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Zuppa di wanton

Guardò la ciotola fumante. Il cucchiaio di plastica decorata e le bacchette scure di fianco, allineate col tovagliolo. Se ne stava seduto su uno degli sgabelli di metallo, dietro la vetrata, lungo il bancone. Le vaporiere per i ravioli e le piastre incandescenti poco lontano. Tavola calda Mei-Zhu

Aveva dovuto aspettare un po’, ma alla fine era arrivata. Zuppa di wanton. Niente di meglio per combattere il raffreddore. C’era un sacco di gente nel locale. Doveva essere l’ora di punta, pensò tra sé e sé, poi tirò su col naso e si avvicinò la scodella.

Il brodo rifletteva i neon dell’insegna. Li vedeva cambiare colore, accendersi e spegnersi, lampeggiare a intermittenza. Così, fissi, in continuazione. Fuori, il temporale diluiva i contorni delle cose, offuscando il panorama, il vapore e la condensa facevano il resto. Forme indistinguibili oltre il vetro appannato.

Sentiva caldo, un gran caldo. Quell’atmosfera da sauna lo stava facendo sudare. Avrebbe voluto cambiarsi, ma non poteva. Lei sarebbe arrivata da lì a poco, quindi non c’erano alternative. Doveva restare là. In attesa. La maglietta umida sotto il k-way stropicciato.

Poi la vide entrare. Il cappotto lungo e le scarpe di pelle. Si abbassò il cappuccio della felpa e sbuffò. Aveva i capelli raccolti. 

“Non credo nell’uso dell’ombrello!” gli ripeteva sempre. Lui sorrise ripensandoci.  Quando pioveva, la vedeva camminare dritta, imperterrita, senza esitazioni. Niente che la smuovesse. Il cielo la bagnava e andava bene così. Alla fine però, si ritrovava completamente fradicia, le estremità gocciolanti e una gran pozza sotto ai piedi: ogni volta, ma lei sembrava non farci caso.

Canticchiava a bassa voce, le cuffie ancora nelle orecchie mentre cercava di asciugarsi. Poi tolse tutto, spense la musica e iniziò a guardarsi intorno. 

Lo cercava. Il mento alto e gli occhi piccoli, come fessure. Erano ancora verdi, nonostante tutto. Lui la vide e lei gli sorrise. Si fissarono per qualche istante, poi lei gli andò incontro.

“Non pensavo saresti venuto”

“In che senso scusa?”

“Beh… per come ci siamo salutati l’ultima volta non credevo volessi vedermi”

Poggiò la borsa accanto a lui. Montò sullo sgabello di fianco e, con le maniche della felpa, iniziò ad asciugarsi le guance umide. Lui continuava a guardarla in silenzio. 

Era arrivata da meno di un minuto e già si sentiva stravolto. Una folata di vento dritta in faccia. Era senza fiato, senza parole. Strizzò gli occhi e scosse la testa.

“Che ti sei preso? La solita zuppa?”

“Già, col raffreddore lo sai, è un toccasana”

“Se lo dici tu”

Tirò fuori il pacchetto di sigarette e fece per offrirglielo. Lui rifiutò, lei allora alzò le spalle e ne prese una. 

“Quindi? Continui a scoparti quella lì?”

Si sentì ferito. Guardò le scarpe di lei, poi le mani e infine le dita con tutti i loro anelli. Brillavano.

“Non è andata alla fine… credo di aver sbagliato. È una settimana che ti penso”

“E perché non me lo hai detto?”

Lo fissava con i suoi grandi occhi grigi, tondi e vividi. Aveva i riccioli bagnati, se li portò dietro l’orecchio, come sempre, la sigaretta spenta nella mano destra. Poi fece un sospiro e si mise a guardare fuori, oltre il vetro.

“Mi dici come facciamo se neanche mi parli?”

Stava per continuare, quando lui la interruppe.

“Va bene, va bene, hai ragione! Dovevamo stare insieme e non lasciarci più!”

Si fece cupa in viso. Adesso non aveva più quell’aria fiera e disinvolta. Oscillava piano la testa. Gli occhi lucidi, le labbra chiuse e sottili.

Avevano fatto l’amore dieci giorni prima, di nuovo. Si erano promessi di non toccarsi mai più, di non vedersi, di vivere due esistenze separate, ma non ci erano riusciti. Non sapevano perché, non sapevano come, si erano ritrovati abbracciati nel letto, nudi, nel silenzio dei loro respiri, fuori la luna e il rumore del traffico. Lui le aveva proposto una fuga. Lasciare il letto, la camera, la città e alla fine il paese. Lei aveva riso nonostante tutto, poi era andata via, lasciandolo solo, fuori l’alba e i primi uccelli del mattino.

Cercò di calmarsi. Respirò a fondo e riprese.

“Non so cosa fare… vorrei che le cose fossero diverse. Non lo so, davvero”

“Andiamocene via allora”

“E Dove?”

Non capiva le sue parole. Si sentiva frastornato. Lei sapeva sempre cosa fare, era pronta a tutto. Non aveva paura, si tirava su le maniche e lo portava con sé. Lui si fidava ciecamente. Lasciava perdere tutto e si faceva trasportare.

“Zuppa di wanton?”

“In che senso scusa?”
“Andiamo in Cina!”

Si alzò, afferrò la borsa e lo prese per mano. Uscirono. 

Camminarono sotto la pioggia per un’ora. C’erano pozzanghere ovunque, mentre, tutt’attorno, le grondaie piangevano cascate d’acqua. Passarono il karaoke, poi la ravioleria e il negozio di pollo fritto. Lei era sempre un po’ più avanti. Non si voltava mai, continuava a muoversi. Sembrava seguire un tracciato misterioso, imprevedibile. Lui non poteva fare niente, continuava a seguirla. Erano insieme, mano nella mano, e questo gli bastava.
Rumore di gente, grida e schiamazzi. Entrarono nel mercato coperto. Il puzzo di pesce gli riempì le narici. Non si fermarono. Passarono sotto la fila di lanterne rosse e proseguirono. Il venditore di baozi fumava. Costeggiarono il muro pieno di scritte e numeri di telefono, poi tornarono in strada. Adesso erano davanti alla friggitoria, poco distante il supermarket e la sala slot. All’angolo, tavola calda Mei-Zhu. Potevano vederne l’insegna luminosa. 

Continuava a piovere. Il cielo non accennava a migliorare. Nuvole gonfie coprivano ogni spiraglio di luce. Lei si fermò un attimo. Annusò l’aria e si sciolse i capelli. Poi si girò.

“Hai visto? Siamo di nuovo qua… la Cina è vicina!”

Lui si avvicinò, la prese per i fianchi e la strinse a sé. Si baciarono. 

“Domani avrò la febbre, sicuro… non ho neanche finito la zuppa!”

Poi se ne andarono, insieme. Lei canticchiando sotto la pioggia, lui guardandola, piano, di nascosto.

Cosimo Mazzoni

Classe 1994, nato a Fiesole, legge e beve molti americani. Scrivere costa meno che fuggire, per questo è ancora qui tra noi.