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Lucia e Costanzo

Mele dello stesso albero

I tacchi di Lucia risuonano sul marciapiede di Via dei Tintori. Da quei passi decisi e frettolosi si spande un’eco morbida, che si insinua nelle persiane delle finestre chiuse a sera, come piccole onde che vanno e vengono da quelle suole di cuoio. Sono le scarpe dei suoi trent’anni, pagate in lire con i suoi primi stipendi. Suo figlio Marco, abbassando lo sguardo imbarazzato e con un tono di voce sprezzante e provocatorio, avrebbe detto che la madre, a sessantacinque anni, continuava a usarle per non sentire il passare del tempo e no, non per una questione di bellezza – non si è mai truccata e possiede un solo rossetto, regalatole da lui al compleanno, e che si mette per quelle poche occasioni importanti all’anno, specificherebbe – ma per una questione di efficienza. E infatti, oltre a farle credere che lei è ancora una trentenne e che è ancora nel vigore dei suoi anni, sono per di più efficienti. Tutte di vera pelle, un po’ consunte ai bordi ma pienamente funzionanti. Tante sere come quella hanno riportato Lucia verso la sua macchina parcheggiata davanti alla birreria di piazza Mercatale, che pazientemente la aspetta dalle otto di mattina alle nove di sera, certa che lei tornerà e che infilerà la chiave nella sua serratura, sorridendo. “Se è per questo, anche la Micra le fa credere che andiamo ancora alle elementari e che potrà gloriarsi dei nostri successi nelle tabelline e nell’analisi grammaticale a ricevimento dalle maestre”, affermerebbe, non interpellato, il figlio minore Pietro, che della madre ha preso il sorriso puro, un po’ infantile e l’irresistibile bisogno di dire sempre la sua.

Ph. Adria Pietrocola

A Lucia piace molto quel breve tragitto dallo studio in cui lavora in Via dei Tintori a Piazza Mercatale, ed è per quello che, ormai da trent’anni, lo allunga capricciosamente, evitando la scorciatoia di Vicolo del Gini e entrando nella piazza da via Garibaldi. Una sera d’estate di tanti anni prima, davanti agli sguardi sconvolti e offesi dei suoi commensali, amici del marito, avrebbe detto, del tutto serena e affabile, che non le dava assolutamente nulla essere lì in loro presenza, che lo faceva solo per far piacere a Claudio. Avrebbe inoltre aggiunto che niente la rilassava come camminare verso la sua Micra a sera, consapevole che a casa avrebbe potuto lavorare un altro po’– e rivolgendo a Claudio uno sguardo complice in cerca di approvazione, come per accertarsi di aver espresso bene il suo affetto coniugale.

Mentre cammina, ripassa mentalmente tutte le pratiche che dovrà rileggere e riesaminare a casa: tutta quella brutta vicenda del Dini – e come lo tiriamo fuori, quel disgraziato? La risposta è tra le righe, sì – le inutili questioni della Crespi – che, anche lei, dai – e poi un’occhiata veloce ai conti e al bilancio del mese – basta procrastinarlo, dai, è noioso ma va fatto. Suona il telefono e risponde senza nemmeno guardare, squillante: “Ciao”

“Dove sei? Stai tornando alla macchina? L’acqua bolle”.

“Sì, sto già arrivando”

“Ma quando la smetterai di dirmi le bugie?”

“Dai, su, sto arrivando. Che hai fatto?”

“Un sugo con le verdure che erano rimaste in frigo”

“Va bene, allora arrivo, tanto mangio veloce e mi rimetto a lavorare, ho da fare ancora un sacco per domani”

“Sì, come sempre, aspetta un attimo”

“Dimmi, tanto ora arrivo”

“Mi ha chiamato la ginecologa. Dice che sono giorni che prova a mettersi in contatto con te per telefono, per mail, ma che non le rispondi mai. Si è fatta dare il mio numero da Stefano. Le ho detto che domani andrai da lei alle dieci”

“Ho gli appuntamenti, non so se ce la faccio”

“Lucia”

“Sì?”

“Vacci”

E riattacca. Rimettendo il telefono in borsa, si rende conto che è del tutto scomparsa quella placida serenità che dimorava nel suo petto. Al contrario, un’acuta inquietudine la punge più in basso, assoluta. È arrivata alla macchina e ha già in mano la chiave. Si ferma e la osserva. In un attimo è estate, ha indosso un abito lungo a fiori, con una piccola cintura che le mette in risalto la vita sottile.

Ph. Adria Pietrocola

Accanto a lei c’è Pietro, ha sei-sette anni, i capelli scarruffati in fronte e le guance rosse.

“Mamma, mamma, dai, veloce, apri la macchina, mamma, mamma” dice, mentre la guarda con quegli enormi occhi limpidi e irrequieti, e tira colpi con le manine ai finestrini, impaziente. Marco, poco più grande, è dietro di lui, silenzioso, con lo sguardo severo e sfuggente coperto da una lunga frangia, che osserva la scena senza intervenire e aspettando di entrare, senza fretta. Infila la chiave nella serratura dell’auto, con l’angoscia soffocata in gola. Si sistema sul sedile del guidatore e appoggia lentamente su quello del passeggero le sue borse. Chiude la propria portiera, accompagnandola con la mano ben stretta. Tira un sospiro.

“il Dini, la Crespi e i conti”

“il Dini, la Crespi e i conti”

E mette in moto verso casa.

A poco più di un chilometro di distanza, al piano terra di una villetta in Via Borgo Valsugana, Costanzo è seduto, a gambe accavallate, all’angolo del suo divano Chesterfield bianco, in vera pelle. Davanti a lui si susseguono le scene di un film inglese, dai colori molto bui, una delle ultime pellicole di Sky cinema. È teso e accarezza, con gesti automatici e dolci, il piccolo bianco Figaro, sdraiato accanto a lui, a occhi chiusi, con la testa sulla magra coscia del padrone. La stanza è immersa nel buio e, a tratti, i cambi di scena illuminano improvvisamente dei candelabri d’argento sottili e intarsiati, collocati ai lati della televisione, probabilmente uno degli ultimi acquisti della moglie.

Ph. Adria Pietrocola

“È pronto in tavola!”

Si gira e a guardarlo c’è Gloria, che si è affacciata all’arco d’ingresso del salotto, con il corpo e la testa mollemente appoggiati allo stipite e a braccia conserte, senza che lui si accorgesse di nulla. Chissà da quanto è lì – pensa. “Finalmente una sera in cui non mi lasci cenare da sola” fa, severa e un po’ ironica, restando ferma lì, a guardarlo. Ritorna con lo sguardo a lei, cercando di staccarsi, per un attimo, dai suoi vorticosi pensieri. Non riesce a non sentire quasi fisicamente la bellezza di sua moglie, nell’osservare, nella penombra e a distanza, quel volto affilato incorniciato da una chioma fluente e un po’ disordinata. Il tempo non la cambia, la stanca – pensa, sopraffatto dall’improvvisa considerazione che quel volto è lo stesso da quarant’anni, solo più stanco – e rimarrà lo stesso nonostante tutto – e s’inquieta alla spontaneità del suo stesso pensiero.

“Hai le labbra un po’ diverse…”

“Mi hanno fatto allergia le fragole.”

Lui sa che non è vero e sa che quella punturina Gloria se l’è fatta in vista della cena di beneficenza di sabato. Sì, si è fatta anche una lampada, probabilmente. Distoglie lo sguardo da lei e dal pensiero dell’evento. Sposta lentamente la testolina addormentata di Figaro dalla sua coscia, appoggiandola sul divano e nota, teneramente, come le due diverse tonalità di bianco, del pelo del gatto e della pelle del divano, dialoghino tra di loro. Si alza dal divano con l’aiuto di entrambe le mani e raggiunge Gloria, che intanto si è avviata verso la sala da pranzo.

“Mio padre mette in atto con mia madre una serie di piccoli, a volte impercettibili atteggiamenti volti a farle fare, dire e pensare quello che lui vuole. Il suo scopo è quello di non avere intralci per lavorare: trova un senso soltanto lì”, aveva detto solo qualche ora prima la figlia Diana alla sua analista costruttivista.

“Sei teso, stasera. Che c’è?”

“Nulla, Gloria, dopo vado da Maurizio a finire di discutere degli affari urgenti. Forse dovrò andare in Argentina a fine mese.”

“E il nostro viaggio?”

“Ampliare il commercio all’Argentina può essere determinante per noi. So che capirai.”

“Costanzo, hai bisogno di staccare.”

“Sei tu a essere tesa, mi sembra” dice, sedendosi alla tavola apparecchiata con disordine e osservando perplesso la scodella di ramen fumante davanti a lui “e la prossima volta dai sfogo alla tua nuova passione per il cibo orientale quando non ci sono.”

“Calmati, Costanzo.”

Non sta riuscendo a mascherare la sua tensione e questo lo turba. Non crollare ora – si ripete, constatando quanto non sia riuscito quella sera a nascondere le sue preoccupazioni e trasalendo guardando la scena da fuori – devi solo capire perché non sono state tracciate quelle spese.

Ph. Adria Pietrocola

“hai sentito Diana oggi?”

“Mi ha chiamato un’ora fa. Le si è accesa una spia alla macchina. Le ho detto che sarei passato dopo cena a vedere di che si tratta.”

“Bene. Allora ti do le giacche che le ho ripreso dalla lavanderia così gliele porti.”

Sente dietro di sé Diana, adolescente, all’imbocco delle scale, che si toglie rumorosamente le scarpe nere e con indosso un cappotto marrone dai dettagli rossi e i lunghi capelli lisci che la seguono, lenti, in ogni suo affrettato movimento. È già scappata in camera. Si porta una mano al collo e allarga con un movimento secco il colletto della camicia, a cercare aria.

“Va bene, certo.”

Guarda con enfasi l’orologio al suo polso, rasserenandosi al constatare che sono soltanto le dieci.

“Si è fatto proprio tardi. Vado.”

“Ma hai appena assaggiato il ramen…”

“E’ tardi, devo passare anche da Diana.”

“Quando torni fai piano. Ho il sonno leggerissimo in queste notti.”

“Va bene, tesoro.”

Si alza dalla tavola e si avvicina a Gloria, che lo aspetta con la fronte sollevata, pronta a essere baciata. Si abbassa leggermente, dietro di lei, mettendole le mani sulle spalle e accarezzandole la fronte sulle labbra. Chissà quando è andata dal dottore, forse ieri o ieri l’altro – pensa, mentre gli cade nuovamente lo sguardo sulle labbra della moglie.

In pochi secondi è già fuori di casa, con la sua ventiquattrore in mano e il portone blindato si chiude lento e pesante dietro di sé. A fissarlo c’è una luna stupita e bianca, sola nel cielo nero. Chiude gli occhi un attimo e rilassa le spalle. È fuori. – non ha fatto troppe domande. Non ha capito nulla. Avrebbe attaccato la tiritera di sempre: “stai perdendo peso”, “hai più di sessant’anni”, “di questo passo tra qualche anno mi lasci sola”, “devo pensare che hai l’amante?”. La tensione lascia spazio a un’eccitazione che, frizzante, gli risale in tutto il corpo e che lo risveglia.

“Risolviamo questa stronzata dei conti”.


Beatrice Villani

Nata il 14 gennaio del 1997 a Firenze. Come Andreotti. Da sempre a metà tra Prato e Pistoia, come Montale, dove è cresciuta. Laureata in Lettere Classiche, insegna. Legge (tanto) e scrive (poco) per capire.