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Prima

Prima, era il cuore pulsante della città, seppure fuori dalle mura. Le corse dei cavalli, i prati dove giocare a calcio, le piscine adiacenti. Prima dei centri commerciali, delle multisale, dei gonfiabili, era qui che le famiglie trascorrevano le domeniche pomeriggio primaverili, portando i figli a sgambare nei grandi giardini. La fine della scuola e l’arrivo dell’estate, poi, segnavano l’apogeo: le piscine diventavano la discoteca della domenica pomeriggio, e trovare nel fine settimana un rettangolo di erba dove stendere l’asciugamano, fumare, ascoltare musicassette dai radioregistratori portatili, a volumi da screanzati per pavoneggiarsi con l’altro sesso, era di certo più arduo che trovare un ombrellone libero a Viareggio il giorno di Ferragosto.

Tuffarsi in acqua era come essere sardina tra le sardine, mentre dai trampolini i maranza – ras indiscussi – esprimevano il testosterone in eccesso, sublimando la verve creativa, che solitamente esibivano su strada con impennate e virtuosismi in frenata in sella a dei motorini dalla dubbia marmitta, ornati da adesivi dei Guns N’ Roses e/o dei Litfiba, lanciandosi in temerari tuffi di testa o a bomba, in una costante sfida al bagnino e alle regole dell’impianto. Ad ogni buon conto, la piattaforma dei dieci metri restava chiusa con il lucchetto, ma si sprecava la letteratura di tuffi finiti con agghiaccianti testate sui bordi e denti galleggianti e racconti dal chiaro intento intimidatorio, come di quello che aveva fatto la pipì in acqua e il cloro l’aveva colorata di rosso ed era stato espulso con somma vergogna. L’eco degli schiamazzi arrivava fino al parco, per poi dissolversi insieme all’aura di cloro sullo sfondo, che rendeva la luce del sole ancor più luminosa e irreale, al di là della siepe cancellata che divideva la piscina dal parco.

Prima, le notti d’estate, al parco dell’Ippodromo – il cui altisonante nome ufficiale è ancora oggi “Parco della Liberazione e della Pace” – erano le Feste dell’Unità: Il supremo evento cittadino. A prescindere dalle proprie convinzioni ideologico-elettorali, si andava a fare lo struscio nel sentiero di asfalto che circumnavigava le isole di verde, gli scivoli, le altalene e le giostre e si mangiavano i bomboloni – che a Prato indicano le ciambelle – fino al grande parco, accanto al campo di calcio della Zenith, dove si organizzavano concerti passati poi alla storia, da Luca Carboni a Ligabue. Adesso, il tempo che è passato non è stato clemente. Le Feste dell’Unità sono sparite, e dell’Ippodromo – inteso in senso letterale – rimangono solo le vecchie stalle, simulacri di un tempo che fu, con un presente di orinatoi e fazzoletti lasciati a macerare. Mentre alla piscina, che nel frattempo è diventata olimpica, i lavori sembrano non finire mai.

Eppure, ancora oggi, in questa sua era bizantina, il parco rimane, lungo il confine tra il Soccorso e Grignano, il punto di ritrovo dei due quartieri popolari. Con l’arrivo della bella stagione si anima, dopo l’uscita dalle scuole, di mamme e bambini nel piccolo parco giochi, mentre – soprattutto la domenica – si organizzano compleanni all’aperto e occorre venire la sera prima a prenotare con foglio A4 e nastro adesivo, appiccicato sui tavoli di legno. I posti più ambiti: il gazebo di legno di fronte al bar, di nuovo aperto, l’isola di fronte al recinto per i più piccoli, e lo scalcinato “campo” da basket. Ed è bello sedersi proprio qui, sul muretto, sotto i grandi pini e guardarli giocare insieme, cercando di indovinare le etnie di provenienza.

E mentre nel playground si sfidano per lo più giovanissimi albanesi, senegalesi e cinesi, i pakistani più grandi giocano a cricket.

A calcio, ormai, quasi più nessuno. Ma ancor più fantasiosa è la varietà dei genitori: da quello democratico che si porta dietro il vasino da viaggio e i pannolini lavabili, a quello che indossa una maglietta acrilica di due taglie inferiori. Dalla mamma col velo a quella con le labbra a papera, dalla casalinga in ciabatte che informa tramite maglietta che stasera farà la brava, ai nonni che cercano di star dietro ai nipoti scatenati sul monopattino, da quella che non alza gli occhi dallo smartphone a quello che sta tutto il tempo a parlare di lavoro con l’auricolare bluetooth, gesticolando come se da questo dipendesse la salvezza del mondo. E provo meraviglia nello scorgere poesia nella vasta gamma estetica che spesso solo l’osceno riesce a proporre. Che forse invecchiare sta tutto nel provare indulgenza verso ciò che un tempo ti suscitava ribrezzo. Ed è qui che vengo ogni volta per stendere i nervi, sentirmi in armonia con l’Universo, e trovare la pace interiore.

Prima, di tornare a uccidere.

Fausto Bagattini

Nascerai a Prato il 23 agosto del ‘78. Vivrai a Montemurlo dove sarai corrispondente del Tirreno, poi Assessore alla Cultura. Sarai osservatore internazionale alle elezioni in Palestina e R.D. Congo. Pubblicherai, per i tipi di Ultra: “Portieri: eroi di sventura” (2014), “Portieri: figli di puttana” (2015), “Ciclisti nella bufera” (2016). Nel frattempo, con tua moglie, aprirai Kaldi’s Kaffe: ristorante etiope e cocktail bar. Il resto è ancora da scrivere.

Foto di Adria Pietrocola

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