Il carrello è strapieno. Cazzo. Devo riuscire a mettere questo cartone da qualche parte o saranno guai.
Ho un freddo fottuto alle dita e uno stra-maledetto-martello-pneumatico ficcato nel cervello. Gli altri mi hanno lasciato solo. Il fiume scorre vicino. Sento il rumore arrabbiato dell’acqua e l’alito fresco che porta con sé. Sopra di me il ponte di cemento e la ferrovia. Tra un po’ anche io dovrò avviarmi. Il tempo di raccogliere le ultime cose, tra le Moretti e i sacchetti di plastica.
Spero stasera ci sia posto e, sopratutto, da mangiare. Non mangio qualcosa di caldo da un po’. Quando c’è il sole, non vado mai al diurno. Preferisco arrangiarmi da solo. Ma la notte diventa difficile. In stazione, tra le puttane e i travestiti, spesso non c’è posto. In più, gli sbirri controllano parchi e panchine come fottuti segugi. E allora mi vado a nascondere. Ma col freddo ogni volta è uno strazio.
Asilo notturno lo chiamano. A me non frega un cazzo in realtà. Potrebbero chiamarlo circo-spaziale-intergalattico, sarebbe uguale. Basta che mi diano una bella coperta e qualcosa da mettere sotto i denti. Però quando ci vado, non mi dispiace. Passo davanti al vecchio mercato, poi il tabacchi e la birreria. C’è sempre un sacco di gente lì fuori. Ogni tanto mi fa sorridere la scena. Non mi capita spesso, però tutta quella vita mi fa quell’effetto del cazzo. Sorrido come un cretino. Lo zaino e le buste nel carrello. A volte chiedo pure una sigaretta. Mi metto da una parte, controllo il gregge e fumo. Poi si fa tardi e sparisco tra i vicoli, fino al mattino dopo.
Risalgo l’argine. Cammino lungo la ciclabile. Devo nascondere il carrello. Non si sa mai. Questi cazzo di ragazzini sembra che ci trovino piacere a tormentare i disperati ultimamente. Entro nel parcheggio sotterraneo. Mi faccio strada tra le macchine e le colonne di cemento fino al livello più basso. Nascondo tutto quello che ho in un anfratto. Tra il condotto di areazione e la rampa d’accesso. Un ultimo sguardo poi vado.
Sono di nuovo all’esterno ora. Il marciapiede è deserto. Grandi nuvole e piccole stelle. Niente luna. Un’aria pungente ad ogni respiro. Proseguo. Devo andare.
Poco distante c’è il campetto da basket. Cinesi e pakistani che saltano a destra e sinistra. C’è musica intorno, arriva da una cassa bluetooth. Sotto il canestro, in mezzo agli zaini e alle felpe. Poco più in là, i senegalesi fumano marijuana, tutti assieme, in cerchio. Ci passo vicino a testa alta. Inspiro a pieni polmoni, nella speranza che quella nuvola grigia mi porti con sé. È solo un’illusione, ma lo faccio lo stesso.
Attraverso la strada. Le mani in tasca e lo sguardo a terra. Le strisce pedonali scorrono sotto i miei occhi, scolorite. Sono dall’altro lato. La gelateria, il negozio di elettronica e il mini-supermarket-del-cazzo. Mi fermo un attimo. I neon delle insegne brillano. Alle mie spalle, una gigantesca scritta lampeggiante recita: “SALDI”.
Prima lì non c’era niente. Solo un vecchio bar con gli interni in legno. Mi ci portava sempre mio padre. Lo seguivo la mattina, prima che entrasse a lavoro. Il solito caffè, il solito cornetto. Io me ne stavo col naso appiccicato alla vetrina dei dolci, lui poco distante, in piedi, davanti al bancone. Poi un giorno non mi accompagnò più. Non ci fu nessun caffè, nessun cornetto. Mia madre smise di parlare e io di fare colazione, crollò il pavimento e sprofondammo assieme.
Ho superato anche quella, alla fine. Ho dovuto.
Mi riprendo e continuo a camminare. Il circo-spaziale-intergalattico mi aspetta. Il vecchio mercato è buio e desolato. Due signore cinesi sono sedute fuori dalla porta di casa. Parlano fitto mentre mi guardano passare. Accenno un saluto, sfiorandomi la fronte con le dita, ma viene ignorato. Cazzo avranno da parlare. Anche loro tireranno a campare come possono, eppure sento addosso il loro sguardo. Mi lasciano passare, in silenzio.
“Cazzo avete da guardare”
Lo dico con rabbia, sottovoce. Lo stra-maledetto-martello-pneumatico-ficcato-nel-cervello continua a tormentarmi. Non se ne va. Cammino più veloce. Voglio arrivare.
Fuori dalla birreria riconosco le solite facce. I cappotti lunghi e le sciarpe strette intorno al collo. Bevono. Fumano. Come al solito penso. Quando mi avvicino, le persone cambiano espressione. Lo so. Non è qualcosa di nuovo. Chiedo una sigaretta e me la faccio accendere. Una ragazza incrocia il mio sguardo, poi si volta. Mi allontano e mi siedo lungo il muro.
C’è una coppia che litiga, sono seduti al tavolino di fronte, oltre la strada. Lei gli parla fitto fitto mentre lui continua a fumare e a guardarla. Sembra delusa più che arrabbiata. E’ bella. Chissà come è tutta nuda. Ci penso per qualche istante, poi lascio perdere.
Mi guardo le mani, ho le dita tutte sporche. Me ne accorgo solo in quel momento. Fuliggine e terra. Le unghie gialle e incurvate. Nascondo la mano in tasca e finisco la mia sigaretta.
Quando mi alzo la schiena scricchiola. Questa volta nessuno mi guarda. Ne approfitto e sparisco.
Il vicolo è stretto e lungo. Lo attraverso in fretta ed entro nella grande piazza alberata. È tutto buio. Sembra che i lampioni si siano dimenticati di fare la loro parte, stanotte.
Alzo lo sguardo. Ombre confuse. Il profilo del parco si confonde col cielo e sembra svanire. Non riesco a vedere granché ma capisco che ci sono dei ragazzi là in mezzo. Rappano. Le loro voci si alternano, si ripetono, si mischiano. Annuso l’aria. C’è odore di pop-corn e fuochi d’artificio. I fari delle macchine mi illuminano. Sono in piedi, immobile. Decido che è tardi, giro l’angolo e me ne vado.
Niente festa stasera, solo il solito circo.
Cosimo Mazzoni
Classe 1994, nato a Fiesole, legge e beve molti americani. Scrivere costa meno che fuggire, per questo è ancora qui tra noi.
