Sono passati più di cinquant’anni, quindi quasi tutti i personaggi coinvolti in questa storia saranno morti.
Mia madre mi aveva mandato a prenderle le sigarette e un giornale.
L’atmosfera là fuori nel mondo non era ancora diventata plumbea. Caschi per andare in bicicletta praticamente non esistevano.
Mentre pedalavo verso casa magari pensavo a qualcos’altro che a stare attento alle macchine. Non erano ancora così tante, a quei tempi.
Rinvenni steso sotto una coperta, circondato da vecchietti vestiti di nero, alcuni incappucciati. Sembrava l’Inquisizione. Dovevo rispondere per il padre ebreo, per la non presenza alla messa, per aver frequentato la scuola Montessori. Scosso, maledissi forte tutto il panteon cristiano.
Un togato nero sghignazzò. “Per un bambino bestemmia bene.”
Si rispense la luce.
Dei macchinari fosforescenti emettevano dei bip nel buio, e avevo un inverosimile mal di testa. Il tipo nel letto accanto al mio quella notte morì. Cadde silenzio. Nessuno gli prese mai il posto.
Per via della botta ero tutto bloccato dentro. Una suora impietosita mi fece un clistere. Aveva l’avambraccio ingessato col dito medio alzato come se mandasse affanculo il mondo. O forse l’ho allucinata. Ma comunque fu un’altra donna a curarmi.
Mia madre passava i pomeriggi a leggermi i romanzi di Dickens. Ascoltare doleva. Non davano morfina a minorenni con traumi cranici. Mi iniettavano un fluido rosa che tutt’al più era aspirina. Ricordo l’odore.
Dopo le ore delle visite veniva al capezzale una donna dai capelli neri tagliati corti. Rimboccandosi il camice e tenendo unite le ginocchia si sedeva e tenendomi una mano fresca sul fronte mi raccontava la sua vita, che non era tra le più felici.
Non sembrava particolarmente strano che mi parlasse di quel genere di cose. Non sembrava strano nulla. Ero stato sbattuto fuori dal mio ghetto di privilegio al Paradiso per finire dentro un mondo dove esistevano dolore, povertà e cristianesimo. Confessarsi faceva parte della vita cattolica. Magari non importava a chi ti confessassi. Lei non era suora. Forse non era nemmeno un’infermiera, ma una donna solitaria e delusa che entrava di sera dalla strada con addosso un camice candido e stirato e di lei non se ne accorgeva nessuno o a nessuno importava.
La conversazione cambiò tono quando la visitatrice misteriosa mi sgamò che cercavo di nascondere qualcosa sotto il lenzuolo. Perquisì scherzosa. Sentendomi in colpa lasciai fare. Trovò il fumetto v.m. 18 portatomi dall’anarchico compagno di banco.
Lei sfogliò impassiva le pagine. “Ma ti piace questa roba qui?”
Esitai. I grandi in certe situazioni sono perfidi. L’ambiente cattolico esigeva una risposta negativa. Invece dissi di sì, o forse annuii soltanto.
Era la risposta giusta. Si sedette e lesse a voce alta la storiellina come se fosse una fiaba di Esopo. Indicava dei dettagli delle illustrazioni e chiedeva se capissi cosa significavano, cosa facevano i personaggi. Un abecedario delle molestie, se lo si vuol considerare così.
Mi faceva un po’ timore quell’adulta bizzarra. I grandi leggono ai piccoli per insegnarli a vivere. Questa era una specie di scuola serale, il contrario delle lezioni che l’incidente mi stava facendo perdere.
Con le parole e immagini veniva meno il dolore.
Le lezioni si intensificarono. Era nuda sotto il camice. Facilitava l’accesso a ciò che suggeriva la curiosità. Non prendeva l’iniziativa, dovevo solo essere sfacciato. Esaudiva con leggerezza ogni richiesta.
Per ricambiare dovevo solo ascoltare le descrizioni della sua vita coniugale. Non lo diceva, ma era implicito che da grande non dovevo essere come lui.
Le lezioni andarono oltre i fumetti. Non erano più necessari materiali propedeutici. Imparai a seguire l’istinto, a fidarmi dei desideri. Nella realtà non c’era nulla da temere, e il dolore non dura per sempre. Perlomeno non il dolore di ossa rotte.
Una sera durante una lezione iniziata da pochissimo arrivò mia madre. Mi si gelò il sangue. L’infermiera le avrebbe raccontato che piccolo sporcaccione aveva allevato. Invece le due si misero a parlare come fossero vecchie amiche.
Per quella sera la lezione era finita però. L’infermiera tornò alle sue mansioni, qualunque fossero.
Magari non ero il suo solo pupillo, chi lo sa? Ma per quanto assurdamente spero sempre di sì.
Dopo ancora qualche settimana di quella strana scuola i medici mi congedarono. Non ci fu un commiato, tanto meno un addio. Ricordo il primo viaggio in sedia a rotelle.
Riprese la solita vita, famiglia, scuola, amici, confusione.
L’unica cosa di cui mi vergognavo, e me ne vergogno tutt’ora, è che non sono mai tornato all’ospedale per salutarla, sentire come stava, se le cose a casa sua andavano meglio. E anche per ringraziarla di avermi mostrato come può essere la vita in certe circostanze che ognuno si deve inventare.
A scuola c’era una ragazza sconvolta come me dalla biologia. Era più grande, alta, non proprio snella e baffuta. Non l’avevo mai considerata, prima.
Lezione 1: essere timidi non porta a niente.
Avrebbe potuto prendermi a schiaffi per ciò che le dissi. So cosa vuoi. So come si fa. Non lo dirò a nessuno.
A differenza dell’infermiera comandava lei, e se non riuscivo bene a fare ciò che voleva nel modo in cui lo desiderava la punizione arrivava fulminea.
Lei si è trovata un fidanzato presentabile già al liceo e mi ha ignorato in eterno.
Le scuole medie finirono così.
Molti anni dopo, quando credevo di aver capito un po’ la vita, mia madre parlò francamente della sua, giunta ormai quasi alla fine. Aveva molto da raccontare, anche cose che avrei preferito non sapere. Ai suoi tempi ciò che ora viene definito abuso non era considerata una cosa talmente seria. Trovai inquietante che alcuni suoi amici si erano serviti della prostituzione minorile. Eppure a quei tempi non era considerato una brutta cosa, disse lei. Alcune famiglie erano talmente povere.
Quando le raccontai della strana infermiera rimase sconvolta. “Lo sapevo. Avevo intuiito che non era proprio normale. E non ti ho protetto.”
Non avrei dovuto dirglielo. Era una storia privata. “Non dartene pensiero, mamma. È stata un’esperienza positiva.”
Matthew Licht
Dopo un’adolescenza trascorsa nella Toscana degli anni 60-70 del secolo scorso, Matthew Licht è andato a cercare l’avventura a New York.
È tornato a casa per morire.
