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Silenzio, chiacchiera, clipping

Cara catastrofe, 

sono passati i crampi? Tre volte a settimana crossfit, due yoga, poi sei collassata per trecento gradini. I vecchi che ci hanno superato facendo asparagi ridono ancora. Ma ci sta, sarà il peso della tua simpatia pungente.

In questi giorni ho riascoltato Le luci della centrale elettrica e mi è venuto da pensare spesso alla Calvana, al tramonto su Prato, all’erba sotto i cipressi. A noi, con il nostro caos endemico, le attitudini manesche alla velocità e l’impazienza nelle ossa, eppure per una volta immersi in una forma di pace. Poi alla discesa a Travalle, ai sedili reclinati e al tempo passato a fissare il tettuccio. 

Ricordo che tra gli scambi di battute si sentivano solo il rumore della tua cartina che bruciava e quel sibilo di quando espiri il fumo che tradisce il tuo essere vipera almeno per un ottavo. L’aria nella macchina era una specie di liquido amniotico in cui le parole si muovevano calme, come se sentissero i postumi della stasi. Eppure con i loro soliti modi contorti e imprevedibili i nostri discorsi si erano fatti intimi. Mi parlavi delle superiori, di tutta una serie di dolori e di come avessi dedicato gli anni della spensieratezza a un lento ma continuo apprendistato della solitudine. Da piccola tuo nonno diceva che eri troppo leggera per essere così alta e che dovevi avere le ossa cave come gli uccelli; ora ti sembra che siano porose ma non più leggere, imbevute nel tempo di quell’isolamento che non se ne era mai andato. Quasi niente è per te, dicevi, né le chiacchiere delle persone, né gli impegni, né la quotidianità in generale; nei giorni più strani neanche l’immagine che vedi nello specchio. Ti sorprendeva intristirti perché neanche la cazzo di pubblicità ti vuole. Dagli annunci delle assicurazioni a quelli del piano Netflix, dai titoli dei giornali di destra fino ai volantini dei collettivi per le serate techno, per te tutto era un’enorme bocca che ti si metteva davanti per non dire niente e ti sbatteva in faccia il tuo essere diversa e sola. Poi avevi sorriso e minimizzato: rispetto alle superiori va molto meglio, e anche quando ti capita di sentirti non cercata non ci soffri troppo. Sentirsi un’isola ha anche i suoi vantaggi, e del resto non c’è bisogno di uscire dalla solitudine per sentire il calore dei corpi, e spesso le cose stupide sono le migliori perché non ti fanno pensare. Come con me, hai detto, facendoti mandare affanculo. 

Quando sono stato io a dirti delle mie solitudini adolescenziali – diverse, stupide e arroganti eppure a tratti così vicine – mi sembrava che mi capissi nel solito modo inquietante. Ognuno disteso sul proprio sedile, non ci guardavamo. Sul tettuccio vedevo solo sfilare le ombre del telaio quando una macchina sfilava sulla stradina.

Ieri ripensavo ai nostri discorsi, e mi è venuto da pensare che forse anche quelle solitudini sono figlie della nostra incapacità a vivere in una scala di grigi. Stavolta non è quella che sta tra velocità e stasi, ma quella delle intensità con cui le cose ci parlano dei loro significati. Avevo pensato di tirarmela un po’ e chiamarla volume semantico, poi ho ripensato a quando ho citato Nietzsche non per scherzo e mi hai lanciato il casco del motorino. Avevi fatto bene, e se ti lascio questo passaggio didascalico deve essere perché un po’ mi è pure piaciuto. 

In ingegneria del suono il fondo acustico è il rumore minimo che è presente anche in assenza di eventi sonori rilevanti, un tappeto sonoro ineliminabile. Negli ambienti controllati questo fondo acustico è costituito da segnali così piccoli da essere approssimabili al silenzio, l’assenza completa di segnale. All’estremo opposto c’è il clipping, la distorsione che emerge quando un sistema riceve un segnale audio che supera la soglia che è in grado di gestire. 

Pensavo che una grande parte delle nostre vite parla di cose che hanno gridato il loro significato abbastanza forte da farci pensare che fossero le uniche degne di essere pensate. Poi c’è una parte altrettanto grande che parla del fatto che non siamo mai stati bravi ad ascoltare le cose che non facevano tanto rumore, come se fossero solo una chiacchiera di sottofondo da ignorare. Poi, come ultima, c’è una piccolissima parte di noi che parla di come invece siamo sempre stati bravi ad ascoltare i silenzi che ci capitavano nella loro rarità. Ieri guardavo Madonna che silenzio c’è stasera, e durante la scena in cui gli operai della tessitura comunicavano urlando per capirsi mi è venuto in mente un modo per spiegarmelo.

Già nel ‘57 a Prato c’erano più di 11000 telai. Partivano dalla periferia e arrivavano fino al centro della città. Erano nelle fabbriche, nei laboratori e nei garage delle case e non si fermavano neanche di notte. Questo vuol dire che ci sono state migliaia di persone che per tutta la vita, giorno dopo giorno, ora dopo ora, hanno sentito il rumore dei telai. Il battere di navetta e pettine, rumoroso per chiunque, per tantissimi pratesi era una specie di silenzio. Quello è stato per decenni il fondo acustico di un’intera città: ciò che succedeva anche quando non succedeva niente. 

Te ne parlo perché anche se ci diciamo di non conoscerci, so che in entrambi c’è qualcosa di simile: un discorso di fondo che non riusciamo né a fermare né a manovrare, un continuo giocare del cervello con ricordi, cazzate divertenti, pensieri sconci, impegni trascurati, sentimenti belli e brutti, risposte mai date, argomentazioni perse, rimpianti, speranze e piccoli deliri. È la voce interna che c’è sempre stata e che è cresciuta con noi, la ragione per cui eravamo bambini con la testa tra le nuvole che sono diventati adolescenti distratti e adulti quantomeno strani. Sono i telai per cui alle superiori non riuscivamo a dormire, l’iperattività dei nostri mondi interni e i loro fondi acustici di significati.

Mi sono accorto di quel rumore un giorno in cui per un momento si era fermato. Ci ho ripensato perché è successo a Travalle, vicino a dove abbiamo parcheggiato domenica. Correvo sulla strada sterrata dietro il paese e la bruma invernale che galleggiava sui campi lasciava al resto dello spazio un’idea di sospensione. Ricordo di aver fatto caso a un sottile odore di legna bruciata e di aver pensato che fosse buono, poi è sbucata una lepre e si è fermata sulla stradina a guardarmi. Non è successo altro. Solo questo. Eppure, per qualche ragione, tutto si era zittito. Non c’era nessun pensiero in me, nessun significato, nessuna voce. Solo i polmoni che recuperavano. Anche la consapevolezza stessa di quel silenzio è arrivata in ritardo, ed è stato il primo brandello di rumore prima che i telai si riaccendessero. Tornato a casa avevo segnato su un taccuino che dove la bellezza splende le voci tacciono, e Travalle non ha mai smesso di ricordarmi quel silenzio. 

Secondo la legge di Yerken-Dodsen la capacità di un oggetto di attrarre la nostra attenzione migliora quando il suo stimolo non è né troppo debole, né troppo intenso. La pubblicità, ad esempio, viene costruita per trovarsi in un punto ottimale di attivazione del proprio consumatore medio. Non mi sembra assurdo pensare che la stragrande maggioranza delle interazioni umane segua la stessa logica, e che quella soglia di attivazione sia diversa dalla nostra. Se a volte ci sentiamo soli è perché gli stimoli della quotidianità ci cercano a frequenze che sono già occupate dai nostri fondi acustici. Le cose ci trovano veramente solo quando gridano, ci saturano e vanno in distorsione. 

Forse è solo un altro modo di dirti la stessa cosa che ci siamo già detti con altre parole: che la parte più viva e vera di noi si trova sopra la soglia di ciò che riusciamo a elaborare. Come nei nostri litigi nei bar, come nelle pause o come in macchina a Travalle, quando i corpi avevano appannato i vetri e le tue parole mi riempivano. Erano piccole esplosioni, fuochi d’artificio che rompevano il silenzio e disegnavano sulla linea dei significati dei picchi che salivano come se la memoria fosse un soffitto su cui incidere la propria esistenza. Eravamo nel clipping.

Quando ti sei rannicchiata sul mio petto sembravi piccolissima. Ti baciavo la testa e sentivo il tuo odore. Non quello dello shampoo o dei tuoi profumi da uomo, ma il tuo, quello che mi piace sentire sul cuscino quando dormo da te e addosso quando me ne vado, il marchio di feromoni che ti porti dentro tanto quanto la capacità di parlare, l’odore che nella mia memoria ti significa più del tuo nome; ciò che senza vista, tatto e udito sei tu

Ed era bello che quella traccia fosse il perno attorno al quale la nostra tenerezza si trasformava in altro. Sotto il maglione le mie dita combaciavano perfettamente con i solchi delle costole e mi sembrava che la tua sagoma si incastonasse in me. Era come se quelle carezze fossero una tenera mappatura in cui il tuo corpo diventava un insieme di significati caldissimi. Marchiavi a fuoco la mia memoria e il tuo corpo era un braille di parole di possesso.

Poi tutto aveva seguito le accelerazioni e le nostre vite si erano saziate a vicenda in un groviglio di corpi sudati. Di tutta quella saturazione alla fine era rimasto un silenzio assurdo. 

C’è una scena, all’inizio del film che ti dicevo, in cui Francesco va in bagno e si sconvolge per la durata della sua orinazione. Dietro di lui c’è un cartello che mi piace pensare sia la locandina di un porno anni ’80. Dice

L’amore è un frutto goloso e va morsicato piano.

Non sono stupido, lo so anche io che l’incastro delle cose che ci compongono è pericoloso e fragile: noi vogliamo sempre sbranarci. Tu continui a dire che sono periodi delle nostre vite in cui l’altro sarebbe un lusso e un impegno che non possiamo permetterci, e forse hai ragione, anche se – restando in tema di classici – continui a sembrarmi il conte Mascetti che dà l’addio a Titti. Ma dici anche che vederci non ha senso né significato, e il piccolo delirio di queste pagine è solo un modo per rispondere a questo: vederci non solo ha senso, ma ne ha più di tutto ciò che ci circonda e non ci dice niente. E continuerà ad averlo, fosse anche solo vedere quanto siamo belli con i tuoi trentadue anni di gambe lunghe e distrazioni e i miei ventotto di fuochi brevi e braccia magre, parlare di noi come se fossimo delle città intere con i nostri rumori di fondo e immaginare quando ci sarà la crisi e i telai si fermeranno, ascoltare insieme Per ora la chiameremo felicità, sentire che in quelle canzoni ci sono sempre i nidi delle nostre solitudini adolescenziali e pensare che parlino a noi e di noi, come fossero pubblicità progettate su misura per venderci delle belle malinconie.

Non mandarmi messaggi, neanche se hai qualcosa da ridire. Mercoledì esco dagli allenamenti alle 9, andiamo a sentire il jazz? 

A.

Andrea Petrella, nato con l’estate del 97, vive tra La Querce e Bologna. Impazzisce per i cani, il pugilato, le barche, la Drum and Bass e mille altre cose, ma quella che gli piace di più è avere la botte piena e la moglie ubriaca.