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RITROVARE L’ACQUA CHE SCOMPARE

Ascolto consigliato:

King of limbs – Radiohead (2011)

Sto nuotando. L’acqua è calda, trasparente. Mi sento bene, finalmente bene, come se per un attimo il mondo avesse smesso di premere sul petto. Mi lascio andare: mi giro a pancia in su, resto a galla, guardo il cielo. E all’improvviso l’acqua sparisce. Non evapora, non si ritira: scompare. E io rimango lì, sospesa nel vuoto assoluto. Per un secondo è bellissimo. Un silenzio perfetto. Una pienezza immobile, quasi divina. Come se non avessi più peso, né storia, né ferite da sostenere. Poi arriva la consapevolezza. A scatti. Violenta. Troppo lucida. Il nulla. Il nulla sotto di me, sopra di me, intorno a me. La bellezza cambia volto: diventa paura. Mi accorgo che non c’è più niente che mi tiene, niente che mi sostiene, niente a cui tornare. Il cuore accelera. Il corpo scivola. Mi sveglio come se stessi per cadere. Ci ho messo tempo per capirlo: quel sogno non parlava dell’acqua. Parlava del vuoto.

La morte ha molti volti. Uno di questi è la disperazione. Non è la disperazione dei film, fatta di urla, mani nei capelli, pianti drammatici. È una disperazione più sottile, più viscida, più reale. Quella che entra in casa in silenzio e si siede accanto a te sul letto. Quella che non fa rumore quando ti toglie il respiro. Quella che trasforma il tempo in una sostanza densa e immobile, in cui ogni movimento è un gesto contro natura. Arriva in un attimo e non te ne accorgi. Rimani appesa, come se il tuo corpo smettesse di avere peso, come se il mondo non avesse più la capacità di trattenerti. E non capisci. Non capisci come, in un attimo, tutto ciò che c’era smette semplicemente di esserci. E non è una consapevolezza: il vuoto non si fa capire. Sfugge. Va più veloce della mente. L’infinito viene a farti visita in una fermata della metro che non era prevista, in un mercoledì qualsiasi, in un punto della vita in cui non eri pronta. Ogni certezza, ogni convinzione, ogni passione, ogni interesse verso ciò che ti circonda… svanisce. Si sgretola come polvere sul pavimento. E nessuno ne parla. Tutti parlano del prima. Tutti parlano del dopo. Mai del durante. Mai della durata. Di quel tratto sospeso in cui non sei più quella di prima, e non sei ancora quella che diventerai.

C’è un momento, la mattina, appena ti svegli, in cui rimani sospesa tra la veglia e la vita. Quel secondo, in cui non sai se stai ancora sognando o se sei già sveglia. È una consapevolezza eterea, che non puoi toccare. Un bordo. Un limite sottile. Il vuoto sta lì. 

Sta in quel momento in cui vorresti che la persona che sta per andare via restasse al tuo fianco, e la voce ti si strozza, perché basterebbe un sussurro per fermare tutto… ma non esce. Scivola via dal cuore prima ancora di diventare suono. Il vuoto sta anche lì: nell’istante esatto in cui il gin tonic sta per sfiorarti i neuroni, ma non ha ancora funzionato. È l’attimo prima dell’anestesia, quando la realtà ti colpisce con precisione chirurgica.

Poi, all’improvviso, arriva la crepa: un microscopico crack, come se si incrinasse l’aria. E lo senti fisicamente: una linea sottile che si apre nel petto. Un vuoto che prima non c’era e che da un secondo all’altro diventa l’unica cosa che senti. Il dolore non entra subito: arriva dopo. All’inizio c’è solo lui: il vuoto. Un’assenza così grande che ti mangia i contorni, che ti rende trasparente. Cammini, ti muovi, parli, ma sei come una figura che la luce non riconosce. Una presenza che non tocca terra. E in quell’assenza di gravità non c’è direzione. Non c’è meta. C’è solo lo stare: percepire senza capire. Ogni impulso dal cervello al corpo perde la connessione, come se i fili interni si fossero bruciati. Perché nessuno mi aveva detto che esiste una dimensione in cui non si sente niente? Un luogo sospeso, fragile come qualcosa che basta un respiro a incrinare.

Poi compare la stanza bianca. Una stanza senza mobili, senza porte, senza ombre. Una tela immensa, pronta per essere dipinta. E il tuo “io di prima” non esiste più: è evaporato, come se non avesse mai avuto un corpo. È da lì che comincia la rinascita, anche se non assomiglia a nessuna di quelle raccontate nei libri. All’inizio è brutale. È cadere in ginocchio. È non sapere dove appoggiare le mani. È imparare di nuovo a respirare senza stringere i denti.

La disperazione ha un altro volto, più nascosto: la voglia disperata di non perdere nulla di ciò che rimane. Di tenere tutto stretto: ricordi, frasi, odori, gesti. Perché l’idea di lasciarne andare anche solo uno ti sembra un tradimento. Ma proprio in questa zona grigia, in questa stanza bianca che all’inizio sembra un deserto, accade qualcosa che nessuno ti aveva mai detto: il vuoto non è solo assenza. È anche spazio. Spazio che si riempie. Spazio che respira. Spazio in cui, un giorno, senza che tu te ne accorga, ricomincerai a muoverti.

Non è guarigione. 

Non è superamento. 

È attraversamento. Attraversare significa lacerarsi e poi ricucirsi, restando consapevoli della cicatrice. Il lutto, alla fine, non ti rende più vuota. Ti rende più presente. Più viva. Per quanto sembri assurdo dirlo, quando perdi qualcuno è proprio da quel vuoto che ricominci: dalla sua forma, dalla sua ferita, dalla sua apertura. Ed è qui, in questo punto esatto, che la vita, nonostante tutto, riprende il suo viaggio.

Quando il vuoto smette di farti male solo al petto e comincia ad abitare le tue giornate, scopri che il corpo reagisce prima della mente. Ti porta in posti precisi, ti fa fare gesti che non sai spiegare. E così ognuno, senza volerlo, costruisce il proprio percorso di ritorno.

Lizzy, per esempio, cammina.
Cammina con la sua Aria e assapora l’odore del vento della sua collina. Una collina che sale lenta sopra Poggio a Caiano, dove una chiesetta bianca osserva tutto dall’alto, ferma, come se custodisse il tempo. Da lì il paese sembra più piccolo, più lontano, e il respiro si allarga. È un luogo che non chiede niente, ma promette. Come un annuncio sommesso. Come un inizio. Poi scende, e si lascia il verde alle spalle. Attraversa le vie solcate mille volte, quelle in cui ogni porta, ogni angolo, ogni davanzale ha un nome e una storia. E poi si ferma davanti a quella vetrina. Respira. Forte. Perché lo vede ancora lì.
Lui che conservava la memoria visiva di generazioni intere: bambini appena nati, sposi emozionati, vecchi che volevano un’ultima foto decente. Le persone entravano per un documento e uscivano sempre con qualcosa di più: un sorriso sincero, una battuta, una confidenza, un frammento della sua dolcezza. Lizzy quell’affetto se lo prendeva tutto. Si sentiva privilegiata. Perché sapeva, più degli altri, che Lui avrebbe lasciato cadere qualsiasi cosa pur di dedicarle un minuto. Una parola. Un bacio sulla testa. E in quel punto preciso della via, questo ricordo le accarezza prima la guancia, poi come una folata di vento le scompiglia i pensieri e alleggerisce il petto. È il suo canale. Il suo piccolo varco nel mondo che va avanti. Lizzy ricomincia a camminare. Piena.

Justin Rose, invece, è in Madagascar.
Paesaggi enormi, luce violenta, odori che non ti lasciano.
Oggi è un giorno particolare: sente qualcosa muoversi dentro di lui, come un richiamo muto. Si ferma davanti a una chiesa. Oggi conta solo ciò che credeva lei. Varca la soglia. Si siede. In silenzio. È lì per accarezzare il suo infinito: immaginare quel gesto semplice con cui le scostava il ciuffo di capelli color grano che le graffiava il viso. Nessun rumore. Nessuna retorica. Solo un uomo che ama ancora. Cinge le mani. Sente i bracciali sul polso, i suoi. Per un istante è come prenderle la mano. Come partire insieme per un altro viaggio. In quell’attimo non è solo. In quell’attimo è tutto. Poi si alza. Sistema la sciarpa con le farfalle: la sua sciarpa. E varca di nuovo la porta. L’avventura può continuare.

La macchina è sempre stata il mio mezzo verso le cose importanti. Senza di lei certe conversazioni non sarebbero mai esistite. È buffo: la vita ti costringe a parlare proprio quando non puoi scappare. È successo anche stavolta. Sono in macchina. Non importa dove sto andando: conta solo andare. Mi volto distrattamente e Lui è lì. Guidava quasi sempre Lui: sigaretta in bocca, gomito allo sportello, finestrino spalancato per far entrare il vento tropicale. Andava troppo veloce. La musica ci attraversava, come se fossimo fili scoperti. E poi quel momento preciso in cui vibrava come uno strumento musicale. Non si scomponeva mai: la lacrima scendeva, Lui restava immobile, io gli leggevo il mondo negli occhi. Poi mi guardava, cercando il mio assenso. Io non so cosa capivo. Ma capivo. Era così che mi insegnava da che lato guardare il mondo che gira. La macchina è il nostro posto. L’unico luogo in cui ancora ci parliamo, senza parlare.

C’è un desiderio segreto che nessuno confessa perché sembra infantile, impossibile: rivederli, anche solo per dieci minuti. Anche cinque. O forse uno soltanto. Il tempo di un abbraccio, di un sorriso, di una frase detta male o detta bene. Non importa. Ciò che desideriamo davvero è un margine, un piccolo spazio rubato al tempo. E così, mentre guido, mi accorgo che quei momenti che mi ritaglio, parcheggi sbagliati, pause inventate, giri inutili, servono esattamente a questo: a concedermi i miei minuti con Lui. 

Minuti in cui la sua vicinanza non è totale, ma nemmeno del tutto sparita. Una via di mezzo. Un eco.

E allora mi fermo. Spengo il motore. Resto in silenzio. Ascolto la musica. E in quell’abitacolo qualcosa si muove ancora. Non è fantasia. Non è spiritualità. È solo amore: un amore che non si rassegna alla matematica della perdita. Capisco che non importa se non tornerà, perché ogni minuto che mi concedo è un atto di resistenza, un modo per farlo vivere ancora un po’, un modo per far vivere me.

E allora capisci che forse non sono dieci minuti. A volte è un secondo, a volte un’ora. Forse non si possono misurare affatto. Sono momenti. Schegge di tempo in cui loro tornano, non come fantasmi, ma come purezza. Un respiro, una strada, una canzone, una vetrina, una chiesa lontana. Questi frammenti ci riempiono della loro essenza, anche se non ci sono più. Forse è questo che il lutto ci insegna: l’amore non smette. Si trasforma, in minuti rubati al mondo. E quei minuti, tra un semaforo, un passo, un viaggio, sono il modo in cui continuiamo a camminare con loro, anche se la strada, adesso, la facciamo da soli.

Shalini Stumpo

Nata a Prato il secondo giorno di primavera del ‘91. Legge voracemente, scrive ancora di più. Intollerante al glutine, ai fascisti e alla noia. Metà del suo cuore è messicano, le sopracciglia disciplinate no. Ama il Jazz, la polemica, ballare e l’America Latina (musica compresa).