È il 25 Agosto, sono in mezzo alla Death Valley con 44 gradi e mi sono da poco lasciata alle spalle San Francisco. Qui in mezzo al niente sto ripensando proprio alla visita che ho fatto al carcere di Alcatraz.
Mi sono resa conto che in quel momento non ero una turista come tutti gli altri: mi sono approcciata alla visita in modo diverso, un po’ perché per me non era la prima volta che visitavo un carcere dall’interno, un po’ perché avevo la curiosità di vederne la struttura per paragonarlo ai nostri carceri italiani.
La cosa però che più mi ha colpito è tutta l’attenzione e la miriade di visitatori che il carcere di Alcatraz attira ogni giorno. È da dire: visitatori dotati di forte stomaco perché l’isola è abitata da gabbiani e da mosche, soprattutto da mosche; diciamo che l’odore in pieno agosto non è dei migliori ed è meglio andarci digiuni (cosa che io ovviamente non sapevo). Tornando all’argomento serio, mi sono stupita della curiosità delle persone nella visita di un luogo non usuale come una prigione.
Le persone ascoltavano con curiosità non solo le storie dei vari prigionieri che sono stati detenuti sull’isola, ma anche la loro routine, le attività a cui potevano e/o dovevano partecipare, la regolamentazione delle visite, il vestiario, l’arredamento della camera di pernottamento (o, per usare un gergo meno tecnico, della cella).
Mi sono chiesta allora perché in vacanza ci sia magicamente tutta questa attenzione sul tema carcere e perché questa attenzione sparisca una volta tornati alle proprie vite di tutti i giorni, dove il carcere della nostra città viene dimenticato, con tutti i suoi abitanti, siano essi detenuti o personale che ci lavora.
Questa rubrica, pertanto, avrà lo scopo di far conoscere un po’ di più la nostra Casa Circondariale ed il nostro sistema di esecuzione della pena. (In)carcere perché tenterò, sperando di riuscirci, di raccontarvi quel mondo che appare così lontano dall’interno, dal mio punto di vista da avvocato, sperando di trovare in voi quella curiosità che ho trovato tra i turisti a San Francisco per il carcere di Alcatraz. Sono Sara.
È il 14 agosto 2018. Serata torrida e solitaria. Gli amici di sempre al mare pronti a festeggiare il consueto Ferragosto. Una strana sensazione mi agita in una città praticamente deserta che ha ben poco da offrire e quasi ti costringe a riflettere su quello che dovrai fare l’indomani. Mi ero preso l’impegno con l’on. Roberto Giachetti, Bobo, di accompagnarlo in visita alla Casa Circondariale La Dogaia. Avevo acconsentito sull’onda di un entusiasmo motivato dai suoi racconti, giovanili e non, di radicale pannelliano e dai miei ventun anni.
Fino ad allora la Dogaia rappresentava uno strano e grigio complesso che incontravo con lo sguardo nelle distratte tratte tra Prato e Montemurlo percorrendo via Montalese. Non avevo considerato la portata emotiva che una visita in un istituto di pena avrebbe comportato rispetto alle attese, alla narrazione che ciascuno di noi subisce dall’influenza cinematografica, dal dibattito politico, dai racconti più o meno verosimili su cosa succeda all’interno di un carcere. Quella notte non chiusi praticamente occhio. Mi sdraiai sul divano, impostai una sveglia che non servì a niente e immaginai tutto. Tutto quello che sarebbe potuto capitare il giorno dopo. Un giorno dopo che arrivò tra ansia e paura, curiosità e timore.
Non parlerò della mia prima visita in carcere, perché altre decine negli anni successivi diventeranno un appuntamento quasi fisso e saranno motivi di battaglia politica, di discussioni accese, di soddisfazioni (poche) e di arrabbiature, frustrazioni e senso di impotenza. Quella notte prima, però, la ricordo sempre con molto affetto: fu la mia personale dimostrazione di quanto narrazione e realtà siano cose assai diverse.
Il carcere è un luogo chiuso, una trappola a volte mortale, una realtà istituita per dare un senso al concetto quasi etereo di Giustizia che spesso si perde in un sistema fondato sull’ingiustizia. Un’istituzione totale, inutile e necessaria allo stesso tempo, che sappiamo esistere, ma spesso non sappiamo dove si trova, chi lo abita, chi ci lavora o opera. È anche il luogo dove credo di avere incontrato le forme più genuine di umanità.
“Dentro” vuole essere un modo per far conoscere questo quartiere della città di Prato ascoltando le voci di chi lo vive quotidianamente o quasi. Far sentire gli odori, vedere gli spazi, conoscere le persone che vivono la realtà carceraria. Perché non esiste niente di più vitale che mettere in discussione le proprie convinzioni, come accadde a me quel 15 agosto di sette anni fa. Sono Lorenzo.
Illustrazione di Samuele Recchia
