chi la indossa la dignità di un guerriero. Ognuno dei cavallerizzi è in foggia tipica, coi colori del proprio territorio, gialli, blu, bianchi, rossi. Tutti i colori del mondo vi passano accanto a cavallo, con uno stalliere a fare da battistrada, anche lui in costume, così come la bestia, finemente agghindata. Emozionante. 

Se non fosse per quella cantilena.

“Perché questo signore continua a fare il mio nome all’altoparlante?”

 “Dice che c’è uno che viene da lontano, bianco, che vuol conoscere la nostra cultura…”

“E sarei io?”

“Ne vedi altri di bianchi? Sei anche sul cartellone…”

Così si era espresso il mio interprete, il muto, che ormai mi seguiva passo passo con tutta la sua schiera di amici, muti come lui. Perché nel frattempo il seguito di taciturni si era moltiplicato, tipo i Gremlins con l’acqua, aumentando a dismisura lo smanacciare quando parlavamo, nel tentativo di intendersi. Male peraltro. In un posto colmo di gente armata e incazzosa come quello, come sia successo che nessuno abbia tradotto a caso innescando un caso internazionale non lo so, ma di fatto quando mimavo la domanda, in 5 rispondevano in coro, consultandosi un attimo prima fra sè e poi partendo all’unisono, perfettamente coordinati tipo una batteria di nuoto sincronizzato, ma fuor d’acqua: bracciata, respiro, piroetta, mossa con la mano, mossa con la bocca e via da capo in apnea. La tentazione era di mettersi la cuffia e il tappanaso e mandarli a fanculo, magari fornendosi di un traduttore digitale… ma la coreografia del momento ne avrebbe sicvuramente perso.

E comunque il silenzioso aveva ragione, anzi avevano ragione tutti i muti, perché in effetti a guardare bene, a bordo campo c’era davvero una gigantografia col mio faccione fra i vari baffuti e inturbantati organizzatori. Piuttosto bolso (poi dal Pakistan sono venuto via con 4 chili in meno), completamente fuori luogo (foto 1) con l’espressione simile a Hugh Grant quando lo beccano a zoccole sul Sunset boulevard. 

“Ospite d’onore, Franco”. Così c’era scritto. E infatti arrivando sul posto a piedi, tutti mi guardavano con ammirazione massima, porgevano la mano, sorridevano, perché io ero quello nella pubblicità. Ed entrando nel catino di terra, uscendo dalla tribuna a me riservata dove mi avevano piazzato e agghindato (filmato 1), gli spettatori tutti volevano essere miei amici, anzi… miei seguaci. Lo ammetto, la cosa mi è scappata appena appena di mano. Però pochino. Ci ho un po’ creduto nel mio ruolo di ambasciatore e nuovo idolo delle folle. Magari potevo evitare di benedire le persone o salutare a mani giunte come un santone, ma accidenti, quando mi sarebbe capitato nuovamente di essere il nuovo Messia? Così se per il popolo bruto ero l’uomo venuto da lontano, per me che sono un uomo privo di manie di grandezza, i pakistani in un attimo divennero i miei discepoli. E allora toccavo il capo dei bambini giunti a me per un dagherrotipo digitale, davo loro un buffetto leggero accompagnato da una mezza benedizione, sorridevo a tutti come un papà, anzi come un Papa. Perché quello mi sentivo. Tanto che cominciai a prenderli in collo quegli infanti e a dialogare con loro, con gesti leggeri, misurati, sacerdotali, senza che loro capissero una mazza di quello che dicevo e altresì mai declinando un invito a bere una tazza di thè (ne avrò bevuti sei litri quel giorno) assieme ai loro genitori; con solennità, deferenza e distacco misurato. Stando coi poveri, a bordo pista, nei puddock con le maestranze ippiche e gli aficionados, costoro mi avevano concesso una sediolina apposita… che insomma ero una mezza divinità in fondo, mica l’ultimo degli stronzi (almeno nella narrazione che questi si erano fatti in testa) e qualcuno mi chiedeva anche dei pareri sul concorso. Pareri che ovviamente dispensavo come un intenditore. Come fare del resto a non comportarsi in tal guisa? Se mi sedevo, si litigavano le poltrone a fianco la mia, se andavo a prendere un chais, tutti mi offrivano i biscotti da accompagnare; ed era bellissimo sentirsi nomade e nobile, far parte di un pianeta vergine che mi aveva accolto a braccia aperte.  

E poi c’erano i caravanserraglio, mondi a parte appannaggio di uomini danarosi: mezzi comodi e pittoreschi per spettacoli da consumare in separata sede, signorilmente, in extra omnes. Di lassù, al suono di una specie di corno, presentato a corte dal mio accompagnatore (munito di AK 47 di ordinanza e chissà quante armi da taglio) fui convocato sopra un attico gommato con marcata vanità e mal celato entusiasmo da parte dei proprietari di quel boudoir sospeso, a ridosso del campo di gara. Ed è stato bello per un po’ non avere addosso occhi curiosi (due minuti e i poveri che mi adocchiavano mi avevano già abbuffato la uallera, manco fossi uno della casa reale di Montecarlo), ma orecchie interessate, non essere mosca bianca  bensì uomo con cui confrontarsi su un salotto dondolante popolato da una savana differente da quella del piano terra. Un tinello elegante dall’allure di avventure salgariane, dove genti lontane dal Pakistan ormai da anni e pertanto abituate all’idioma francese come nobili russi o allo spagnolo dei conquistadores, percepivano lo stupore generale per la mia persona pallida, con misurato distacco. Abituati all’occidente, li imbarazzava il vedere, anzi, che io vedessi, tanta curiosità nei miei riguardi. Per questo mi invitavano, per misurarmi con la loro nuova schiatta, per capire se fossi davvero un ospite speciale o semplicemente uno come tanti: come il loro vicino di casa, il cassiere del supermercato dove fanno la spesa usualmente o perché no, addirittura un inferiore gerarchico. Gentilmente, offrendomi un caffè europeo, mi facevano sentire ospite assolutamente gradito. Li compiaceva il mio entusiasmo, la mia cortesia amicale, mai ostentata, la mia giacca europea e il fatto che li salutassi nella loro lingua. Quasi in automatico, esaltando una deliverance sociale tanto piacevole quanto non necessaria, parlavano dei loro impegni Parigini, dei pomeriggi a Ginevra, dei passatempi a Madrid, a Brema, a Londra. Raramente, sebbene sia in grado di adattarmi all’ambiente con particolare facilità, raramente dicevo, mi sono sentito tanto sperduto da qualche parte al mondo, eppure così vicino al mio continente antico. Passeggeri del carrozzone sospeso, sembravamo ad un occhio inesperto, più i colonialisti di Apocalypse now redux, che un manipolo di uomini male accozzati quali eravamo in verità e arricchendoci vicendevolmente di “étrangetés”, movimentammo il pomeriggio coi nostri cazzeggii. 

Gara ippica

Perfettamente al centro dell’universo, ero richiesto, amato, conosciuto, stimato e voluto. Il mio popolo mi voleva bene, voleva foto ricordo e autografi, saluti e abbracci. Per un giorno è stato come essere Leonardo di Caprio. Ma senza le fiche. Perché insomma quelle mancavano. Non a caso sta cosa che tutti mi vogliono toccare, baciare, conoscere e baciare, mica mi è capitata a Copacabana, mannaggia a Pippo, circondato da una selva di devushki da infarto… no, è occorsa malauguratamente innanzi un’intera popolazione di maschi baffuti, barbuti, pelosi… roba che quello meno virile pareva Sandokan e con la prima donna distante minimo dieci km in linea d’aria. Anzi no. E qui la cosa si fa raffinata, perché in effetti una donna c’era. Una sola, per carità, ma c’era. Di primissimo acchito non l’avevo vista, in quel bailamme. Pingue, viva e intronata. Sul palco. Sotto gli occhi di tutti. Vestita di arancione. E a quella femmina, imburcata e seduta sul palco d’onore, addirittura mi avevano messo seduto accanto. Appiccicato proprio. Incollato. E fu in quel momento ricominciai a pensare che forse aveva ragione mia mamma a dire che stavolta mi ammazzavano, che tutti quei salamelecchi e quelle cerimonie avevano un unico fine: farmi fuori, sacrificarmi in piazza, per festeggiare il matrimonio.

“Mamma perché dovrebbero volermi morto?”

“Sei il loro avvocato” 

“Appunto, si fidano di me”

“E te di loro, ma vuoi mettere ammazzare l’avvocato prima del matrimonio… anche come simbolo avrebbe un senso. E te cretino vai a farti ammazzare a casa loro.”

“Ma smettila”

“Ci si ridice”

Mia mamma ha parecchia stima di me. È sempre nei miei libri come personaggio, ma non li legge per partito preso. Anzi dice proprio che non li dovrebbero neppure vendere. Ma forse in questo caso aveva ragione. Pertanto, memore del consiglio materno, a quel punto iniziai a temere di essere sul punto di fare una cazzata di quelle grosse; e menomale non si può bere da quelle parti altrimenti questo sarebbe stato il mio necrologio. “Signor Franco – mi ha chiesto la signora (professione all’ufficio per l’impiego: giornalista) mentre uno mi puntava la telecamera – che ne pensa del conflitto fra il suo occidente cristiano e l’Iran Musulmano?”. 

Una domanda un filino difficile che a sbagliarla si faceva incazzare parecchia gente. Ma al seguito di una specie di stranguglione intestinale che sulle prime mi ha bloccato la favella, ho riacceso il cervello e detto la cosa giusta. Soprattutto perché dopo due giorni che stavo mangiando piccantissimo, finire in galera e venire abusato mi sarebbe parso oltremodo doloroso. Ma dopo aver valutato accuratamente la situazione ho detto: “La guerra non è mai la soluzione”. Così ho risposto. E tutti a battere le mani. Tutti a dire che i bianchi sono i buoni alla fine. Non tutti i bianchi ma qualcuno sì. Gli abbronzati.

A quel punto la giornata poteva essere fatta e finita, avevo fatto tante di quelle cose che… che erano solo le due del pomeriggio.

E intanto la gara andava avanti. Dopo sei ore ancora eravamo nemmeno a un quarto della competizione. Ma non si stava mica fermi. Intanto c’era da fare un giretto per lo stadio ogni mezz’ora per concedersi alle foto, poi c’era da assaggiare le specialità dei vari banchini alimentari, tutti chiaramente abusivi e in forte aroma di virus intestinale e poi c’era la processione. Una roba un po’ kitsch se vogliamo, ma molto pittoresca, perché a differenza dei nostri cortei religiosi, a sfilare non sono le statue sorrette da facchini penitenti, ma le persone. E fra questi ovviamente io. Sì signori, anche io. Circondato da adulatori e guardaspalle, accanto al mio amico Madassar, ho sfilato lungo il percorso dei cavalli mentre un nugolo di discepoli ci gettava addosso delle banconote, a dimostrazione della nostra importanza. (filmato 2). E poi la gara ha ripreso, per altre sei ore, intontiti dallo speaker che dimostrando un’ugola d’acciaio continuava a sciorinare dati, nomi e consigli per gli acquisti a tutta la folla, chiamandomi ogni tanto sul palco a salutare la nazione. Nel mezzo ovviamente una intervista della televisione di stato in cui ho detto banalità in inglese… anzi una raffica di stronzate a esser precisi (filmato 3) e poi molta molta flanella. Verso le 23 però, dopo una raffica infinita di punteggi positivi da parte di poche squadre, siamo giunti alla fine delle ostilità e rimasti solo due team, fra cui quella di cui la mia famiglia faceva parte, è stata decretata la vittoria di entrambe le compagini, con giubilo generale, urla, abbracci, baci, lanci di danaro e la vincita di ben 12 motorette. Ero sfinito, mi ero addormentato sul palco, avevo fame e sonno, ma avevamo vinto noi e per forza di cose mi spettava di festeggiare e rendere omaggio al pubblico che a quel punto reclamava a gran voce un mio gesto. Credetemi io non lo so perché lo facessero ma ero in trans agonistica e con il coraggio del vero demente, in uno stadio gremito, sono allora salito a cavallo (senza essere esattamente un cavallerizzo provetto ma non sfigurando… parevo Bocelli a Sanremo) e passando fra la gente a rischio di ammazzare qualcuno ho salutato tutti, ho gridato “viva il pakistan!” e qualche altra banalità (filmato 4). Poi giunto nuovamente a ridosso del palco, ho preso il microfono e preso un bel respiro, alla folla adorante con una certa sicurezza ho detto la cosa più saggia che mi passasse per il cervello in quel magnifico momento di esaltazione. Un bel respiro e poi: “Viva il Prato in serie A” (filmato 5). Così ho detto. Serio. Sicuro e deciso. E non c’è stato quell’attimo di silenzio in cui nei film si fa capire che il pubblico è rimasto sorpreso ma poi mi ha amato ed è esploso in giubilo. No. Come ho finito di dire quella fregnaccia è scoppiato un applauso che nemmeno a Sanremo quando compariva Peppe Vessicchio in smoking a dirigere Marcella Bella. Uno scroscio di battimani e pacche sincere accompagnate da complimenti spontanei fra cui un: “Tu hai fatto un bel discorso Franco” detto in toscano, da uno di lì. 

“Ma parli italiano te?”

“E certo”

“Come mai?”

“Lavoro in una filatura a Vernio”

Que viva Pakistan!