Reggimenti, scuole, squadre sportive, università, club privati: ognuno aveva i suoi colori e la sua fantasia. Erano gli anni sessanta del secolo scorso e andavano forti le strisce. Londra era la capitale del mondo psichedelico e felice. Quel regno era contenuto nella vetrina di un negozio nel centro di Prato.
Papà era alto e snello, capellone, con una striscia prematuramente bianca in mezzo alla fronte. Mummy lo chiamava la puzzola chic. Anche se profumava di Floris e Penhaligon, acque di Colonia dell’Albione in vendita esclusivamente nel suo negozio preferito. Anzi, la sua unica bottega.
Mummy voleva che la chiamassimo così. Era irlandese ma aveva vissuto a lungo a Londra. Giunta in Italia dopo aver frequentato i coffee shop di Islington e Clerkenwell si era spacciata per inglese per poter lavorare come Nanny presso una numerosa e patrizia famiglia pratese che dalla loro villa in collina presiedeva la piccola città.
Papà non sapeva che le strisce della sua cravatta rappresentavano il Trinity College di Dublino, e quasi sicuramente non gli importava. Gli piaceva l’effetto che il grigio chiaro fa messo accanto al blu celeste. Credendo di aver scorto un compatriota Mummy iniziò con lui una conversazione. Rise quando si rese conto che il suo interlocutore non capiva nemmeno una sua parola, e ignorava che nel Regno Unito vigesse una legge non scritta che proibisce di indossare i colori di una società o un’eccellenza a cui non si appartiene. Ci rimetti la faccia.
Anche di questo lui se ne fregava. La faccia ce l’aveva tosta. Gli piaceva la ruvidezza del tweed, i suoi toni contrastanti che suscitavano visioni della brughiera scozzese, i drammatici cieli sopra il Mare del nord. Se un qualche hooligan dal naso rosso, oppure un bancario con la bombetta e l’ombrello gli avesse detto di togliersi quella cravatta che non aveva alcun diritto di indossare gli avrebbe risposto male.
Forse perciò Mummy non lo portava mai con sé quando andava a trovare la famiglia a Cork City, o i suoi amici londinesi.
Papà non sopportava i jeans. “Quel maledetto Levi Strauss ha reso voi giovani tutti uguali, noiosi, proprio quando dovreste essere anarchici, pieni di rabbia e gioia.”
Quando mi vedeva vestito con gli stracci che avevo faticato a stracciare diceva, “Non siamo mica poveri. Vai a farti vestire dove sai. Metti sul mio conto. Pensa che anche le altre persone ti devono vedere.”
Stranamente gli scolaretti inglesi con le loro cravatte a strisce e i loro calzoncini corti non gli sembravano monotoni. “Se li guardi bene trovano il modo di distinguersi.”
Non volevo appartenere nemmeno passivamente a un reggimento, né tantomeno studiare a qualche università per poi associarmi a un club per gentiluomini. Volevo far fracasso con la chitarra elettrica davanti a ragazze nude, drogarmi, fare a pugni coi fascisti. E per fare questo mi sembravo perfetto.
Comunque andai a quel negozio in centro. Chi non accetta non merita ecc. ecc. Dentro lo spazio angusto, l’isola, un signore vigoroso di non grande statura ma dai modi sicuri e decisi mi squadrò, non proprio schifato,. “Qualcosa si può fare,” disse.
Prima le scarpe. Le Clark’s erano sì inglesi ma si rovinano subito se non cammini sulla sabbia, e qui a Prato di sabbia ce n’è poca. Chi ha le scarpe rotte è rovinato, non è una persona seria.
“Se non cammini bene non riesci a combinare nulla,” disse il maestro. “Questi stivaletti Beatles, che invece si chiamano Chelsea, sono ammissibili.”
Pantaloni stretti ma non troppo, non necessariamente militari come piacevano al vecchio. Macché camicia e cravatta, ti metti una maglietta di cotone pregiato e sopra uno di questi caldi maglioni Shetland, fatti a mano e senza cuciture nelle isole così a nord che più a nord non si può. Ci butti sopra un Montgomery. Basta. Va’, ora sei un signore.
Quando scesi per la prima volta nel Tube londinese questa illusione andò in frantumi. La grigia nuvola là sotto non era acqua di Colonia Floris. Era l’essenza di un impero decaduto, unito non da colori, tessuti, scuole o gloriose tradizioni.
Torna di sopra sulla terra e Oxford non la vidi mai.
Meglio rimanere finti inglesi ribelli a Prato.
Matthew Licht
Dopo un’adolescenza trascorsa nella Toscana degli anni 60-70 del secolo scorso, Matthew Licht è andato a cercare l’avventura a New York.
È tornato a casa per morire.
Foto in copertina: TUBE CRUSH (Negativo), Bob Collins, c. 1960, London Museum
