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Diana e Marco

Un freddo raggio di sole, come ogni mattina, si insinua tra le persiane color panna e tra i grandi doppi infissi della camera in via Filicaia, per andare a rischiarare il celeste delle pareti e i colori accesi dei poster di Paul Klee, fino ad arrestarsi infine sul pesante piumone bianco che nasconde Diana. Come se ne avvertisse l’improvviso arrivo, all’altezza delle gambe, fa capolino dal lembo della trapunta e lo scruta svogliatamente. Sono già le sette – pensa – nascondendosi di nuovo sotto le coperte. Allunga un braccio verso destra e sente che l’altro lato del letto è ancora tiepido: dei rumori ovattati arrivano dall’altra stanza. Vittorio si sta facendo il caffè. Veloce, si sposta tutta quanta sulla destra, attratta da quel calore, e annusa l’odore dello shampoo di lui che, da sempre, risiede sul suo cuscino. Si rannicchia in quel profumo, felice che manchi ancora mezz’ora al suono della sveglia, e torna nel dormiveglia.

“Diana, non ci racconti mai nulla di Vittorio. Ma va tutto bene tra di voi?”

“Per il nostro anniversario mi ha regalato dei fiori molto belli. Sono contenta.”

Nella notte si era del tutto dimenticata della cena che aveva avuto la sera prima con le sue amiche. Le riaffiorano stralci di conversazione, i loro sguardi, l’odore del riso al curry, i loro commenti su anelli di fidanzamento, su vacanze fissate per l’estate. Carla ha parlato a lungo, come spesso avviene, dell’importanza della comunicazione e di una psicoterapia regolare e rigorosamente costruttivista. Angelica si è lamentata di Paolo che va tutti i martedì a calcetto. Elena, che da poco è riuscita a portarsi in terapia di coppia Filippo, può allora concedersi di soffermarsi, accorata e con attenzione, su quel poco che Diana dice. Ciò che più le resta addosso è quella sensazione di controllo che sa che loro esercitano su tutto: dalla focaccia alla menta che scelgono per accompagnare il loro piatto nel ristorante indiano ai pantaloni che indossano Paolo o Filippo. Diana ha imparato a riconoscere in quegli sguardi un po’ impietosi che fanno scivolare su di lei, furtivamente e imbarazzate, un dispiacere per il controllo che non possono esercitare su di lei in quanto amiche e anche una forma di viva premura e preoccupazione. Un modo, tutto loro, di volerle bene.

Si ritrova ad aprire gli occhi e a osservare il soffitto, mentre i suoi pensieri acquistano sempre più lucidità. E io cosa controllo? Si domanda. E subito percepisce sulle guance il vento freddo e pungente di quando pedalava verso casa di Federico, all’impazzata, per correre più veloce della fame che aveva dei suoi sguardi e delle loro discussioni sul diritto penale e sulla filosofia, mano nella mano, in Brera, e del suo modo acerbo, goffo e un po’ feroce di farla sentire vista.

Dovrei esercitare un controllo su qualcosa?

Si rivede specchiata nell’enorme vetrina di un grattacielo del centro di Milano. Ricorda la sua sagoma, che muove qualche passo in avanti, incerta e intimorita nel rendersi conto che le è del tutto familiare e in nulla diversa da quella che, appena qualche mese prima, vedeva di sfuggita passare davanti alla vetrina della Feltrinelli in centro a Prato. Allora la spaventava constatare che cambiare città e costruire di giorno in giorno una prospettiva di vita diversa non avesse alcun effetto sulla sua figura esteriore, e che il suo lungo cappotto marrone dai dettagli rossi rimaneva lo stesso in due immagini di vita inconciliabili.

E non sapeva che erano possibili altri livelli di spaesamento e stupore, che oggi, a due anni dal suo abbandono di Milano, sono incarnati nel suo cappotto appeso a una gruccia di legno al secondo ripiano del suo armadio.

Il controllo non è altro che un mix di paura per sé stesse e di amore verso sé stesse: qualcosa che ti porta a porre attenzione a tutto ciò che ti circonda nel disperato tentativo di ridurre i margini di incontrollabile all’esterno, ma specialmente all’interno – pensa. Un profondo moto di tenerezza verso le sue amiche la invade e sente su di sé tutta la loro fragilità.

E io? Sono fragile? – si chiede, minuscola di fronte alla grandezza della domanda che si è autoimposta.

Ad arrestare il suo flusso di pensieri sono il suono della sveglia e la faccia di Vittorio sorridente che si ritrova sopra di sé.

“Cucciola, alzati, io scappo.”

Le dà un bacino sul naso e se ne va. Diana lo guarda allontanarsi e uscire dalla camera e si sorprende a provare una punta d’invidia per la sua adeguatezza.

Marco, come ogni mattina, si è svegliato presto e svita la piccola moka senza manico che è stata avvitata troppo stretta dal suo coinquilino. Nell’aprirla, fra le varie, si aiuta con un asciughino a fiori gialli, uno dei pezzi forti del vasto corredo che la madre di Giovanni ha regalato al figlio al momento del loro trasloco. Marco non crede al rituale della preparazione della moka per il caffè, e in cuor suo giudica aspramente coloro che accompagnano la procedura con azioni precise, lente e studiate. In loro talvolta vi ritrova una forma di esibizionismo o un’inutile convinzione di poter contribuire alla qualità del caffè, che per lui dipende soltanto dalla fattura della miscela.

La carica con gesti affrettati e grossolani e, una volta sul fornello a fiamma alta, si appoggia con il corpo alla lavastoviglie posta davanti alla cucina, a braccia incrociate. Giovanni sta ancora dormendo e non si sveglierà prima di un’ora. In cucina arriva il suono sommesso e ritmato del suo russare. Dà un’occhiata veloce all’orologio che ha al polso, recente regalo di sua madre per i suoi trent’anni. Il giorno del suo compleanno lei si è presentata da lui con gli occhi accesi d’entusiasmo e gli ha spiegato, emozionata come una bambina, come l’aveva scelto e aggiungendo che a trent’anni il tempo è prezioso e che è bene che qualcosa di altrettanto prezioso ce lo ricordi. Non gli piace e ogni mattina lo indossa come se quell’atto facesse parte dell’ordine naturale delle cose. Non la sento da almeno una settimana – pensa, e si accorge che quell’orologio, più che d’inesorabilità, gli parla della necessità di un legame con lei, consapevolezza che scaccia all’istante.

La moka sbuffa e Marco si affretta a spegnere il fornello. Ne versa il contenuto in una tazzina azzurra, dal manico incollato, e ritorna appoggiato alla lavastoviglie, a sorseggiare. Improvvisamente gli appare l’immagine, risalente alla sera prima, della figura di Diana, in punta di piedi, impegnata a arrivare all’ultima confezione di pisellini finissimi in fondo a un alto ripiano dei surgelati all’Esselunga di viale Galilei. Divertito dalla scena, si è avvicinato a lei, che è sobbalzata al riconoscerlo.

“Ciao, Diana, come stai?”

“Marco! Scusami, ho bisogno di una mano. Fammi da palo mentre salgo un attimo qui sopra, sul frigo, per arrivare ai pisellini.”

Allibito, e senza dire una parola, non è riuscito a proporsi di farlo lui per lei e ha assistito immobile alla scena, facendo da palo. Nonostante fosse avvolta da un lunghissimo cappotto blu che le rendeva difficili i movimenti, in tre mosse aveva già fatto.

“Grazie mille. Come stai? Sei tornato a vivere a Prato? O sei qui di passaggio?”

“Sono quasi due anni che sono tornato. E tu?”

“Anch’io.”

Lui nota che lei si è rabbuiata per un attimo, e sente che lei ha percepito lo stesso di lui. Marco e Diana sono stati compagni di liceo, al Classico in via Baldanzi. La loro relazione, negli anni della scuola e in quelli appena successivi, si è fondata su pochi scambi telegrafici, lunghe osservazioni sistematiche, da parte dell’uno e dell’altra, in classe e in pizzeria il sabato sera, e molte informazioni sparse sulle loro scelte di vita dopo la fine della scuola. Il comune senso di riconoscimento, che un tempo sentivano senza averlo mai espresso, che aveva poi preso forma nella comune decisione di lasciare la città e di farci ritorno, oggi si suggellava nella comune scelta di defezionare ogni rimpatriata dei vecchi compagni.

“So che sei nello studio legale di tuo zio, ti trovi bene?”

“Sì. E tu? Insegni?”

“No, lavoro in uno studio di assicurazioni a Sesto.”

“Ah. Ho capito. Ma non avevi fatto filosofia?”

“Sì, ma non ho mai avuto intenzione di insegnare.”

“Ah. Ho capito.”

Marco si avvicina alla moka e si versa l’ultimo goccio di caffè rimasto. Già, la filosofia. Gli tornano in mente i lunghi pomeriggi di studio nella biblioteca di Villa Mirafiori e quella sensazione di profondo entusiasmo con cui si svegliava ogni mattina, nella certezza che, durante il giorno, sarebbe venuto a conoscenza di qualcosa di emozionante su cui avrebbe riflettuto i giorni successivi. Rivive, per un momento, quell’inquietudine vitalizzante che sentiva nell’avvicinarsi quotidianamente a ciò che di più simile alla verità avesse mai trovato. La percezione di essere in cammino, o meglio, sull’unico cammino che gli facesse provare un senso. No, non c’è più spazio per tutto questo, è troppo totalizzante e ingombrante. Con un moto di stizza, si rifugia nel ricordo dell’incontro con Diana, che si è concluso dopo pochi altri scambi sconnessi. Aldilà del contenuto piuttosto vuoto della loro conversazione, resta in Marco la forte consapevolezza che lei, come lui, sia scappata da qualcosa e che per questo abbia fatto ritorno a casa, ovvero la loro città. Forse non ha trovato uno studio legale che facesse per lei – si trova a considerare, ma sente che c’è altro. Ed è in questo altro che Marco si ammette qualcosa che non è mai riuscito a dirsi, ovvero la ragione del suo ritorno a Prato, che in qualche modo sente vicina a quella di Diana. Essa non risiede nello studio, nel lavoro, negli stipendi o nelle storie d’amore, bensì nel credere fino in fondo in chi si è destinati a essere e nel riporci tutte le proprie energie, giorno dopo giorno, nel più onesto atto di fede che ci si possa richiedere.

A Marco torna in mente l’esatto momento in cui ha smesso di farlo una sera di qualche anno prima, alla luce della sua abat-jour, quando ha sentito che gli mancava casa in un modo diverso, specialmente nelle sue regole del gioco, da sempre così biasimevoli, ma improvvisamente ai suoi occhi seducenti. Tra le trame e gli orditi della tela del suo destino a Roma, e poi chissà dove, è comparso il richiamo verso casa, sotto forma dell’immagine di un Marco che può diventare sé stesso a Prato, fino a quella di un Marco che non può vivere altrove, per delle responsabilità, che comprende essere presunte e per dei legami, in realtà labili e superflui. Gli cade inconsapevolmente l’occhio sull’orologio al suo polso e prova una punta di dolore.

Ho scelto di tornare. Chissà se anche Diana ne è consapevole.

“Marco, non vai a lavorare? Sono le otto”, biascica tra vari sbadigli Giovanni.

“Merda!”

Afferra lo zaino e la giacca e vento e sbatte la porta dietro di sé. 

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Beatrice Villani

Nata il 14 gennaio del 1997 a Firenze. Come Andreotti. Da sempre a metà tra Prato e Pistoia, come Montale, dove è cresciuta. Laureata in Lettere Classiche, insegna. Legge (tanto) e scrive (poco) per capire.