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Bingo!

Premetto: non sono uno scommettitore, non ho la passione per l’azzardo, non distinguo il rubamazzo dal gioco dell’oca e a tombola la volta che ho giocato, ho lasciato a mezzo perché un lontano parente fece un occhio nero a mio zio per una cinquina farlocca. Ho tuttavia pascolato per i casinò di mezzo mondo senza incedere in puntate rovinose, allumando i giocatori, gli occhi, il picchiettare delle unghie sui tavoli, gli anelli d’oro di Bologna, l’attesa del colpo di fortuna, la delusione, la foga, la rabbia, il furore, Il demone del gioco. Praga, Venezia, Montecarlo, Rio, Nova Gorica, Sofia, Roulettenburg, passeggiando per corridoi di moquette, senza rischiare un marengo. Solo per il gusto di osservare i giocatori. 

Eppure il giorno della Befana, annebbiato da qualche fetta di troppo di panettone al rum, sfinito dai discorsi di mia mamma che invitandomi a pranzo si sente in diritto di massacrarmi di chiacchiere e del tutto stupefatto dal freddo glaciale che surgelava la città, mi sono concesso il gusto libidinoso di un passaggio al Bingo… Che poi perché non si chiami semplicemente “tombola”, visto che è la stessa precisa identica cosa, nessuno lo ha mai scoperto. Ma a fare la differenza è l’atmosfera che si respira. Perché la tombola è svagata, i numeri si chiamano con calma facendo battute sui medesimi: 77 le gambe delle donne, 8 gli occhiali del Papa, 23… insomma l’immagine che abbiamo è quella di Saul Goodman che estrae i numeri per le vecchiette. 

Non è così che funziona. Non lo è affatto.

Infatti il Binghista pur scevro dell’eleganza del partecipante allo chemin de fer o della Roulette a Baden Baden, è comunque un vero e proprio giocatore ed è concentrato, avvinto dal rischio, spera nel colpo della vita e non vuole distrazioni, scocciature, gufi, o gente che coniughi i verbi in maniera disinibita e continuativa. Certo ha un qualche carenza di stile: avete presente 007 quando ordina vodka martini e punta tutto sul rosso? Ecco, dimenticatelo. Il Bingo player di norma veste Adidas, porta il berretto al chiuso, indossa occhiali fumè, dentiera scassata, vestiti comodi per lunghe sessioni di gioco, incede nel tigrato, controlla la posta in palio e subisce lo scorrere del tempo come un condannato a morte la notte dell’esecuzione. Il binghista si concede in chiacchiere solo fra una sessione e l’altra di estrazioni, quando scatta il verde alla porta ed entrano sorridenti i nuovi giocatori (quelli stessi che poi se ne andranno ore dopo delusi, stanchi e spennati). In quei momenti torna momentaneamente ad essere umano, a scambiarsi impressioni coi colleghi, a sorridere, a socializzare. Poi una voce registrata riparte a chiamare numeri come in un infinito “1-2-3 stella” e lui si blocca di scatto, i discorsi si troncano, i colli si torcono, gli occhi vanno alle cartelle appena acquistate e si ricomincia. Come polli in batteria. 

Indefesso, concentrato, rigido, cattivo, affamato, avvinto da una sete di vittorie che manco Friedrich Wilhelm Viktor Albrecht von Hohenzollern ovvero il Kaiser di Prussia, il giocatore di bingo digrigna i denti, avvinto da una coltre di silenzio irreale, ovattato, inquietante, asettico, totale. 

“Trump si è preso il Venezuela” “Zitto non sono cazzi miei ne parliamo dopo”. 

Il tutto ha un che di satanico e infatti i tavoli hanno sei posti come alle sedute spiritiche, mentre la distribuzione delle cartelle è subordinata all’ordine di arrivo dei giocanti: il primo arrivato ha diritto alla prima cartella, il secondo alla seconda e così via ogni volta. Interrompere la consecutio scatenerebbe risse e accoltellamenti, equivarrebbe a bestemmiare all’angelus, picchiarsi in un tempio buddista o fare uno scontrino in uno shop cinese. Non si può. Perché i giocatori sono scaramantici oltre il livello di guardia, hanno gesti rituali, sedie preferite, atteggiamenti consolidati: roba che Rafa Nadal in battuta in confronto è un povero stronzo realista affetto da fastidiosissimi tic. E gli inservienti? Probabilmente scelti fra i finalisti alle olimpiadi di matematica o in un centro per malati di autismo alla Rain Man, tengono a mente l’ordine di arrivo di chiunque e in base a quello distribuiscono le cartelle. Per questo è vietato spostare sedie e cambiare posto o prendere schedine a caso durante la distribuzione. E se succede, intervengono gli steward in giacca e cravatta: gente che vive nascosta dietro le colonne, che spunta dal nulla, seri come giudici di linea, severi come gli hells angels con le palle girate e disposti a prendere a sberle chiunque.  

Inconscio di tutto questo ma impressionato da una fauna che nemmeno nel Borneo, per il mio debutto in società ho scelto di andare sul sicuro in una confort zone fatta di esperienza e morbidezza. Così adocchiate due contessine âgée dotate di un certo fascino da donne facili, mi sono adagiato accanto a loro. Anche all’inferno, ti metti vicino a due tardone e il Diavolo si accomodi che quando ho finito ci parlo. “Questo è il tavolo n. 6, quello del pianeta Venere e degli artisti” ha specificato Francesca, una delle due pantere del tombolino, dotata di messa in piega fotonica e ammiccanti occhiali a goccia da pornodiva anni ’70. “Qui c’è una certa energia e io la capto, la sento proprio che aleggia intorno a noi”. Così ha detto. Puntandomi negli occhi. Stentorea. Fortuna che alla mia destra in quel momento passasse il carrello dei dolci con vasto assortimento di pâtisserie, a distrarmi da certi propositi inurbani. Già… perché al bingo si mangia e si beve fino a strafogarsi, potendo attingere da un menù sfizioso o magari approfittando dell’happy hour da cinque euro: tortellini, vino e caffè: “Dottore la vòle una porzione di palle di bongo?” Javoll! 

Ma cosa stavo dicendo della compagnia al mio tavolo? Ah, certo, le due signore. L’una, Francesca, di cui ho già parlato, tres amusant, l’altra Polina, più lasciva, dotata di sorriso beffardo e sguardo ruggente. Senza remore questa ha subito specificato con una certa alterigia di essere giocatrice sporadica, affatto frequentatrice di certi luoghi, salvo poi dilungarsi nella descrizione delle abitudini di tutti gli avventori: “Quella vince parecchio, lui si scaccola mentre gioca, l’altro laggiù non vince mai e spende come uno sceicco, il sufflè di cioccolato è buono, ma al bingo delle Cascine è meglio…” Quelles mégères! 

Oltre i due zuccherini, spiaggiato al mio fianco, un pelatone cinquantenne dal ventre prominente. Un tipo parecchio elegante con l’aria di chi ha appena sgozzato a mano un animale da cortile, con indosso una felpa della Roma a certificarne le nobili origini. Sornione, assolutamente disinteressato al gioco, il tizio pareva osservare tutto tranne la cartella dei numeri, in rigoroso silenzio. In ultimo alla mia destra una certa Alda, Babushka spietata, sugli ottanta, con fama di vincitrice: collier di perle finte e occhiali dalla montatura di tartaruga sormontanti Samsonite sotto occhi da cerbiatta in coma. Femmina interessante costei, col vezzo di ammucchiare gli spiccioli sul tavolo e titillarli nelle pause “Io sono qui per vincere o per trovare marito: e badi giovane, ho ottant’anni e ne ho già seppelliti due, nel caso si volesse fare avanti”. Al posto della mano, alla mantide ho chiesto due dritte sul gioco, scoprendo che il bingo ha pressoché un numero illimitato di regole che manco il Rugby, soprattutto in merito al pagamento delle poste, a seconda dei numeri estratti. Ho poi appreso che chi vince paga ai compagni il giro successivo, che c’è la possibilità di giocare anche affidando le cartelle alle cure di un computer “E se vinci appare la scritta Bingo! È una cosa molto eccitante” ha miagolato Francesca suscitando l’approvazione di tutto il consesso, un attimo prima di: 48, 12,23, 67, 6, 90 a ritmo serrato, con conseguente spegnimento generale dell’encefalo fino alla prima cinquina. 

Dopo una decina di giri, compreso un paio di sessioni con tripla cartella, una al computer e diverse imprecando il signore per non aver vinto nulla, allungando lo sguardo ho notato come vi fosse una sala attigua che avevo fino a quel momento del tutto ignorato. Separata da una vetrata trasparente l’antro era avvolto da una pesante coltre di fumo attanagliante la moltitudine dei giocatori presenti, resi dalla nube praticamente invisibili. “Quella è la sezione fumatori. Lì giocano e fumano anche sei ore di fila. Ora ti ci porto…” ha detto Francesca prendendomi per mano. Ed è stato in quel momento che: 1- ho definitivamente rivalutato il genere Gilf, 2- ho pensato alla necessità di una maschera antigas. 

Perché l’area fumatori, braccio dove entrare con la fedina penale pulita è considerato sconveniente, è peggio di un tunnel affollato di macchine in fila, di un circolo arci in Myammar, di una fumeria d’oppio cinese, del retrobottega del bar Andrei quando ancora ci si poteva fumare. Una bolgia nebbiosa popolata di individui enigmatici: donne barbute, ragazzine mannare, cosplay del dio Ganesch con orecchie albanesi e quattro braccia per segnare 25 cartelle contemporaneamente. Gente capace di tutto, anche di fare cinquina con soli quattro numeri estratti. Forte dell’antico adagio “se hai paura del lupo non puoi andare nel bosco” ho rifiutato l’invito preferendo ordinare un Fernet, attaccando bottone col signore con la maglia della capitale. Costui al di là di una apparente reticenza al dialogo palesata da una decina di sguardi fissi in risposta alle mie domande, mi ha spiegato, cambiando totalmente discorso, come molte delle signore presenti, soprattutto over 50, a suo parere fossero lì non tanto per il giuoco, quanto per fare conoscenza con altri uomini. Ammettendo senza indugio di non ritenerlo in torto nonostante un idioma un tantinello dialettale da parte sua, dopo aver annuito e battuto due pacche ho approfittato per chiedere se costui avesse mai fatto tombola. Al che, indicatomi due gazzelle zoppe a tre tavoli di distanza, nonostante cercassi sia di riportare il discorso sul gioco, quanto di convincere il gentilissimo a indicare le signore quel tanto in meno che ci permettesse almeno di evitare una denunzia per molestie, questi mi ha elegantemente suggerito, con una lieve allegoria e velato slang capitolino, come le medesime pulzelle a suo modestissimo e disinteressato parere… “vonno rotto er cazzo!”, ovvero sarebbero in spasmodica attesa di qualche buon partito disposto a fare conversazione. 

Accanto a me c’era un poeta ermetico.

Giunti a mezzanotte, c’è il giro di bingo col montepremi ai massimi, una circostanza attesa da tutti e descrittami dai presenti come il clou della serata (come se fino a quel momento…). Ma in fondo ammetto che i miei nuovi amici non erano in torto. È lì che infatti ho potuto assistere allo spettacolo apocalittico dell’acquisto forsennato di cartelle con foga tale, manco fossero scialuppe sul Titanic. Tutti volevano vincere perché quello era il rush finale, il picco del montepremi, il piatto forte della serata. E quando parte la sequela dei numeri, sulla sala e forse sul mondo intero, cala un silenzio degno del duello finale a mezzogiorno di fuoco. Guai a fare una parola, guai a lasciarsi andare a uno starnuto, a un commento a spostare una sedia: il rischio di mani in faccia è altissimo. 11- 44 – 47 e la vecchia attorno a me raggelando al pensiero di lasciarsi scappare il bonus sussultava sulla sedia, stringeva i denti, pensava al terzo marito da giustiziare 12 – 22 – 88 – 13 – 45, il pennarello blu che segna, poi cancella poi uno sbuffo, un mezzo moccolo, 31 – 1 – 8 – 21 bingooooooooooo! Mille e settecento euro a un tavolo di balcanici, che vociano festeggiano con baci in bocca, brindano e si abbracciano ricevendo anche l’onore della consegna di uno scettro con la B in cima, di una cafoneria sublime e mentre quelli giustamente festeggiavano, la vecchia accanto a me, spiritata frugava in borsa cercando soldi, spiccioli per comprare cartelle, arraffare vita. “Fra dieci minuti mi viene a prendere la badante, o vinco qualcosa o stasera mi sono susinata la pensione!”

È stato a quel punto che ho salutato tutti, ebbro di emozioni e di quattro cicchetti fatti al tavolo. Che dire? Divertente, ma non credo lo farò mai più.