Cari lettori,
Nella nostra presentazione del mese scorso vi abbiamo detto che avremmo provato a dare voci da DENTRO. A far raccontare come viene percepito il tempo, lo spazio, le relazioni da quel migliaio di persone che questo quartiere lo vive ogni giorno. Quanto leggerete è scritto da un ergastolano, ora semilibero. Un abitante di lungo corso di questo quartiere che ha scelto di riflettere sul meccanismo con cui funzionano le regole.
Le regole fanno parte della vita di tutti. Il loro rispetto è fondamentale per avere una società ordinata. Ma cosa accade quando a quelle regole si aggiungono regole non scritte, non previste o privazioni ulteriori?
Nota metodologica: chi è un ergastolano, chi è un semilibero
ERGASTOLANO – persona condannata con un fine pena “mai”. Nell’ordinamento italiano, a determinate quote di pena scontata, l’ergastolano può accedere a permessi premio e misure alternative alla detenzione.
Può nuovamente ottenere la libertà dopo aver scontato almeno 26 anni di pena, accedendo alla “liberazione condizionale”. Questa prevede il ritorno in libertà con la sottoposizione al regime di libertà vigilata per 5 anni. Durante questo regime solitamente è prevista la permanenza notturna al proprio domicilio, l’obbligo di presentazione alle forze dell’ordine in determinati giorni e orari, la permanenza obbligata in un certo territorio ed i continui contatti con gli assistenti sociali.
SEMILIBERO: detenuto che, ritenuto meritevole e dopo aver scontato una parte di pena stabilita dall’ordinamento a seconda del reato commesso e della pena residua, è ammesso ad uscire la mattina per recarsi a prestare attività lavorativa/di volontariato, ed obbligato a rientrare in carcere per la permanenza notturna
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“Ogni detenuto cade nella sua trappola, non esiste un equilibrio”
Quanti anni? Boh, chi li conta più. Tanti, comunque, da far diventare questo luogo una stabile dimora: mura domestiche all’interno delle quali la gestione dei rapporti risulta più aderente alle capacità relazionali rispetto al mondo protocollato da affrontare all’esterno.
A mio dire, un fattore negativo del processo evolutivo a cui non ho partecipato è dovuto alla mancata acquisizione dei comportamenti di circostanza, alle frasi da dire e a quelle da evitare. Del resto avevo 29 anni al mio ultimo ingresso. Oggi ne ho 60 e quando un assistente, oggi in pensione, mi dice: «Sei rimasto coerente dal primo giorno in cui ti ho conosciuto fino a oggi», questo mi porta a riflettere sui lunghi anni di privazione, in cui — nonostante la caratteristica del luogo di creare inutilità — non so come sia riuscito a valorizzare qualche piccolissima parte del vissuto, utile per comprendere e agire in questa società mutata. Anche se non escludo che esistano persone dotate di coerenza, lealtà e capacità di comprendere.

Qualche sera fa, rientrato in istituto dopo il lavoro (sono un semilibero), dialogo con un assistente graduato, anche lui con lunga esperienza in carcere. Parliamo del più e del meno, del passato — quando esisteva un limite da non oltrepassare tra custodi e custoditi, cioè una reciproca considerazione che dissuadeva gli uni e gli altri dal mostrare apertamente disprezzo — e lui si confida: «Comunque tu sei stato uno che, pur rispettando, non ha mai mollato».
Chi non si scoraggia e non si arrende a condizioni che, senza logica, pongono limiti alla quotidianità viene etichettato come uno che “rompe”.
«Sì, lo sono stato», rispondo. E aggiungo: «Se non fosse stato per il mio insistere, per lo spirito che mi ha spinto a chiedere spazi di approfondimento, reclamando condizioni che mi permettessero di ricavare dal vuoto un motivo per valorizzare le giornate, oggi non mi troverei nella condizione di frequentare la società esterna, dove nessuno vede in me il pericolo descritto da note, informative o atti giudiziari che delineano una figura diabolicamente crudele e disumana. Se non fossi stato caparbio, oggi non avrei incontrato realtà pronte a riporre fiducia nel mio impegno, nella serietà e nella coerenza delle mie scelte».
Parto da un presupposto scomodo per me — visto che chi mi legge potrebbe fraintendere —: bisogna essere coerenti con le proprie decisioni. Se si fanno delle scelte, bisogna essere pronti a subirne gli effetti. Nulla di nuovo, si direbbe. Tuttavia, dal mio punto di vista, oggi una parte consistente della popolazione detenuta fatica ad affrontare la detenzione proprio perché, al momento delle scelte, non si mettono davvero in conto le conseguenze.
«Il carcere è il luogo dove cessa di esistere la logica», mi disse un commissario, comandante. Che senso ha garantire un’iscrizione universitaria e poi scontrarsi con regolamenti che ne impediscono il percorso? Non puoi avere una stanza adeguata allo studio: sei costretto a compromessi con le esigenze altrui, con orari che — guarda caso — coincidono tutti nelle stesse fasce: circa cinque ore al giorno. Colloqui familiari e con gli avvocati, visite di docenti e tutor, docce, spazi all’aperto, controlli medici.
Studiare in carcere è un insieme di sacrifici e rinunce, anche perché la dissuasione, più che l’incentivo, esercita maggiore pressione. Così una lunga detenzione svuota non solo il significato delle giornate, ma anche la persona, spesso orientata verso attività diseducative, come certi format televisivi pensati per riempire il tempo di un lavoratore stanco.
Ogni detenuto cade nella propria trappola. Non esiste equilibrio: la cura del corpo esclude quella della mente; l’imitazione dei personaggi televisivi induce a credere che quella sia l’immagine dell’uomo nella società. È fisiologico aggrapparsi a ciò che funziona come valvola di sfogo; difficile trovare armonia. Così, quando anche le attività formative incontrano ostacoli, si segue la massa.
Ci sarebbe molto altro da dire, ma voglio concludere con un’immagine di me e del carcere, dei miei custodi.
Mi trovo in un tondino dove si addestrano i cavalli. Lui mi tiene legato con una lunga fune alla briglia, con morso e filetto per ottenere comandi precisi. Io galoppo in cerchio seguendo le indicazioni. Il mio addestratore non comprende che obbedisco perché quei comandi sono coerenti, e quindi si entusiasma, convinto di essere un professionista.
La corda è blanda. Poi, all’improvviso, lo strattono. Rimane incredulo: «Eppure segue le mie indicazioni, cosa è accaduto?», si chiede.
Mi ribello quando non trovo logica nel comando, quando le regole sono incoerenti. Sono in carcere, chiuso in una stanza, privato della libertà: a cosa serve eccedere nelle limitazioni senza che vi sia una reale esigenza di sicurezza pubblica? Allora è crudeltà, mi dico.
Mi imbizzarrisco, ma lui tira il morso esercitando una pressione più forte. Lo seguo, attendendo il momento successivo per strattonarlo ancora.
Lui viene sostituito ogni giorno da un altro. Io devo imparare a comprendere il nuovo. Ne ho conosciuti tanti, moltissimi.
Oggi raramente mi tocca correre nel tondino. Quando accade, sono provvisto di esperienza.
Nulla è cambiato.
