Quando qualcuno muore, qualcosa nel mondo cambia davvero, anche se nessuno lo vede.
Non è solo il dolore dentro al petto: è come se un asse terrestre, invisibile ma reale, si spostasse di pochi millimetri. La gravità interiore si deforma. Le coordinate per orientarsi non coincidono più con quelle di prima: le certezze, le priorità, persino i pensieri si piegano sotto un altro campo magnetico.
La terra, per noi, comincia a ruotare in un’altra direzione. Ad un’altra velocità.
È disorientante perché noi lo sentiamo fisicamente, ma gli altri no.
Il mondo fuori continua imperterrito nel suo moto ancestrale. Le persone postano storie su Instagram. Parlano di lavoro. Hanno fame. Ridono. Scorrono. Vivono.
E noi restiamo lì. Sospesi in un tempo che è saltato.
Non siamo solo tristi: siamo fuori asse.
E questo, quasi sempre, gli altri non lo sanno.
Ma ti guardi intorno e in realtà è rimasto tutto esattamente uguale al giorno prima.
Le persone vanno a lavorare. I bar fanno cappuccini senza lattosio. I treni partono in orario, o forse no.
Solo che il tuo cuore – sì, proprio lui – si è spezzato a metà.
E non ci puoi fare un bel niente.
All’inizio mi sentivo come se dovessi rincorrere qualcosa. Come se avessi fretta di capire, fretta di attraversare quelle famose fasi che tutti nominano: rifiuto, rabbia, accettazione, disperazione. Come se fosse una checklist emotiva.
Ma non funziona così.
Perché all’inizio è solo un esercizio burocratico, freddo, straniante. Certificati, firme, telefono. Il funerale passa in fretta. Troppo in fretta. Anche il ritorno alla routine passa in fretta.
Ma quale routine, dico io?
Lui neanche viveva qui.
E infatti è la mia routine che non riconosco più.
Quella è andata persa.
Io, per esempio, ho iniziato a nascondermi nella lettura, come se qualcuno prima di me avesse già la risposta in mano a tutte le mie domande.
Poi ho fatto un viaggio, provando a lasciare la questione a casa. Per un attimo ha funzionato: è stato piacevole, liberatorio perfino.
Il problema è che quando siamo tornati… è andata peggio.

E poi mi è arrivata un’epifania che non aveva nulla a che fare con i libri: dovevo tornare lì, nel posto in cui lui era morto. Non ho deciso. Il mio corpo ci è andato prima ancora che la testa capisse.
Parlando con la sua dottoressa scopro che, come nei paesi anglosassoni, esistono gruppi per tutto e proprio per tutti, persino per me, per il mio lutto. Anche se sinceramente l’idea di condividere una cosa così profonda e dolorosa con qualcuno mi sembrava una stronzata, con quella solitudine, con quel dolore dovevo pur farci qualcosa, e condividere in realtà… prima era il mio forte, ma adesso? Vabbè, peggio di così…
Era fine settembre.
Sono passati solo tre mesi da quel giorno, e mi ritrovo nel chiostro di una chiesa in piazza Mercatale che ho sempre guardato distrattamente mentre cercavo parcheggio e bestemmiavo. La storia della chiesa non era per me molto convincente, ma in quel momento non lascio spazio ai miei pregiudizi. Dopo essere entrata, inizio ad attraversare una serie di corridoi sempre più stretti e ad attraversare porte sempre più piccole, ma probabilmente è il mio cervello in preda all’ansia che le sta trasfigurando così, e arrivo nell’ultima stanza. Lei è lì che mi aspetta: una donna dai capelli argento e il sorriso più accogliente che io abbia mai incontrato.
La chiameremo Beatrice, come la guida di Dante in Paradiso.
Mi saluta, è entusiasta, ma non un entusiasmo fastidioso, da fanatici, un entusiasmo dolce come un abbraccio quando senti molto freddo, e mi fa accomodare. Prima di allora ci avevo solo parlato al telefono, ci avevo parlato del dolore più grande della mia vita, e la sua voce mi era già piaciuta, un accento tedesco che rimane e significa umiltà, radicamento, non aspirazione alla perfezione o al diniego delle proprie origini.
Quindi mi siedo e ci cominciamo a raccontare.
Non ricordo esattamente cosa ho farfugliato tra un pianto e un singhiozzo. So solo che ad un certo punto mi fermo, famelica: voglio sapere perché una persona con un’aura quasi mistica si trova proprio lì davanti a me, composta nella sua pace, con un bagaglio di rispetto e armonia, e mi guarda. Poi forse intuisce, e comincia:
“Venti anni fa ho perso mio figlio.”
Mi si gela il sangue. Quasi mi vergogno. Come posso aver solo pensato di avere qualcosa da dire sulla morte? Mentre parla della malattia di suo figlio, viene fuori che anni prima aveva già perso il compagno per lo stesso motivo.
Piano piano mi vedo rimpicciolire in quei grandi occhi celesti che mi ricordano qualcuno, mi sento insignificante, come se il mio lutto in confronto al suo non significasse più niente, neanche per me. Forse abbozzo anche uno sguardo di autocommiserazione e lei se ne accorge, come se distrattamente avesse letto nella mia mente.
Lo dico ad alta voce: “Forse la cosa più dolorosa al mondo è perdere un figlio.”
Mi prende il panico. Che cazzo ho detto? Lei non si scompone. Forse quasi se lo aspettava, chissà quante volte glielo hanno detto, ma non sembra turbata. Mi sorride, forse annusa il mio senso di inadeguatezza e per la prima volta da quel primo di luglio mi sento capita. Non mi sento più sola. Sono nel posto giusto. La settimana successiva ci sarà il primo incontro, conoscerò tutto il gruppo.

Arriva il fatidico mercoledì. Sinceramente non so cosa aspettarmi. Mi sento debole, claudicante, non faccio che puntarmi il dito contro: mi sento incapace, confusa, una che non sa stare in piedi. La cosa forse più naturale dopo mangiare, bere, dormire e defecare è la morte, e io non so affrontarla da sola.
No. Non lo so fare, a quanto pare.
Ripercorro gli stessi corridoi e le stesse porte della settimana prima, ma non sembrano più così piccoli e stretti.
Il gruppo è lì, tutti in cerchio. Io sono quella nuova. Mi sa che sono l’ultima. Oddio, che imbarazzo.
Inizia a parlare Beatrice, ci dice di presentarci perché io sono quella nuova.
Facciamo un giro di presentazioni: ognuno dice il suo nome e il motivo che li ha spinti a venire lì, o meglio, la persona che hanno perso.
Non voglio entrare nel merito di cosa è stato detto quel giorno, perché ricordo poco e niente. Mi sono rimaste piuttosto le sensazioni: dovevo trattenermi dal pianto per non sembrare la solita scema di turno.
Insomma, cerco di trattenere il fiato, ma da subito mi accorgo che non sono in un film americano: non si saluta e non si risponde in coro come negli alcolisti anonimi. La cosa mi piace, la trovo di una solennità quasi inadeguata e mi tranquillizza un po’.
È il mio turno. Panico.
“Ciao, sono Frida, sono qui perché tre mesi fa ho perso mio padre in seguito alla recidiva di un cancro alla gola.”
Mi si strozza la voce, il corpo diventa fuoco, inizio a tremare e scoppio a piangere. Sono libera, penso.
Ed è così che scopro che ci sono altre persone rotte, come me, e siamo qui insieme nello stesso tempo e nello stesso spazio.
Il lutto non è una gara a chi soffre di più: è un club in cui finalmente non devi fingere di stare in piedi.
Il dolore è democratico.
Shalini Stumpo
Nata a Prato il secondo giorno di primavera del ‘91. Legge voracemente, scrive ancora di più. Intollerante al glutine, ai fascisti e alla noia. Metà del suo cuore è messicano, le sopracciglia disciplinate no. Ama il Jazz, la polemica, ballare e l’America Latina (musica compresa).
Foto di Gaia Vettori
