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Lo spin doctor dei vincitori: i segreti del consenso elettorale nel ‘Metodo Origlia’

Qualche giorno fa mi è capitato di intervistare Stefano Origlia per il Corriere Fiorentino. Uno che non parla quasi mai, pubblicamente. Si tratta dell’uomo che da diversi anni – oramai si può dire quasi decenni – cura campagne elettorali in giro per l’Italia. In particolare a Prato e in Toscana, dove la striscia di successi è considerevole: da Roberto Cenni a Matteo Biffoni passando per Giorgio Silli, Ilaria Bugetti, Eugenio Giani e Giovanni Capecchi. Destra e sinistra, perché la tecnica non è questione di colore. Per motivi editoriali l’intervista è stata pubblicata in maniera ridotta sul Corriere, ma crediamo che l’interesse specifico rispetto a quanto è accaduto in campagna elettorale – unito alla consueta ritrosia nel parlare pubblicamente dell’intervistato – possa costituire il capitolo finale della nostra bussola per il voto alle Comunali di quest’anno. Di seguito, dunque, l’intervista completa.

Una settimana fa Matteo Biffoni a Prato e Giovanni Capecchi a Pistoia sono diventati sindaci. Dietro i successi delle loro campagne elettorali vittoriose c’è una figura riservata quanto decisiva: l’amministratore unico della società di consulenza Acumen (Ex Momentum), Stefano Origlia. Prima di questa tornata di Comunali, ci sono state circa un centinaio di battaglie dello stesso genere in giro per l’Italia: lotte elettorali – a onor del vero quasi tutte vinte, tra cui quella di Marco Bucci in Liguria e di Beppe Sala a Milano – che fanno di questo milanese di 45 anni una delle figure più rilevanti della politica.

La misura della capacità sta anche nella sua riservatezza. Abbiamo chiesto a Origlia, che con la sua azienda lavora nella comunicazione e nelle relazioni istituzionali, di andare eccezionalmente oltre questa usuale cortina di discrezione per approfondire il dietro le quinte.

Stratega, amante delle sfide territoriali della politica. Come mai si concentra sulle sfide di “provincia”?

“In realtà ho anche molte esperienze internazionali: ho una vita strana, ho avuto anche un’impresa in Libano, distrutta a Beirut nell’esplosione del 2020, proprio mentre ero a Firenze a seguire la campagna elettorale per Eugenio Giani. La verità è che, in quanto milanese, sono fisiologicamente apolide: cerco il radicamento non avendolo. Ed è il motivo per cui sono così tanto amico della Toscana, dove ho trovato questo aspetto”.

Partiamo dalla coda. Due campagne elettorali limitrofe – Prato e Pistoia – per figure molto diverse, negli stessi giorni.

“Con contesti opposti a partire dalla notorietà universale del primo, Matteo Biffoni, contrapposta alla notorietà che Giovanni Capecchi si doveva costruire”.

Tra le due quale è stata la campagna più difficile?

“Quella di Biffoni, sia dal punto di vista organizzativo che psicologico. Perché quando fai campagna per una persona che consideri un amico l’onere che senti addosso è superiore, il distacco tra te e il tuo cliente è ridotto. Capecchi invece ha fatto un percorso lungo, con un comitato elettorale che ha strutturato la raccolta del consenso. E con una tensione generale più ridotta. Per quanto riguarda Biffoni era un contesto complesso, aveva 4 dei 5 candidati contro che si rubavano i voti su quanto erano anti-biffoniani…”.

Per questo gli ha sconsigliato di fare confronti pubblici?

“Non ritengo che dovesse esporsi e passare nuovamente da forche caudine di dibattiti incontrollati. Da tecnico, dico che questi sono una forma disfunzionale della presentazione dei progetti per le città. E poi sono troppi. C’è un limite nel format. Ogni avversario ha le sue frecce: per spuntate che siano, se togli il bersaglio, vanno a vuoto. Se oggi dovessi offrire un consiglio ai competitor di Biffoni direi che avrebbero dovuto farlo anche loro, assentarsi e rifiutare. Perchè andandoci hanno dimostrato sia la divisione che la subalternità alla sua figura”.

E il rispetto per i cittadini…?

“Questo chiama in causa il giornalismo: secondo me non c’è nulla di realmente democratico in un incontro spettacolarizzato. È più utile fare interviste in profondità. I media tradizionali stanno soffrendo e il rischio di intrattenere è più che informare è oramai sotto gli occhi di tutti”.

L’ostacolo più grande che ha incontrato nel viaggio elettorale con Capecchi?

“Mi sono fatto l’idea che Pistoia sia un po’ inciampata nel centrodestra per le divisioni del centrosinistra, poi Tomasi – che stimo e considero un amico – è stato capace di rassicurare la città. Ho capito che Capecchi sarebbe diventato sindaco sin dal giorno che l’ho conosciuto: unisce postura rassicurante e forte preparazione in un momento in cui l’opinione pubblica stava rinegoziando in città le sue posizioni. Anna Maria Celesti (FI) era diventata candidata in quel momento. E poi c’è stata la riscoperta per il centrosinistra di primarie competitive, non confermative. Che hanno contribuito a far la differenza”.

Cosa fa lei esattamente uno spin doctor come lei?

“Parte valutando il contesto di opinione quantitativo: come sono distribuiti i voti nel territorio. La prima cosa che si fa è capire su cosa si può contare e su cosa no. Per convincere quel 50 + 1 per cento, al primo o al secondo turno, è necessario capire quali messaggi si devono mandare e quali strumenti utilizzare, oltre che di quanto tempo si ha bisogno per somministrarli. Su questi si innesta l’esperienza…”.

Da quanto tempo lo fa?

“Da 21 anni. Non mi ha mai appassionato per un secondo l’idea della dimensione nazionale, cerco di inquadrare le campagne in un modello che possa fare riferimento alla mia esperienza, è il vero valore aggiunto: riesco a codificare cose che altri vedono per la prima volta. I successi di oggi arrivano dalle sconfitte di ieri”.

Molte sconfitte?

“Poche, ma bisogna guardarle laicamente”.

Quella che le ha insegnato di più?

“Parma 2017. Vinciamo bene le primarie del centrosinistra. Al primo turno arriviamo a un soffio dal sindaco in carica Pizzarotti. Poi perdiamo, seccamente, il ballottaggio. L’insegnamento è l’umiltà: non esistono maghi e guru. La comunicazione riorganizza e orienta l’opinione, ma non può rovesciare il vissuto delle persone”.

In Toscana che partite ha vinto?

“Arrivo a Prato nel febbraio 2009 con l’agenzia della quale ero dipendente: vengo subito portato alla Sasch di Roberto Cenni, persona meravigliosa. Negli 8 anni successivi non sono più tornato, ma a dicembre 2017 mi ha chiamato Giorgio Silli, per le Politiche. In virtù di quella vittoria inattesa si fa avanti con me il Pd. Da lì è cominciata una serie di avventure con molti candidati in stagioni diverse: Matteo Biffoni, Eugenio Giani, Ilaria Bugetti, la storia non si è mai interrotta”.

Nei maggiori Comuni al voto in questa regione – eccetto Prato – sono arrivati avanti tutti candidati senza tessera di partito. Cosa sta cambiando?

“In fondo non è cambiato nulla. Jacques Séguéla (storico consulente di Mitterrand, ndr) diceva che la gente vota la persona e non il partito. Questo, che è diventato cultura condivisa, ha creato una distorsione: si sente il bisogno di negare l’appartenenza partitica. Biffoni ha avuto la capacità di andare oltre il partito: lo sforzo è quello di far emergere caratteristiche personali e politiche che vanno oltre il partito, ma non bisogna nasconderlo”.

Immagine in copertina: Prato, ex fabbrica Lucchesi