Il numero SIUS è quello che corrisponde ad ogni singolo fascicolo dell’Ufficio di Sorveglianza o del Tribunale di Sorveglianza. Ogni qualvolta un detenuto avanza una richiesta al Magistrato o al Tribunale, a questa sua richiesta è apposto, in alto a sinistra del fascicolo, questo numero. Dietro questo numero può esserci una richiesta di misura alternativa o una richiesta di permesso ordinario per un’emergenza familiare, come il funerale di un parente. A me è sempre piaciuto pensare che significasse Speranza, Impegno, Umanità, Sorriso.
La speranza di ottenere quanto richiesto. L’impegno richiesto al detenuto affinché possa fruire di un beneficio.
L’umanità, qualità non scontata ma assolutamente richiesta ai Magistrati di Sorveglianza, che hanno l’arduo compito di vigilare sul reinserimento dei detenuti. Il sorriso, quello che ho avuto il privilegio di leggere negli occhi di quei detenuti a cui ho potuto comunicare un buon esito delle loro istanze.
SIUS: non è un numero, è una persona.
Sara Mazzoncini
* Segue la testimonianza di una funzionaria del Tribunale di sorveglianza
No, non sono solo fascicoli.
Diciamocelo, rispondere alla domanda “cosa fai a lavoro e che ruolo rivesti? ” con un: sono un funzionario giudiziario al tribunale di sorveglianza è un po’ come non dire nulla di reale. Infatti, di rimando, sulla faccia dell’interlocutore si legge un grande “BAH…” anche comprensibile, a dirla tutta.
Sono approdata nel mio ruolo senza avere, nella pratica, troppa cognizione di cosa significasse iscrivere le istanze, leggere una posizione giuridica, istruire un fascicolo e scendere in udienza a verbalizzare. Le ho imparate giorno per giorno queste cose e, ad essere sincera, non ho ancora finito. Perciò adesso proverò a spiegare, in maniera spicciola (per quanto possibile) cosa si fa nella nostra cancelleria, o anzi, una parte del nostro lavoro.
Le istanze per accedere alle misure alternative (e non solo) arrivano, dai detenuti/condannati o dai loro difensori, e ogni istanza racconta una storia. Racconta chi è adesso quella persona, chi è stata e, soprattutto, cosa vorrebbe diventare. Ci sono prospettive di lavoro, di rientro nelle loro case, di affetti solidi pronti ad accoglierli. Iscriviamo l’ istanza, cui verrà assegnato un numero di registro, che identificherà il fascicolo. Si studia poi la posizione giuridica del condannato, ovvero la sua storia in termini di vicende giudiziarie che l’hanno accompagnato fino a quel momento e, purtroppo, che lo accompagneranno per il resto della vita. L’istruttoria consiste nell’interpellare tutti quegli organi/autorità che svolgono le indagini volte a verificare la fattibilità della misura alternativa richiesta e che riscontrano in vista dell’udienza (o dovrebbero farlo). Da ultimo, in ordine cronologico, si scende in udienza a verbalizzare.
Ecco, ricordo ancora esattamente quanto, soprattutto i primi tempi – a volte ancora oggi – mi colpissero le udienze. In diverse occasioni non nascondo di essermi commossa. Tutto quello che fino a quel momento è solo su carta (istanza, posizione giuridica) diventa reale. È lì, davanti a te, seduto, esiste. E si, è una persona. Una persona che ha commesso errori e sta scontando la sua pena e che chiede, se meritevole, di avere l’opportunità di riscattarsi e di rimettersi in gioco. Ascoltare le loro vicende giudiziarie, vederli commossi, arrabbiati, abbattuti, sfiniti, speranzosi, mentre ascoltano la relazione del loro Magistrato di sorveglianza, ti rende davvero parte del sistema. Di quel sistema in cui si è come dei chicchi di riso ma che, in certi casi, possono squilibrare la bilancia. Una telefonata in più fatta al carcere, alle FFOO, all’UEPE, per sollecitare l’invio di quelle informative richieste può significare evitare un rinvio, sperare in una decisione, bella o brutta che sia. Pensare che nessuno vorrebbe trovarsi a dover attendere mesi per avere una risposta e che si, i tempi della giustizia sono lenti, e allora proviamo a velocizzarli, per come possibile.
Non nascondo di avere diverse volte letto gratitudine nello sguardo di chi si vede ascoltato, visto, o perché: “dottòre voi siete gentile”, semplicemente per essere stata al telefono ad ascoltare.
Quindi che dire, magari neppure adesso chi leggerà potrà capire a pieno cosa si muove nelle nostre giornate, ma forse avrà un’idea un po’ più chiara di cosa succede nella cancelleria del tribunale di sorveglianza, certamente nella nostra. Di come si diventi partecipi delle vite dei detenuti, delle loro famiglie, dei loro sbagli passati e dei progetti futuri; di come si cerchi di fare il meglio per essere parte di quella rete che dovrebbe anche sostenerli, seppur in piccolissima percentuale, nel nostro caso.
E così, quando qualcuno cui cerco di spiegare cosa faccia nelle mie giornate a lavoro riduce tutto ad un “ah ok quindi formate i fascicoli” la mia risposta secca è: no, non sono solo fascicoli.
Immagine in copertina di Corina Ciocirlan, archivio stock
