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Tre minuti

“Puttana”.


Le pale del soffitto giravano frettolose facendo sbattere la catenina di ferro contro il paralume.


Clic-clic-clic.


“Ciao amica.” Con quel tono da bulletto.


Non se ne faceva mancare uno. Un commento per ogni passante, avevo
smesso di riprenderlo.


Qualcuno si fermava a parlarci prima di capire che gli mancava qualche venerdì, qualcuno proseguiva per la sua strada.


“Beato lui.” Non lo pensavo con invidia, era più un mix di noia e rassegnazione.


Gli avevo messo il computer vicino alla finestra, la sedia con le rotelle aveva lasciato le sgommate sul pavimento marrone – scrivania/finestra, finestra/scrivania.


C’avrebbe preso il signore, prima o poi.


“Negro dimmerda”. Stordito e razzista.


“Cristo Nicola, levati di lì, tra poco è pronta la cena, vai a lavarti le mani.”


Spensi con forza la sigaretta nel posacenere, e andai a scaldare il latte per le brioche prese la mattina al bar in fondo alla strada.


Avrei ripreso più tardi a lavorare, lo facevo più per occupare il tempo che per reale necessità.
Non servono molti soldi per le vite arrangiate.


Non hai progetti, di nuovo non compri niente, le cose le aggiusti – una pezza qui, una pezza lì.
Rimane tutto più o meno intatto, immobile.


A volte il ripetersi di quelle giornate sempre uguali mi faceva sentire immortale.


Il signore me ne scampi e liberi
, pensai baciandomi la medaglietta d’oro.


Un tempo facevamo conversazione a cena io e Nicola. O meglio, tentavo di farla.


L’anno in cui suo padre se ne andò di casa in modo particolare.


Non m’ero mai conosciuta donna, non ero più moglie, si vede pensai di provare almeno a fare la buona madre.


Una grandissima fatica che garantiva scarsi risultati a cose normali, figurarsi con un figlio autistico.
Pure il primo era scappato.


“Giovanna tu l’istinto materno non ce l’hai. Per questo t’è venuto storto. È una punizione. Così ci pensi la prossima volta.”


Grazie, mamma.


Io sinceramente non me l’ero mai chiesto se avevo l’istinto materno, e soprattutto non me l’ero chiesto quando m’ero fatta prendere di nascosto nell’ingresso della pensione che gestivano i miei.


Sdraiata sul tavolo, con la mano sulla bocca e la gonna sollevata a godermi quei tre minuti di felicità con quello che era il ragazzo più bello che avessi mai visto.


Quello era l’ultimo ricordo di me, libera.


Tre cazzo di minuti, Duccio Coppini.


Il ragazzo più bello che avessi mai visto.


A Sant’Ilario allo Ionio. Milletrecento abitanti.


Pace all’anima tua, Duccio.


Era arrivato alla nostra pensione in moto con altri due amici. Venivano da Prato, che noi immaginavamo come l’America.


“Ciao, posso dire a te? Dormiamo qui stanotte, siamo in tre. Ci fermiamo quattro notti.”


Riccioli folti e piglio sicuro, pareva fosse tutto suo. Pure io a quanto pare.


Fossero state occupate gliel’avrei liberate, ma non ce ne fu bisogno. Ma chi ci veniva a Sant’Ilario allo Ionio a luglio nell’83? Se non era per nonna le bollette di dicembre mio padre non le pagava di certo.
Erano stati giorni strani quelli, come sospesi.


Vivevo in funzione di quei pochi incontri che riuscivo a racimolare, ero come ossessionata.


La mattina prendevano il caffè sulla terrazza, naturalmente facevo in modo di essere sempre io a portarglielo.


Andavano al mare all’ora di pranzo e rincasavano presto. La sera era il mio momento preferito.


Giocavano a carte, bevevano e mi raccontavano della vita in città.

L’ultima sera gli altri salirono prima.


La luce bianca lo illuminava impietosamente. Nicola.


Gli occhiali spessi, la bocca all’ingiù da cui cadevano pezzi di cornetto biasciati male, le dita tozze che stringevano forte quel povero cornetto come se fosse un panino.


Non credo di averlo mai amato. Né lui né il fratello.


Neanche il padre del resto.


Avevo capito che la mia lucidità e la mia onestà intellettuale erano le uniche alleate che mi ricordavano che in fondo da qualche parte ero anche – ancora – una donna libera.


Libera dai giudizi familiari, dalle scelte obbligate, dalle amicizie finte che avevano popolato la mia vita da quando mi ero trasferita a Prato per sposare Duccio, dai no che avrei voluto urlare e che si erano sempre fermati in gola, da quella sorta di catene che mi sentivo stringere ovunque e che la notte mi stringevano addirittura la gola.


Dall’incontro con Duccio non avevo scelto niente nella mia vita.


Avevo accettato – per cortesia, prassi, buone maniere ed educazione – che la mia vita diventasse una gabbia merdosa. Poterla definire tale mi restituiva almeno il potere di pensare quello che cazzo volevo mentre facevo quello che non avrei voluto fare.


“Vado a lavarmi mamma, guarda che casino. Fa ridere mamma.”


È stupito mentre osserva i pantaloni sporchi di caffellatte.


Più passavano gli anni e più si faceva grottesco.


C’era una profonda tenerezza nei suoi occhi quando mi guardava, come se cercasse sempre una sorta di approvazione.


Non avrei mai permesso che gli succedesse niente di male.


“Bravo, Nicola. Metti anche il pigiama e infilati a letto. Ora arrivo anche io, ti addormenti e poi finisco la gonna a quella ragazza.”


Di solito prima di stendermi nel letto vicino al suo mi faccio un goccino di whisky ma ho mal di testa e preferisco evitare.


È settembre, ma è ancora molto caldo e ho lavorato molto oggi. L’età inizia a pesare anche su di me.
Mi infilo la camicia da notte e mi appoggio sul letto ancora rifatto.


Chiudo gli occhi, le braccia distese lungo i fianchi.


Mi addormento e mi sveglio sempre nella stessa posizione.


“Dormi subito mamma? Dormi veloce come fai te?”


“Come sempre, Nicola, sì.” E attendo.


Nicola prima di dormire lascia il suo corpo ormai anziano per qualche minuto, abbandona quel bambinone ingenuo e si scopre uomo.


Ogni notte, prima di dormire, alla stessa ora.


La finestra è aperta, la luce dei lampioni illumina un pochino la stanza, qualche voce di chi lascia le vie del centro e va verso la macchina.


Attendo.


Sento i movimenti farsi più frenetici, il respiro più veloce, un suono soffocato lo riporta a sé.
Prende i fazzoletti velocemente, quasi fosse imbarazzato, e li butta sotto il letto.


Li toglierò domattina.


Corre in bagno, il tonfo sordo dei piedi scalzi e torna da me.


“Mamma ci sono.”


Senza aprire gli occhi, sposto leggermente i fianchi e lo sento stendersi.


Continuo a tenere gli occhi chiusi, la mandibola invece si irrigidisce. Tutto il corpo lo fa.


Respira a bocca aperta, l’alito caldo gli puzza un poco. Il braccio è pesante sulla mia vita e devo gonfiare un po’ la pancia per prendere bene aria.


Ma non dico niente.


Prima si addormenta, prima mi alzo.


Forse era meglio farlo, quel goccino di whisky.


La sera era il momento che mi piaceva meno.


Mi chiedevo cosa pensava, se la sentiva quella distanza. Mi chiedevo cosa sarebbe successo se fossi stata una persona diversa in un momento diverso, se l’avrei messo al mondo, se mi sarei messa al mondo avessi dovuto riviverla la mia vita.


Questa cosa la facevo fin da piccina in realtà.


Mi facevo male sul male.


Era una sorta di spazio di autolesionismo consapevole e controllato.


Più passavo gli anni più riducevo la durata di questo esercizio masochista che mi concedevo.


Eh Giovanna, secondo me non importa che te li vai a cercare altri drammi.


Sorrisi fra me e me.


Decisi di dormire. La gonna l’avrei finita domani.


Ci alzavamo presto io e Nicola, altrimenti ci finivamo tutti i cornetti alla crema e la colazione era il suo pasto preferito.


Me lo diceva tutte le mattine.


Gli spostai leggermente il braccio.


Ecco, così respiravo meglio.


Buonanotte, bambina.


Federica Lucarelli, 37 anni.

Abito da sempre, ad umori alteri, il centro di Prato.
Penso troppo prima di fare e poco prima di parlare.
La scrittura forse è il mio modo di azzeccare i tempi.
O forse no.
Del resto, i racconti sono storie d’altri.