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Quello che resta

Ognuno di noi è sbandato e 

balordo in una zona di sé 

e qualche volta fortemente 

attratto dal vagabondare 

e dal respirare niente altro

 che la propria solitudine, 

e allora in questa zona 

ognuno di noi può trasferirsi

 per capirti.

Natalia Ginzburg

Mi accade spesso di pensare al mare. 

Penso al mare quando è calmo.

 Ecco, il mare calmo mi sembra l’immagine stessa dell’esistenza, 

cioè di quella vita immutabile

 che è sempre stato il mio vano sogno.

Carlo Cassola

A Prato non faceva così freddo da tempo, da anni, e lei lo sapeva bene, col suo bagaglio di esperienza e ricordi accumulati seguendo la reiterata corsa del sole. Camminava avvolta nel suo cappotto rattoppato, l’eleganza di una vita svanita nel dissolversi della gioventù. La pelle secca delle mani nel calore irrisorio dei guanti scoperti sulle dita. Nascosta tra la gente, con lo stesso imbarazzo di chi non vuol dare fastidio, di chi si sente di troppo. Con i capelli disordinati dall’angoscia della vita che corre. 

Davanti al lavabo quella mattina, in quella casa in via Muzzi piena di spiragli e di voci nate da turbamenti che si scelgono di dimenticare, guardandosi allo specchio gli aveva confessato che il tempo non le aveva chiesto nessun permesso. Né di volar via così veloce, né di esser così poco clemente. Nell’aver lui stesso deciso, in combutta forse con ciò che in tanti chiamano caso, i più scettici, o destino, i più romantici, che le lenzuola dello svegliarsi sola sarebbero rimaste tali per sempre. E comunque avrebbe ogni giorno cercato una mano, e non una in particolare, o forse sì, non trovando niente. Nella sua interiore ammissione, la solitudine era una compagna di lunga data, quasi l’unica che desiderava realmente vicina. Paradossalmente la sola che si legasse alla capacità di amare. Si conoscevano bene, fin nei dettagli più piccoli, nelle pieghe delle mani, nelle abitudini che non si dicono a nessuno. Sulle ginocchia scricchiolanti sentiva il peso tiepido di un gatto vecchio e castrato, che d’inverno passava lì intere giornate assecondando il suo silenzio. Le rughe erano aumentate come rondini nel cielo quando la natura si risveglia, e gli occhi non erano più quelli di una volta, più spenti, più vuoti – lo vedeva lei stessa: i segni dell’età si erano dispersi per le strade, insieme a tante cose che non erano tornate indietro.

Era stato un incantesimo, e poi non lo era stato più, quell’amore così impavido, lacerante, ardente, fumoso. Lo era stato e lo sarebbe stato per tutti gli anni a venire, complici i suoi diari che, ancora, nonostante tutto, continuava a riempire concedendosi fantasie irriverenti e immagini che non avrebbe confidato a nessuno. 

Il Metastasio era ancora lì, posizionato sull’unica curva del centro, silenzioso e non curante degli scenari labirintici della città ormai lasciata quasi a sé stessa. Con la coda nell’occhio, quasi per non farsi notare, ogni volta sbirciava le locandine perdendosi nelle volteggianti magie che gli strumenti avrebbero fatto in scena. Un po’ per continuare ad essere là, durante quella primavera di mille anni prima, e un po’ per non esserci più e suonare il nuovo strumento dei suoi giorni. 

Era un violinista scozzese, figlio della brughiera e della birra a doppio malto. Rattoppato come i suoi cappotti. Fuggito dalla vita di lei come fugge il vento quando soffia troppo forte.

Lo ascoltò per caso, una sera tardi, con i sipari già pronti a concedersi il sonno, una di quelle notti in cui, come quando era bambina, aveva l’impressione che la luna la seguisse per non lasciarla sola. Un’infatuazione? Un innamoramento? Non seppe mai come chiamarlo. Solo una cosa le si presentava come innegabile ogni secondo della sua melodia: che non avrebbe mai più amato così. E ormai era chiaro, pensava sorridendo consapevolmente tra sé. Ancora, a volte, lo vedeva apparire come un’ombra stravolgente che si avventava su di lei per divorarla in mille modi stravaganti e sconvolgenti. Innamorato, tentatore, principe, non l’aveva mai saputo. 

Per tutta la durata della stagione teatrale si erano scambiati fiori, cioccolatini, lettere, l’anima. Si incontravano non appena potevano. Non fu un colpo di fulmine, fu un riconoscersi simili e disorientati nello stesso labirinto. Camminavano lungo il Bisenzio parlando di niente, anche se ogni parola sembrava necessaria e piena di sentimento. Lui le raccontava delle Highlands e di Edimburgo, delle stazioni, dei pub, delle orchestre. Lei gli parlava di Prato, della sua provincia dura, del bisogno di restare e del sogno segreto di fuggire. 

C’era, a volte, nell’aria qualcosa di tagliente, qualcosa che avrebbe squarciato il cielo, impercettibile, inavvertibile e poi così palese. Tornava a casa con il viso dipinto dal sonno e inebriato dall’amore e subito si gettava sulle pagine vuote ad appuntarsi cosa di bello le avesse detto lui, quale dolcezza vi fosse in quei bisbiglii e in quelle urla di piacere, cosa avrebbe potuto recriminargli un giorno se avesse deciso di finirla. 

Senza chiedere autorizzazione né avanzare scuse, l’amore li travolse. Breve, perché doveva esserlo; pericoloso, perché vano nella sola proiezione al domani. Quando quella notte si abbandonarono facendo da sentinelle alla nebbia fitta come albume a neve, nella stanza silenziosa che lui occupava per la tournée, con le finestre appannate dall’inverno, si avvicinarono come chi entra in acqua fredda: lentamente, trattenendo il fiato. Realmente lei si chiese cosa di terribile sarebbe accaduto di lì a poco, non abituata alla bellezza della sola possibilità di non dover fingere e di non dover mascherarsi agli occhi di un uomo, e alla forza indomita di quell’amore libero non contrattato, non programmato, dettato dalla sola e costante esigenza di sfiorarsi.

A volte lo guardava dovendo subito dopo distogliere gli occhi, non per pudore, ma per vertigine. Era come fissare il sole troppo a lungo. E poi dentro di lei cresceva una domanda muta, insistente e ridondante, e non si riconosceva più. Cosa le nascondeva? L’amore le dilatava il petto, le faceva tremare le mani, le toglieva il fiato come dopo una corsa improvvisa. Non era più precisa, misurata e si sentiva a tratti indegna di una pienezza simile, come se la vita, per una volta, le avesse concesso più di quanto avesse mai osato chiedere. 

Lui, come lei, non comprendeva: le storie dei suoi viaggi, delle strade percorse, degli amici incontrati, di quelli perduti, di amori lasciati al calar della sera perdevano consistenza davanti a ogni gesto di lei, a ogni suo incerto passo. Come fosse uno strumento antico ricevuto in dono, da custodire, da esplorare e suonare con una gioia non troppo rumorosa, con la sorpresa della delicatezza, con l’ascolto attento della premura. L’amava, sì. E per questo spesso si faceva serio. C’erano giorni in cui rispondeva con un’attenzione precisa, quasi scrupolosa, e altri in cui ogni gesto sembrava in ritardo di qualche secondo, come se il tempo tra loro non coincidesse del tutto.

Una sera, al lume sbiadito di qualche candela, lei accennò al futuro. Lui passava il pollice sul legno del violino, come per controllarne una crepa invisibile. Forse ne conosceva bene il punto: quella lieve avvallatura nel legno che nessuno avrebbe visto, ma che lui sapeva essere lì, come sapeva degli altri pezzi rattoppati di sé stesso che portava da uno Scottish pub all’altro, da una città a un’altra. Non smise di farlo nemmeno quando lei tacque, e il sole stava per svegliarsi coperto da una coltre di nuvole dense. Quel giorno, e quelli che vennero, lei capì che il dubbio sarebbe stato l’unico modo per restare, e il non sapere le sembrò, per una volta, la forma più onesta di presenza. 

Prato, quella mattina, non sembrava avere nulla da dire. Sentiva il freddo insinuarsi tra gli strati raffazzonati dei suoi indumenti, negli angoli delle strade e nei portoni scrostati, come una presenza antica che non sente il bisogno di rinnovarsi. Un signore trascinava lento i passi poggiandosi sul suo bastone; alzò lo sguardo solo quando fu davanti al Duomo, per farsi il segno della croce e risistemarsi gli occhiali. Sussurrava parole alla sua città, Prato, culla di tradizioni e di memorie, sempre uguale a sé stessa, avvolta nel silenzio della nebbia che apre i bandoni dei negozi. 

Nel passo cautelato dal ginocchio scricchiolante al rintoccare dei ricordi, lei si fermò all’angolo a prendere la solita bozza di pane nero. Arrivata al fiume, si appoggiò al parapetto: il Bisenzio scorreva torbido e basso, fedele alla stagione. Sullo sfondo del cielo grigio i rami secchi degli alberi allungavano le loro dita. Anche il Metastasio rimaneva al suo posto, incastonato nella curva come una certezza inutile. Una locandina nuova occupava la vetrina, ma quella mattina non si fermò a leggerla, perché in cuor suo sapeva che il teatro sarebbe continuato a esserci anche senza di lei.  

A casa appese il cappotto al gancio rotto vicino alla porta, lo stesso che da anni reggeva il peso delle stagioni, delle toppe mai del tutto ricucite. Le mani le bruciavano gonfie, infreddolite dal gelo e dai guanti mai troppo pesanti. Ripiegato su sé stesso, un libro di Cassola. Esistere è coesistere, pensò, nella semplicità del trascorrere dimesso dei giorni in cui l’esistenza si scontra con la vita. 

Mise l’acqua sul fuoco e attese, senza contare il tempo. 

Il gatto le salì sulle ginocchia, con la lentezza irrevocabile dei corpi stanchi, e lei gli posò una mano sul dorso, seguendone il respiro, accogliendone le fusa.

Non pensò a ciò che mancava. Pensò, senza formulare parole, che tutto stava procedendo come aveva sempre fatto.

Restavano le pagine, e ciò che il tempo non aveva saputo cancellare.

Francesca Hartmann

Classe 1999, nata a Prato il 5 aprile da madre toscana e padre tedesco. Italianista di formazione, vive di e sui libri. Un po’ hippie, un po’ vintage, un po’ testona, di teutonica autodisciplina. Persa dietro alle nuvole e alla poesia.

Immagine in copertina: fog upon river, suzyco, Getty Images Signature