Premetto: sono un lettore forte. Adoro Lansdale, tanto i romanzi Texani quanto la saga di Hap e Leo e penso che “in fondo alla palude” o “la sottile linea scura” dovrebbero farli leggere a scuola. Lo stesso vale per Foster Wallace, che ha ispirato una generazione e anche il titolo di questa rubrica… sebbene, debba ammettere, non abbia mai avuto il coraggio di affrontare la mole immensa di “Infinite jest”. Ritengo Céline un gigante assoluto e credo che “Viaggio al termine della notte” sia la cosa migliore mai scritta dagli esseri umani, ma anche “morte a credito” è a mio parere un libro imprescindibile. Non disdegno Carrère, che ho visto recentemente dal vivo e smanio per ogni uscita di quel folle matricolato di Houellebeq. Adoro John Niven: spietato, cattivo, ironico, un vero genio, come Camus o Bret Easton Ellis, così disperatamente L.A. anni ‘90, ma anche Niccolò Ammaniti e Fabio Genovesi nella loro leggera spontaneità oppure McCarthy e Faulkner, Miller e Dos Passos, complessissimi e talvolta così bravi nel raccontare le cose semplici, arzigogolando le prospettive. Amo i poeti beat e gli scrittori classici, perché per capire i contemporanei è bene conoscere i russi, i francesi, gli italiani e anche tutto Hemingway, di cui ho seguito l’itinerario per il mondo: el Floridita, la Boteguita del medio e l’albergo Ambos Mundos a Cuba, le Select a Parigi, il bar Marsella a Barcellona prima che lo ripulissero e ne facessero un posto desolatamente rispettabile e poi Pamplona e Madrid. Ricordo il luogo esatto dove ho finito di leggere il giovane Holden, Kaputt, Martin Eden, Lonesome dove, Guerra e pace, che va letto anche solo per potersi atteggiare con le donne, raccontando l’infinito cielo russo di Andreij Bolkonskij, cazzeggiando di Napoleone che in fondo era solo un uomo.
La lettura trasporta lontano, consegna tantissimo, fa uscire chiunque dal proprio modesto universo. La letteratura è realtà, anche quando è fantascienza, perché fra le viti dei robot ci sono i difetti umani, nelle navi pirata si nasconde la società contemporanea e in ogni storia d’amore letta ci sono i propri rimpianti per i baci non dati o per aver amato per noia. La letteratura deve essere feroce e anche quella comica deve tenere sulla corda il lettore.
Capirete dunque che quando in libreria vedo scaffali su scaffali zeppi di copertine pastello con gatti e tazzine, scritti spesso da giapponesi che raccontano la società nipponica (massacro di Nanchino, unità 731, comfort women, asse d’acciaio, ideologia militarista, stress, film porno con censura, isolamento sociale, tasso in crescita dei suicidi, ferocissima pressione sociale, società maschilista, caccia alle balene, Pikachu, rigidità sociale, ostinato uso del fax, mai dire banzai) descrivendola come deliziosamente pregna di atmosfere rilassanti e buoni sentimenti… quando vedo titoli grondanti melassa, di libri vergati al solo fine di dare conforto a chi li legge, senza turbare, disturbare, mettere ansia, o generare conflitto interiore… quando vedo in vetrina: “il caffè dei gatti” o “i gatti dal cuore d’ambra” o “come ti miagolo la vita”… quando vedo certe cose, allora mi capita di sperare nell’armageddon. Bonariamente eh. Ma totale, di quelli che lasciano vivi solo le piattole: lo avete letto “la metamorfosi”? Non ci sono gatti per fortuna. Ma torniamo alla desolante realtà.
Sempre più gettonati nei blog di libri, i testi che narrano di incantesimi fruttati e locali pubblici aperti da esseri improbabili (gatti fatati, fatine alate, francesi simpatici, orchi che trangugiano più caffè di George Clooney) in paesini deliziosamente disabitati stanno infestando biblioteche e librerie. Libri che raccontano come le persone stressate si incontrino nei caffè (esseri snervati a forza di caffeina probabilmente) e invece di parlare di borsa, denaro, prostituzione e violenza, come accade nella vita reale e nei film di Kitano o nei libri ambientati a quelle latitudini (se la Yoshimoto non è in zona), timidamente e delicatamente, in punta di piedi, ragionino di come siano belle le fusa feline accompagnate dal sapore degli infusi al finocchio… trascurando che in Asia (ma anche a Prato a cercare bene) in certi esercizi il gusto è proprio quello dei gatti cucinati in casseruola con le olive, che si assapora. Centinaia di testi tutti uguali che contribuiscono a distruggere l’Amazzonia e il buon senso, con titoli così irritanti da far venire tanta nostalgia dei Gulag anche al Mahatma Gandhi sotto narcotici.
Alcuni esempi di questi capolavori:
Before the Coffee Gets Cold — Toshikazu Kawaguchi: romanzo ambientato in un piccolo caffè di Tokyo dove i clienti possono viaggiare nel tempo… ma solo fino a quando il caffè non si raffredda.
La caffetteria della luna piena – Mai Mochizuki: una caffetteria che appare solo a chi ne ha bisogno. I camerieri? Gatti parlanti. Il menù? Bevande che aiutano a rimettere in ordine la vita.
Il ristorante dell’amore ritrovato – Ito Ogawa: una giovane donna apre un piccolo locale (il locale deve sempre essere piccolo, intimo, accogliente: non è gente che pensa all’incasso e a non fare scontrini dribblando i controlli della Finanza. No, lì si pensa ai buoni sentimenti e ci vuole la bettola minuscola sennò scatta l’odio) dove ogni piatto cura una ferita emotiva.
La libreria sulla scogliera – K.J. Charles: Libri, negozietti e soprattutto seconde possibilità (tematica fondamentale in una certa letteratura che voglia fare incazzare i normodotati).
Legends & Lattes — Travis Baldree: un orco appende l’ascia al chiodo e apre una caffetteria in un mondo fantasy (sic.). Tè, caffè, biscotti e una comunità che si forma attorno alla tazza calda. Purtroppo non di arsenico.
The Travelling Cat Chronicles — Hiro Arikawa: l’avventura di un gatto e del suo umano attraverso il Giappone. Tenero, riflessivo, fatto di piccole storie. Vi prego fucilatemi.
Cat Café Mysteries — Sofie Kelly: ambientata in un cat café: gatti, tè e piccole indagini. Atmosfera rilassata, tante risate.
L’ecatombe dei neuroni.
Ed è per questo, per il mio insensato pregiudizio verso quel genere di letteratura che mai ho realmente affrontato con la seria e misurata compostezza che meriterebbe, che per una volta ho deciso di fare una cosa assolutamente divertente: andare a un reading party di ispirazione cozy.
Senza assumere oppiacei.
Cosa vuol dire “cozy”?
Un libro è cozy se leggerlo ti ha fatto stare bene, se è rilassante o piacevole, non ansiogeno o tragico, non “vero” ma ovattato. E questa eresia, poscia spegnimento encefalico, può applicarsi a molti generi: “cozy mystery”, fantasy “cozy fantasy”, romance leggero, slice-of-life, ecc., purché ci sia quell’effetto comfort che quell’accozzaglia di banalità devono rilasciare (e a quanto pare anche una indicazione di genere in lingua straniera). Dire che un libro è cozy significa che coccola il lettore, riduce lo stress e mette al centro il conforto, le relazioni positive e le ambientazioni serene. Avete presente i Gigli a Natale? Il contrario. Il libro cozy è il fidanzato sovrappeso col maglione troppo lungo che ti fa mangiare sul divano guardando gli Aristogatti, senza brontolare se gli sbricioli in ogni dove, intervallando la pellicola con battute inutili. E di trombare non se ne parla: quello è il romance.
Ma torniamo a noi.
Dopo una giornata caratterizzata da ben due divorzi finiti a insulti fra famiglie distrutte con lancio di anatemi e stracci vari (per hobby faccio l’avvocato), mi sono recato al reading party, sfinito dalla vita ma vestito come lo stereotipo del perfetto lettore di romanzi femminili. E non iniziate con la solfa che non ci sono romanzi femminili, sennò vi passo le statistiche di chi legge quella roba e ci mettiamo le mani in faccia alla prima parola fuori posto. Già che ormai il mondo si divide in esseri senzienti e uomini (almeno a giudicare dal fatto che in libreria, nei gruppi di lettura e alle presentazioni dei libri, la percentuale è di uno a otto)… almeno evitate di dire che i maschi, con tutti i loro difetti, leggono quella merda. I maschi non leggono proprio.
In ogni caso, pacatamente, privo di pregiudizio, (lo si evince dalla riga sopra), ho presenziato al simpatico e confortevole happening, con tanto sano desiderio di pace, serenità, rilassatezza, ma anche animato da sentimento di puro e virilissimo, italico, patriarcato. A qualcuno tutto questo sembrerà scorretto e retrogrado. Lo è e lo so da me. Ma sono un boomer. Se mi vedete vicino alle strisce pedonali aiutatemi e non parlatemi di correttezza o mi addormento e perdo la memoria.
Di che stavo dicendo? Ah il reading party. Delizioso. Come il mio cardigan a rombi gialli, sovrastante morbidi pantaloni blu. In pigiama ammetto sarei stato più scomodo e dignitoso, ma lì ero perfetto come Rosa e Olindo a una festa del vicinato.
Giungo in loco e vengo accolto con gentilezza e cordialità: “Salve, lei è qui per il book party? Qui c’è un questionario da riempire, si accomodi pure, ci sono tanti posti liberi e… si serva pure” mi dice una delle organizzatrici, con la stessa disinibita ospitalità di chi, organizzato un coca parti, indichi un vassoio (colmo di libri). I titoli non ve lo sto nemmeno a dire: “un gatto per far tornare il sereno”, “gatti in affitto”, “Libreria Hyunam-dong” e amenità simili.
“Se non ha nulla da leggere, qui c’è tutto il necessario – dice Claudia, aspirante zitella ai margini della quarantina, indicandomi uno scaffale riccamente fornito di titoli quali: “ci vediamo per un caffè”, “la neve in fondo al mare”, “finchè non aprirai quel libro” (con copertina rigorosamente nippogiappa), “amiche per sempre”, “vita segreta delle emozioni”, “amore senza fine”, “la cartoleria Tsubaki”, “finché il caffè è caldo” ecc”. Afferro allora una copia di “la badante e il Viagra” e mi siedo a osservare, avvolto in rilassante musica jazz, quasi Chill out, diffusa nell’ambiente, tanto confortevole che quasi mi addormento. Ma proprio quando i sensi mi stavano abbandonando, ecco che arriva lo spiegone delle promotrici, le quali candidamente, ai 25 presenti (io e le mie nuovissime amiche) introducono il tema, preparandoci a un’ora di lettura che affronteremo tutti assieme, silenziosamente, nello stesso spazio, stravaccati in poltrona. Una boiata pazzesca. Penso.

E invece…
E invece mi lascio andare, estraggo il libro che mi ero portato da casa (American Psycho di Bret Easton Ellis) e mi rilasso leggendo di ammazzamenti e bagni di sangue, stupri e elenchi ossessivi di firme dell’alta moda, coccolato dal respiro di tutti i presenti, assiepato nel mio nido Ikea, circondato da mansuetudine, calma, bontà, amorevolezza, sorrisi dispensati a 56mila denti. Un attimo prima anelavo una Colombine in val Bisenzio e subito dopo sprofondavo beato nell’atmosfera Cozy.
Un’ora che vola via, accompagnata da un delicatissimo frusciare di pagine, rilassante come le onde del mar dei Caraibi al tramonto circondato da umanità in bikini… e questo sebbene fuori piovesse, si fosse in periferia e intorno avessi altro che una distesa di milf in sovrappeso (lo so è body shaming).
E poi tutto cessa, si alzano nuovamente le luci e viene chiesto di esprimere il proprio parere, le proprie emozioni e nessuno dice nulla. Come si fa a parlare dopo tanta bellezza? E soprattutto dopo aver letto magari di un gatto che fa il frappuccino a una disoccupata che immediatamente si riscatta aprendo a sua volta una libreria in montagna e tutti le vogliono bene, tanto che di schianto nonostante le vene varicose e l’alitosi, trova marito (un ex tronista per giunta).
Solo io sono commosso e vorrei abbracciare chiunque, ma mi censuro limitandomi a compilare il questionario vergando sotto la richiesta di consigli, un affettuosissimo: “Ci vorrebbe della droga ma il resto è perfetto”. Ma andava bene così. Potevo andarmene.
Se non che, quando sono quasi le venti e sei convinto di fuggire verso un telegiornale per gustarti notizie di manifestazioni finite a manganellate o figli che occultano i corpi dei genitori dopo averli trifolati coi funghi, quando cioè stai per balzare di nuovo nella tua fetente realtà di uomo medio, cosa ti organizzano quelle padreterne del libro del menga? Il rinfreschino. Perdincibacco.
Chiaramente niente alcool o cibo che imponga crudeltà ad esseri viventi ma sempiterni alsaziani (non i cani, quelli sono visti come il fumo negli occhi da quelle gattare, bensì i salatini), lupini e patatine, accompagnati da spuma e aranciata. Due ore che vi abbuffano la uallera col caffè e in giro non c’è manco una tazzina finta! Ma lasciamo perdere perché è a quel punto, nel bel mezzo di un vernissage triste come il finale di “incompreso” che mi scateno nelle relazioni sociali, sorseggiado chinotto e ben cola.
Chiedo a tutte se ci vanno spesso a simili eventi e scopro che molte delle partecipanti sono novizie, pur essendo avide lettrici di certa spazzatura. E ognuna ha un parere interessante: “Io leggo solo cose leggere, perché quando leggo soffro e allora non posso cimentarmi nei romanzi classici” dice Patrizia, corroborata da Angela che annuendo dice: “Anche io sono così, sa, sono un’ariete e allora…” e allora non le metto le mani in faccia e muovo verso Erika che mi squadra e dice: “lei sarebbe perfetto per lo speed date letterario, potrebbe incontrare tanti uomini interessanti” perché chiaramente mi hanno preso per omosessuale. E io annuisco, liscio il cardigan e mi avvio all’uscita, salutando tutti, benedicendo sentitamente le organizzatrici e soprattutto ringraziando i due negroni che mi ero fatto (nel senso che li ho bevuti) prima di entrare, per stare calmo. Ed è a loro che mi aggrappo, ai drink inventati dal conte fiorentino, quando sulla soglia sento Sonia, cinquantenne vestita in perfetto stile testimone di Geova (mi pareva brutto non discriminare anche una religione) che dice: “Leggo solo libri con gatti, così l’altro giorno ne ho preso uno che non conoscevo perché il titolo mi ispirava: “la fattoria degli animali”. Ma gatti non ce ne sono e non mi è piaciuto per nulla”.
E resto calmo, non sputo in faccia a nessuno, non invoco un panteismo divino e mi incammino verso casa, alle 21 c’è “un posto al sole”, imperdibile.
Divertente, ma non lo farò mai più.
