Fiammetta mugola nel sonno, mentre si rigira nel letto. È l’alba e la stanza nella penombra è rischiarata da freddi riflessi azzurri. Attorno a lei tutto è immobile: i vestiti appoggiati distrattamente sulla sedia, i fogli e i libri in disordine su un tavolino basso di legno sulla sua destra, e le infradito che si è sfilata con un moto di ribellione qualche ora prima. Si ritrova svogliatamente a cercarle con gli alluci sul pavimento, mentre si sostiene, seduta al bordo del materasso, con le braccia tese e le spalle incassate. Anche stanotte sono venuti a trovarla quei serpenti verdi e lucidi dalle spesse squame, che da sotto il letto, molto molto lentamente, hanno cercato di stringerla nella loro morsa. Fortunatamente si è svegliata di soprassalto prima che la raggiungessero e ha spalancato gli occhi sul suo soffitto azzurro. Si domanda come mai siano sempre cinque, tre da sinistra e due da destra, e come mai la guardano con quegli occhi così stranamente umani, un po’ interrogativi e un po’ sarcastici. Mentre rinnova il proposito di informarsi sull’interpretazione dei serpenti nei sogni, sa che nemmeno stavolta lo farà. In cuor suo sente come mai si insinuano nelle sue notti e conosce anche la domanda che, ogni volta, le pongono con quello sguardo giallo e lievemente invadente.
Arresa di fronte alla scomparsa della infradito sinistra, scalza, si alza lentamente con la testa che gira a vuoto e si sposta in bagno. Si appoggia con entrambe le mani al lavandino bianco, mentre una profonda angoscia trova posto nella parte bassa del suo petto, all’altezza dello stomaco. Scintilla nella penombra la lama sottile delle forbici da capelli. Punta dal loro suadente richiamo, discosta lo sguardo e si ritrova addosso due grandi occhi spenti e fissi, portatori dello stesso penoso e assiduo interrogativo. Il volto è sfilato, più del solito, e i capelli lisci e immobili occupano spazio nella sua figura come in attesa di qualcosa, che sia un taglio o una carezza. Mentre si osserva, vede arrivare nei suoi occhi l’inquietudine, che, come un’amica premurosa, calma dolcemente l’angoscia e l’accompagna per mano fuori dal bagno, concedendole il tanto familiare e urgente bisogno di fare qualcosa. Si muove lenta nel piccolo soggiorno e afferra il pacchetto di sigarette e l’accendino al suo fianco, al centro del tavolo rotondo. Mentre ne accende una, si siede delicatamente sul duro bracciolo del divano, con l’unica necessità di stare, cosa tra le cose, e di prenderne parte.
Fiammetta ha sempre nutrito un profondo rispetto per le cose, come se anch’esse fossero portatrici di uno strano ultimo segreto, simile a una vita. Se ne rese conto presto, ai tempi in cui, bambina, chiedeva spontaneamente scusa a un asciugamano o a una forchetta che le cadevano di mano. Ogni tanto, sovrappensiero e da sola, le succedeva ancora. Ad essere cambiata era solo la consapevolezza che si trattasse di una sua stranezza da nascondere; nel profondo di sé continuava a credere che, quando cadono, anche gli oggetti possono farsi male.
Mentre fuma, osserva il tavolo al centro della piccola stanza, le poltrone avvolte in larghi teli chiari, le stampe appese alle pareti ormai stinte, l’imponente libreria che ospita libri vecchi e nuovi; guarda distrattamente anche il pavimento rivestito da delle mattonelle decorate con dei motivi floreali sull’azzurro e nota, per la prima volta, la consunzione di quelle attorno al tavolo, che creano una sorta di solco, o di tracciato. Lo sguardo infine le cade sui fiori freschi, delle margherite rosa e viola, che trovano posto dentro un vaso di vetro, al centro della tavola. Ne osserva a lungo, da lontano e nella penombra, i petali e gli steli. La sfacciataggine dei loro colori accesi amplifica il senso di vuoto che prova, a cui si accompagna una profonda tenerezza. Vinta da essa, prende lo spruzzino su un ripiano della libreria e li rinfresca, con la testa inclinata, come a chiedere loro se ora stessero meglio, se fosse stato utile il suo gesto.
Fiammetta abita soltanto quattro stanze di quella grande casa in cima alla collina: la camera, il salotto, il bagno e la cucina, il perimetro necessario di sé stessa. L’edificio, su due piani e composto da otto stanze con inclusa un’enorme soffitta, fa parte di un piccolo abitato all’apparenza isolato, ma ben collegato da una stretta stradina a quella principale, che corre dal centro città alle montagne circostanti. La sua famiglia ha abitato per generazioni quella casa e da qualche anno è rimasta a lei. Al primo piano ci sono stanze grandi e buie, dai vecchi pavimenti in mattonelle, tutte con decorazioni diverse: arancioni e marroni quelle della camera, verdi e gialle nello studio, blu e viola quelle del secondo piccolo bagno. Tutte queste affacciano su un piccolo corridoio dalle piastrelle verde bottiglia, che Fiammetta tiene sempre chiuso. Nessuno apre mai la porta di quelle stanze, che al buio e popolate da pochi oggetti – appartenenti ai genitori, ai nonni, ai bisnonni o a momenti felici della sua giovinezza – restano immobili e uguali nel tempo. Come se avessero capito di non essere cadute nella dimenticanza e, al contrario, nel loro assoluto distacco dalla realtà, avessero raggiunto una sorta di sacra immortalità.
Lei sente in ogni momento la presenza di quella parte di casa in cui non entra mai. La percepisce in come abita gli spazi del piano terra e, soprattutto, quando riceve visite. Pochissime sono le persone che, negli anni, hanno potuto osservare quelle quattro stanze luminose e pulite e hanno potuto percepire l’atmosfera di ordine instabile che vi regna, frutto di un continuo e instancabile lavoro di sottrazione del caos della proprietaria. Avviene sempre nello stesso modo: o è Fiammetta a volerli ricevere o, molto spesso, sono gli altri a volerle fare visita. Fin da qualche giorno prima comincia a prepararsi, aggirandosi qua e là per quelle quattro stanze, scattosa, in un misto di agitazione e entusiasmo che lottano con la paura più nera. Spazza le stanze accuratamente, spolvera tutti i mobili, mette a posto i libri nella libreria, con un ordine rigorosamente alfabetico per autore, ma che varia nella disposizione dei generi. Seleziona gli oggetti che, più o meno disordinatamente, abitano insieme a lei e ne butta via alcuni. Compra i fiori freschi che più si addicono alla stagione – crisantemi, garofani, gerbere o viburni. Non mancano le telefonate o gli incontri preliminari. “Sono molto impegnata in questi giorni, abbi pazienza se troverai la casa un po’ sottosopra”. Oppure: “Forse fa troppo freddo, tu vestiti bene”. Delle stanze al piano superiore lei non parla mai e i suoi ospiti non chiedono. Per tutto il tempo da quando lei apre loro la porta, affettata, a quando la chiude alle loro spalle, i suoi ospiti leggono in quegli occhi che conoscono così bene un imbarazzo e un’inadeguatezza infantili e schivi. Al contrario, loro sono sempre felici di essere lì con lei, cercano di farla sentire accolta, in quell’immagine domestica di sé, e le portano piccoli doni: una birra, un vino, dei dolcetti, un libro. Uno, da anni, quando viene da lei, le porta delle margherite, che lei si affretta a mettere in un vaso e che, nei giorni successivi, si sofferma a osservare. Lei e i suoi ospiti, di solito, chiacchierano e fumano sigarette insieme.
L’inquietudine di fare qualcosa la porta in cucina, dove senza convinzione si ritrova a scaldare dell’acqua per farsi un tè. Tanti anni prima aveva compiuto gli stessi gesti con lui in un tardo pomeriggio d’estate, la volta che riuscirono a entrare insieme nelle stanze chiuse del primo piano. Fuori il sole stava cominciando a tramontare e il frinire assordante delle cicale dialogava con l’atmosfera che riempiva le stanze, con il coinvolgimento di lui e lo stupore di lei. Si erano fatti un tè e avevano acceso l’incenso. Fiammetta si muoveva con innata naturalezza tra le proprie mura, talmente incredula che lui fosse lì da cercare di dimenticarsene. Lui la guardava sorridendo, di sottecchi. “Sembri proprio un animaletto nella sua tana”, le disse piano, all’orecchio. Lei arrossì. Lì dentro lui si mosse ogni volta con lo stesso pudore della prima visita, di quando se lo ritrovò all’ingresso, con in mano una confezione di incensi e uno sguardo interrogativo, come a dirle, “davvero mi vuoi qui dentro?”. Lei al tempo non disse nulla, si mise accanto al tavolo e aspettò che lui entrasse. Ed entrò.
Federico sta cucinando un’insalata di farro per cena. Gaia sta per tornare a casa e, in questi giorni afosissimi di luglio, vuole mangiare soltanto cose leggere e fresche. Tra poche settimane andranno al mare e lui sa perfettamente che lei, più che desiderare cibi rinfrescanti, non vuole mangiare affatto. Se n’è accorto qualche settimana fa, da quando lei, la sera, prima di andare a dormire, si trattiene più tempo in bagno, a osservarsi allo specchio. Dalla porta aperta la vede ogni notte studiarsi cosce, sedere, braccia e pancia sotto varie prospettive. Da quel giorno lui cucina cibi leggeri e ben conditi ed è più dolce del solito con lei. Convivono da qualche anno in un appartamento luminoso al terzo piano di una palazzina del centro storico. È la casa dov’è cresciuta la mamma di Federico e nella quale abita lui da quando è morta la nonna materna. Dopo averci vissuto qualche anno da solo, con Gaia hanno deciso di ristrutturarla e lei è andata a stare lì con lui.

Un parquet chiaro ricopre tutti i pavimenti dell’appartamento. Lo ha scelto lei, così come è lei ad aver scelto tutti gli arredi crema, l’imbiancatura avorio su tutte le pareti e la tappezzeria bianca di poltrone, divani e cuscini. Quando decisero di abitare insieme, lei disse soltanto che voleva che tutto fosse chiaro e radioso. Federico al tempo pensò che questa esigenza di Gaia dipendesse da una sorta di pregiudizio che lei aveva sviluppato da bambina. Casa dei suoi, in cui lui era stato qualche volta, era buia, al piano terra e da tanti anni ci abitava il padre da solo, dopo che la madre, tra pianti e confessioni, aveva ammesso di avere da molto tempo una storia parallela con un suo collega e se n’era andata. Voleva, perciò, che la loro casa fosse il più luminosa possibile e lui l’aveva assecondata, mettendo in luce ogni parte di sé. Avrebbe preferito di gran lunga che a dominare fossero le tinte azzurre, portatrici di sfumature; lei era a conoscenza dei gusti di Federico, ma non sembrava dargli peso.
Ogni fine settimana invitavano i loro amici per un aperitivo o per cena, e d’estate sfruttavano un largo terrazzo che Gaia aveva ricoperto di piante. Prima delle loro visite, lei si occupava di mettere in ordine, pulire e apparecchiare la tavola. Lui si dedicava alla spesa e alla preparazione dei piatti. Erano felici perché i loro ospiti si sentivano davvero come a casa propria e tanto dipendeva dall’atmosfera profondamente accogliente dell’appartamento e dalla complicità che si sviluppava tra di loro nel ricevere visite.
Un tempo, però, quella casa non era così, bensì totalmente diversa. Quando Federico ci abitava da solo, nell’appartamento regnava una viva confusione. Dischi, biglietti del cinema o di concerti, dépliant di mostre, riviste di architettura trovavano naturalmente una loro temporanea collocazione su sedie, tavolo, comodino, talvolta sul pavimento, certi di essere presto rispostati. C’erano poi le volte in cui tutti i suoi oggetti venivano svuotati del loro uso e diventavano ricercati pezzi di esposizione, disposti accuratamente su mensole e ripiani, o in bella vista sul tavolo o in bagno. Erano le volte in cui veniva Elena. Lei aveva l’abitudine di comunicargli all’ultimo che sarebbe venuta, con quella leggerezza ai limiti dell’arroganza che le apparteneva. Lui accoglieva quella richiesta con falsa tranquillità, mentre, girando per casa, raccoglieva tutto ciò che era sparso e in disordine e lo sistemava in un ordine istintivo e a tratti a lui sconosciuto.
Elena era sempre un po’ guardinga quando entrava in casa di Federico e si complimentava sinceramente con lui per un disco esposto o chiedeva informazioni su un determinato libro. Lui ostentava sicurezza, le offriva da bere e le cucinava ogni volta qualcosa, senza smettere di pensare che quando lei entrava l’atmosfera, da essere rilassata e un po’ trascurata, diventava intimamente tesa. Mettevano poi un vinile sul giradischi e ascoltavano musica insieme, sul divano, chiacchierando di rado e di svariati argomenti. Ridevano molto. Una volta Elena, alzandosi dal divano, notò un dito di polvere su una superficie un po’ nascosta. Federico se ne accorse subito e si affrettò a giustificarsi, “gli angoli ciechi sono tutti così”, “questa casa accumula un sacco di polvere”. Lei si limitò a guardarlo, ironica e severa, nascondendo una punta di dispiacere. La volta successiva Elena, superata la soglia, trovò Federico, visibilmente a disagio, seduto sul divano tra pile di dischi, libri e riviste in disordine su tutte le superfici. Lei ne fu entusiasta e lo abbracciò forte, per poi sedersi per terra a osservare e commentare insieme a lui ogni cosa che finiva tra le sue mani, finché non si fece buio intorno a loro, senza che se ne accorgessero. Risero di gusto e scelsero alcuni dischi da sentire insieme, abbracciati stretti nel buio di quelle larghe stanze.
Il giradischi, nella nuova disposizione della casa, trovava posto nello studio di Federico, quella che un tempo era la camera da ragazza di sua madre. Lì riposavano anche tutti i libri, i dischi, le riviste, mentre i biglietti di tutte le mostre e dei concerti se ne stavano in una scatola di legno ben fatta, su un ripiano di una vecchia libreria. Anche quella stanza era di per sé chiara – con il parquet e le pareti avorio – solo che Federico non ne apriva mai le persiane, lasciandola al buio. Gaia non ci entrava mai, ed era divisa dal resto della casa da una bella porta bianca, quasi sempre chiusa. Non nominavano mai quella stanza. Per lei era semplicemente la camera da ragazza della suocera e rispettava il rapporto particolare che lui aveva con il suo studio, senza porsi domande. D’altronde avevano tanto altro spazio da abitare e Gaia aveva posto per ogni cosa, anche per le superflue.
Una volta finita l’insalata di farro, Federico apre il frigorifero e ne estrae una birra fresca che stappa distrattamente, per sorseggiarla nell’attesa. Mentre, scalzo, si muove verso il divano del salotto, butta un occhio verso lo studio. Con calma va verso la maniglia della porta bianca spalancata, uguale a tutte le altre, e la richiude piano.
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Beatrice Villani
Nata il 14 gennaio del 1997 a Firenze. Come Andreotti. Da sempre a metà tra Prato e Pistoia, come Montale, dove è cresciuta. Laureata in Lettere Classiche, insegna. Legge (tanto) e scrive (poco) per capire.
