Ci sono parti di questa città che dopo una certa ora smettono di esistere.
Tornano a confondersi nella notte, si dissolvono nel buio.
Poco distante vedo sfrecciare due ragazzi pakistani a bordo di un monopattino elettrico, gli infradito ai piedi e i kurta mossi dal vento. La luce dei lampioni dipinge la piazza di un ocra pallido. Silenzio. Le porte dell’università sono chiuse, le finestre intorno buie. Sorrido. Chi cazzo ci è mai andato all’università? E con quali soldi poi?

Mi devo sbrigare. Sento che l’effetto dell’ultima sta svanendo, il prossimo treno ripartirà tra un’ora e mezza e il posto non-è-cazzo-dietro-l’angolo.
Mi alzo dalla panchina e scendo la scalinata di mattoni rossi. Il piano terra della stazione è un sottopassaggio basso e largo, col soffitto coperto di neon e le pareti tappezzate di distributori automatici. La biglietteria è chiusa e oltre il vetro di plexiglass non si vede niente. Provo ad avvicinarmi, ma vedo solo il mio riflesso, un viso bianco e scavato, i capelli unti e la barba incolta. Esco in strada, mentre un gruppo di venditori ambulanti mi passa davanti. Dieci-maledetti-euro. Devo ripiegare su quella schifezza cinese, non posso permettermi altro. Ho una gran fame, ma me la dovrò tenere. Sigarette e denti stretti, fino a che lo stomaco non molla. Ci metterò almeno venti minuti ad arrivare e speriamo che non debba salir su, non ho proprio voglia di subirmi quel puzzo di fritto.
Fa freddo. Il giubbotto di pelle ha la manica mezza strappata e, ogni volta che il vento soffia, sento salire un brivido lungo la schiena. Cammino sulla strada in pietra verso piazza del Duomo. Non c’è nessuno. Continuo a guardarmi a destra e a sinistra. Niente poliziotti nelle vicinanze, niente carabinieri o vigili, solo quell’aria umida e pungente. Dove sarà Vanni? Mi aveva detto che ci saremmo trovati lì. Tiro fuori il telefono dalla tasca e provo a chiamarlo. Niente. Cazzo, devo prendere qualcosa anche per Marta. L’ho lasciata a casa, con quello che mi restava. Si sarà già sparata tutto, golosa com’è. Proprio non riesco a resisterle quando mi chiede di fare a metà: le calze strappate e la matita nera, mi fissa con i suoi grandi occhi azzurri e sorride beffarda. Lo sa, sono tutto suo. Ha la mia cintura intorno al braccio. Le sfioro le labbra. Chiudiamo gli occhi. Ci facciamo. Sento che ci solleviamo da terra e, assieme, come corvi, voliamo via. Dall’alto, posso vedere i tetti grigi dei condomini, i viali alberati e lo scorrere stanco del fiume. Una luce dorata ci avvolge, sorvoliamo la città squarciando il cielo come una cometa. Poi ci ritroviamo di nuovo sul tappeto, stesi tra i mozziconi e le bottiglie di birra. Marta ha ancora gli occhi chiusi. Mi addormento al suono del suo respiro, l’unico rumore bianco del salotto. Giorno e notte non esistono nella penombra di quella stanza. Quando mi risveglio è sul divano, le gambe magre rannicchiate e lo sguardo vuoto. So quello che vuole. So quello che devo fare. Mi alzo, la bacio sulla testa ed esco.

Supero la piazza e proseguo verso Chinatown. Ora sono tra i vicoli bui. Un forte odore di hashish mi arriva dritto in faccia. Alzo il colletto della giacca e tengo i pugni stretti in tasca. Fumerei qualsiasi cosa. Ragazzini mi passano accanto mentre parlano arabo. Sento le loro voci perdersi alle mie spalle. Tutti i negozi sono chiusi, le saracinesche giù e le luci spente. Ci sono parti di questa città che dopo una certa ora smettono di esistere. Tornano a confondersi nella notte, si dissolvono nel buio.
Continuo a camminare. Costeggio il muro di cemento delle scuole medie. Poi il grande cancello rosso, sempre lo stesso. C’è la voce di mia madre nell’aria, il suo cappotto lungo e la macchina parcheggiata poco più in là. Cerco di allontanare quell’immagine, ma resta ferma, immobile, come stampata. Sento le grida dei ragazzi, il sole all’uscita delle dodici e trenta e la cartella sulle spalle. Ora sono di nuovo lì, anni dopo. Le gambe che si muovono da sole, mentre i pensieri si ripetono sempre uguali: cerca-la-prossima-dose. Chissà mamma cosa direbbe. Chissà, non importa più. Ora.
Manca poco, ci sono quasi. Chinatown. Il viale è deserto, pochi lampioni funzionanti, insegne al neon e semafori intermittenti. Un signore cinese mi supera in bicicletta. Io tiro dritto. Pochi minuti dopo sono esattamente dove devo essere. La corte interna è piena di negozi. Quaggiù la notte non dorme mai e infatti sono tutti aperti. Prendo le scale e arrivo davanti all’appartamento. Busso. Il puzzo di fritto riempie ogni cazzo di angolo. Nessuna risposta. Già sto sprofondando. Provo a resistere e busso ancora. Questa volta più forte. La porta si apre leggermente. Una voce piatta sussurra:
“I soldi”
Mi frugo nelle tasche.
Tiro fuori i dieci euro stropicciati.
“Solo questo?”
“Sì, non ho altro”
Allungo la banconota. Sparisce. La porta si richiude.
Silenzio, di nuovo.
Attendo.
Poi, finalmente, eccola. Vedo spuntare una pallina d’alluminio da sotto la porta. La raccolgo. Riscendo le scale in fretta. Vorrei già spararmela tutta, ma devo tenere duro, o almeno credo. Marta mi aspetta.
Torno in strada. Cammino così veloce che quasi mi fanno male i piedi. Non sento più freddo. Non sento più niente. Punto dritto verso casa. Adesso la luce dei neon sembra seguirmi, un dragone luminoso si snoda alle mie spalle.
Lo stomaco brontola. Quanto vorrei una sigaretta. Sopra la mia testa, le stelle brillano. Il cielo è sgombro di nuvole. Penso per un attimo a come sarebbe se quella volta infinita mi cadesse addosso. Una pioggia di coriandoli astrali.
Supero il ristorante cinese all’angolo e continuo verso il giardino davanti alle vecchie mura. Passo di fianco alle scuole, poi di nuovo i vicoli, la piazza del Duomo e infine arrivo alla stazione.
Sono solo, come sempre. Il binario è deserto. Mi siedo su una delle panchine di cemento. Il ronzio elettronico degli schermi si fa sempre più forte, un sibilo freddo che attraversa l’aria. Cerco di scacciare quella voglia irrefrenabile che ho di farmi, ma non so quanto riuscirò a reggere, ancora. Guardo su. Le stelle non sono cambiate nel frattempo. Chissà, ora, se Marta è ancora sveglia. Se fuma nervosa sul divano o se – con i suoi grandi occhi azzurri – mi sta cercando fuori dalla finestra. Ancora un altro po’ e mi vedrà. Immagino il suo sorriso, le gambe magre e affusolate che attraversano l’appartamento fino alla porta. Mi apre. Mi stringe forte e ci spostiamo in salotto. Ha le labbra sempre screpolate, ma a me piacciono così. Ci baciamo. Poi in tutta fretta prepariamo il necessario.
“Arrivo Marta”
Lo dico a bassa voce, come in un sussurro.
Poi vedo due piccole luci in lontananza. Si avvicinano, veloci, e mi passano davanti. Due ragazzi pakistani con gli infradito ai piedi e i kurta mossi dal vento.
Tutto ritorna.
Il cielo, la fame, il silenzio.
Proprio come una cometa.
Cosimo Mazzoni
Classe 1994, nato a Fiesole, legge e beve molti americani. Scrivere costa meno che fuggire, per questo è ancora qui tra noi.
