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Velocità, lentezza, stasi

Stock - Cottonbro Studio

Ciao brutta, ti sono mancato?

Sapevo che saresti passata a prendere questa lettera. Ne ero sicuro come lo sono di poche cose, forse di nessuna. Spero che non l’abbia fatto sperando di trovarci delle scuse, perché non ne avrai. Voglio solo scriverti del nostro scannarci, della forma delle nostre esistenze quando siamo insieme, di un posto su una collina. Tripadvisor.

Oggi è domenica. È passata una settimana da quando ci siamo lasciati senza salutarci in via Mascarella e mi sembra di avere ancora il tuo odore addosso. A quell’ora non c’erano più bus e nella camminata verso Mazzini annusare i baci che mi erano rimasti sulla faccia mi dava lo stesso piacere dell’odore di benzina. Mi sono domandato quanto sonno avrei perso pensandoti. 

Nei giorni successivi mi sono allenato tanto, sforzando il corpo come se lo odiassi e spendendo ogni briciolo di energia che altrimenti avrebbe alimentato i pensieri intrusivi. Self care, dicono. Eppure, nonostante i tentativi di tenere in equilibrio le chimiche del cervello, Bologna continuava a sapere troppo di te. Mi sembrava che i nostri incontri avessero risucchiato i bar, le strade e i palazzi e li avessero mischiati nella loro dimensione accelerata per risputarmeli intorno confusi e odorosi della tua bocca. Starci era bello – le nostre salive hanno qualcosa che ci piace – ma avevo bisogno di scendere a Prato per un paio di giorni. Volevo farmi coccolare un po’ dai miei, svegliarmi col cane accanto al letto, aprire una dispensa che non contenga soprattutto tonno al naturale e fare colazione con le Gocciole. Volevo del verde, i miei spazi aperti dove respirare e poter dispiegare con ordine le cose. 

Con la tua faccia di cazzo potresti dire che era chiaro fin dall’inizio che non dovessimo vederci più. Con la mia altrettanto grave faccia di cazzo e per le stesse ragioni ti risponderei l’opposto. Ricordi al bar? Ci conoscevamo da un’ora e il nostro parlarci stava diventando uno scontro. 

Eravamo belli e la tensione ci avvolgeva come un suono che riempie una stanza. Ti fissavo, tesa verso di me con i gomiti sul tavolo e concentrata in ogni cellula. Quello scambio di battute era un gesto da atleti o da scacchisti e avevi gli occhi della mia gatta che pregusta il momento in cui farà a pezzi una lucertola. Io mi ero lasciato andare sulla sedia con una posizione che doveva simulare una rilassatezza da cui prenderti in giro e rispondere agli attacchi. Sotto un’espressione più o meno beffarda dovevo avere gli stessi occhi. Insieme scivolavamo nella lotta.

In quel bar normalissimo riempito dalle interazioni stereotipate dei radical chic lo spazio tra le nostre sedie era un’anomalia. Era come se il degenerare dei nostri discorsi avesse tracciato un perimetro intorno a noi; come se noi, in quel confine, ci fossimo chiusi in modo così ermetico da renderlo reale, netto, percepibile anche da chi ci stava intorno. Dai tavoli di fianco sorridevano. Origliavano, parlavano di noi in modo appena celato, simulando uno scandalo per i nostri toni che nascondeva male una curiosità banale ma concentrata. Ma quello scontro così pubblico era solo nostro. L’aria che respiravamo era calda e satura di una voglia indefinita, priva di oggetto eppure vibrante, animale, viva. Ricordo il modo ritmico in cui il tuo petto si gonfiava sotto lo scollo e come mi hai preso in giro per averlo guardato. 

In triennale un professore disse che c’è una grande differenza tra capire un concetto e sentirlo. All’inizio mi era un po’ sembrata una frasuccia esoterica del cazzo, poi col tempo ho capito cosa volesse dire, e aveva ragione: come tutte le cose, i concetti cambiano quando si crea una forma di intimità con essi. Ricordi Wittgenstein? Fare domande, dare ordini, pregare, risolvere equazioni e dirci cose mentre scopiamo sono solo alcuni degli infiniti giochi di cui è formato il linguaggio. A quel tavolino, davanti ai tuoi attacchi, ho sentito per la prima volta come litigare sia solo uno di questi. Non stavamo semplicemente flirtando. All’inizio, forse, ma è durato un niente. Ogni rapporto nasce sotto il segno di qualche gioco, e qualcosa in noi aveva scelto senza esitazione, con gioia, proprio lo scontro. 

Eravamo bravi, molto bravi. Ci sentivamo a casa nel ritmo folle e caotico che ci proponevamo, nelle trappole da tendere e nelle trappole tese, nel prenderci in giro e nell’accusarci. Le battute servivano a studiare le reazioni e sondare il terreno; dopo un’ora e mezza avevamo delle mappe approssimative delle vulnerabilità dell’altro e sapevamo approfittarne. Sembravamo ballerini o sparring partner abituali, tutto era avvolto dal calore della lotta, degli orgogli feriti e del cercarsi dei corpi. 

Abbiamo pagato di fretta, quando siamo usciti abbiamo sbattuto la porta. Poco più avanti ci siamo baciati senza aver cambiato gioco: in modo feroce e sporco, schiacciandoci sui muri, sui portoni e sui campanelli dei condomini senza curarsi di niente. In quella nuova forma di scontro portavamo la stessa fretta. La vicinanza dello starci addosso non ci bastava, ogni bacio doveva divorarne altri cinque. Per qualche motivo – come se avessimo già deciso di non poterci rivedere – il nostro cercarci e trovarci aveva la consapevolezza di non dover dosare nessuna forza, non fare nessuna promessa, non aspettare nessun domani. C’era solo una fame di vita impaziente che cresceva mentre cercavamo di soddisfarla.

Ieri pomeriggio sono salito in Calvana, la collina che si affaccia su Prato. Sono passato dietro la cementizia, un grosso relitto industriale abbandonato su un versante, poi ho fatto un sentiero di qualche centinaio di gradini che porta alla cima. Poco dopo la fine delle scalette c’è un piccolo edificio abbandonato, una casetta che ha perso parte delle pareti e che a poco a poco sta perdendo quanto le resta. L’unico a rimanermi impresso tra i graffiti di cui è coperta è la scritta ASPARAGO su un fianco. Davanti alla rovina ci sono dei cipressi che danno sul versante, a terra c’è dell’erba folta su cui si sta comodi seduti a guardare la piana sotto il tramonto. Non saprei neanche dirti se sia un bel panorama. Si vedono il centro, i tetti dei capannoni, i camion che girano per le strade periferiche. I treni che si spostano tra Firenze e Pistoia sembrano dei giocattoli minuscoli. Si è a poche centinaia di metri dalla città, eppure sembra di essere lontanissimi, soprattutto quando il vento non fa avvicinare i rumori delle strade. Ci si sente sospesi, distaccati, sconnessi dal tempo che scorre sotto. È una strana dimensione.

Vista da lassù, Prato era una città della lentezza. Certo, non sempre lo è stata. Ti ho parlato del boom economico, di mio nonno che va in Germania a fare record di vendite, di Prato che manda in crisi Manchester e Liverpool. Prato è sopravvissuta – a fatica – alla fine dei tempi della sua velocità. Ora è una città della costanza della maratona, del lavoro di fiato per conservare le forze e massimizzare la distanza raggiungibile, del funzionamento in scale di grigi, dell’ottimizzazione delle risorse e dell’incrementazione statistica dei risultati. Come molte altre città di pianura, si alza ogni mattina per portare avanti con attenzione una macchina industriale forse ormai grande per lei che ne è allo stesso tempo il corpo e l’anima. L’andatura che segue è quella che le permette di pensare di spingersi ancora più avanti. 

Ieri ho realizzato che nel tempo che abbiamo passato insieme non c’è mai stata lentezza e mi è sembrato di capirne il perché. È vero che entrambe le nostre terapiste ci hanno fatto notare le nostre tendenze a rifiutare le scale di grigi, ma se non stiamo nella lentezza non è semplicemente perché non sappiamo starci. 

Nel nostro primo incontro si è risvegliato qualcosa di noi che aveva riconosciuto nell’altro un animale simile quasi come se il suo letargo fosse sempre stata un’attesa. Era una parte profondissima, sepolta ma non soffocata dalle quotidianità a cui ci consegniamo; qualcosa di impaziente, vibrante e affamato di vita. Non vorrei esagerare con questa modellizzazione di chissà quale fenomeno psichico, ma c’è qualcosa di cui mi sono reso conto con chiarezza: il tratto fondamentale dell’interazione tra queste forze, in qualsiasi gioco la si osservi, è il fatto che la velocità ne sia una condizione ambientale necessaria e caratterizzante. Quando portiamo ciò che siamo ai nostri ritmi, quelle parti di noi emergono come si forma la brina quando la notte è fredda abbastanza. Io credo che se ci siamo sempre gettati nella velocità è perché insieme volevamo e potevamo essere qualcosa che i giorni normali ci precludono.

Ieri ti immaginavo sotto i cipressi con me. Nell’immagine i corpi seduti si sfioravano appena e la loro vicinanza era densa. C’erano il recuperare dei polmoni ancora affannati per la salita, il calore del tuo corpo, l’umidità della pelle sudata sotto i vestiti. Non ci parlavamo, ma a poco a poco sprofondavamo in una dimensione diversa e statica, in un tempo sospeso che si opponeva tanto alla velocità dei nostri incontri quanto alla lentezza di Prato e delle nostre vite. La tua testa si era posata sulla mia spalla e ci allontanavamo sia dal passato che da un futuro a cui avevamo smesso di andare incontro; il tempo era un campo che si allarga a mano a mano che lo si attraversa, un letto in cui non si smette mai di sprofondare. Come nel bar del primo appuntamento eravamo ancora una volta, in modo così diverso eppure nello stesso senso, soli.

Ci siamo già detti tre volte di non vederci più e ogni volta ci siamo cercati con scuse ridicole. Questa volta risparmiamoci il teatrino: voglio vederti e so che tu vuoi vedere me. I nostri incontri sono appuntamenti che certe forze si sono date per poter vivere la propria forma; l’attrazione per cui ci schiacciamo ai muri è la violenza del fatto che queste forze sentono di poter esistere davvero solo insieme. Non importa se sia vero. Ti cerco perché so che nella nostra lotta ci siamo sentiti riconosciuti, visti e protetti come non ricordavamo possibile; ti scrivo perché mi piace quello che sei con me e mi mancava essere quello che sono con te; ti cerco perché voglio vedere cos’altro possiamo essere.

Se hai rispettato i numeri con l’ordine di apertura delle buste che ti ho lasciato ce n’è una che ancora non hai aperto. Dentro c’è un biglietto per Prato da Bologna centrale. È per Domenica prossima, pensaci.

Se ti va, andiamo a vedere cosa siamo nella stasi.

Porta scarpe comode.

A.

Andrea Petrella, nato con l’estate del 97, vive tra La Querce e Bologna. Impazzisce per i cani, il pugilato, le barche, la Drum and Bass e mille altre cose, ma quella che gli piace di più è avere la botte piena e la moglie ubriaca.

Foto in copertina: Stock – Cottonbro Studio