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Adrenalina

bicicletta

I lampioni colorano la nebbia, un’altra domenica sta giungendo ai titoli di coda. I terratetti della via recitano il solito copione di persiane chiuse e luci spente. Seduto sul pavimento del terrazzo, cuffie attive e il sibilo della cartina che brucia lenta seguendo il ritmo dettato dal vento. 

La testa va alla mattina successiva: tutto pianificato al minuto, al secondo, nessun margine d’errore. 

Sveglia alle 6.15. 

Preparazione pranzo. 

Doccia. Caffè. Colazione. 

Bicicletta. 

Treno alle 7.32. 

Bologna. Università. 

Entusiasmo al pensiero del controllo di ogni attimo delle ore a venire. Nelle cuffie sopraggiunge il silenzio, insieme al sedativo dentro la cartina, perfettamente sincronizzati: l’adrenalina prende il sopravvento. 

Ci sei? 

Gli occhi si aprono di soprassalto, l’orario sul cellulare non lascia scampo: 6.52. Cazzo. 

Il controllo si frantuma contro il sonno e il ritardo. Corsa verso la doccia. Lavarsi dagli occhi il sonno e la canna della sera prima. Nessun pranzo preparato, nessun caffè e nessuna colazione. Aprire il portone di casa e liberare la bicicletta dal lucchetto. 7.10.
Cuffie al massimo come sostanza dopante e il vecchio sellino che invoglia ad accelerare ad ogni pedalata. Il sole sembra avere la meglio sulle nuvole, ancora timido accoglie le macchine nelle strade: genitori che portano i figli verso le scuole prima di andare a lavoro, gli autobus ancora non gremiti e sudanti di persone per almeno un’altra corsa. 

Il vento insidia i capelli e fa scendere qualche lacrima lungo le guance. Il respiro percorre la strada verso l’iperventilazione. Mi maledico per essermi lasciato intimidire dal primo freddo autunnale ed aver ceduto alla moltiplicazione dei vestiti indossati: sto sudando, sento ogni goccia percorrere i viali della mia schiena. Il rallentare di una macchina mi consente di ignorare un semaforo rosso e racimolare altri secondi preziosi. 

L’obiettivo è chiaro: fare il tragitto da 16 minuti in 11 minuti, avere il tempo d’un caffè e una sigaretta prima di salire sul treno e sonnecchiare per quei 52 minuti che mi separano dalla lezione di sociologia della cultura che mi aspetta.   

Un’altra spinta sui pedali ed attraverso piazza Mercatale, viro e vado oltre il Bisenzio, placido sotto il ponte. 

Sorrido per un attimo. Penso a tutte le volte che ho fatto quella strada, ad ogni ora. Dopo un turno infinito al Gradisca in quelle ore dove uno non sa bene se il giorno stia finendo o cominciando. 

Al liceo quando la piazza è solo una fila di macchine titubanti e impazienti di arrivare ovunque debbano andare con la speranza che il clacson possa liberare ogni strada. 

L’estate in cui ho trovato l’amore proprio in quella piazza, da allora mi intrufolo per quelle lunghe scale fino al quarto piano per dormirle un po’ addosso e rendere disciplina olimpica il rimandare le sveglie.

Un’altra accelerazione sui pedali mi rende impossibile formulare un qualsiasi pensiero di senso compiuto, solo ascoltare Dario Brunori al massimo volume nelle cuffie e finalmente riconoscere davanti a sé la piazza della Stazione.

Devo solo arrivare agli esami di maturità

Prendermi ‘sto diploma e poi dopo si vedrà

Non mi piace la scuola, non mi piace studiare

Voglio solo suonare, voglio bere e fumare


Sono passate meno di 3 canzoni, l’obiettivo degli 11 minuti dovrebbe essere raggiunto. 

Il sudore mi ha pervaso in ogni parte: ascelle, schiena, polsini della camicia. La doccia di mezz’ora prima è ormai un lontanissimo ricordo. 

Parcheggio il bolide a un palo, due lucchetti che valgono, e pesano, sicuramente più della bicicletta stessa. Il respiro affannoso si rilassa guardando l’orario: 

7.21. 

Con aria compiaciuta mi do una pacca sulla spalla destra. Ancora ben dodici minuti per la manutenzione dei miei vizi.

Finalmente mi guardo intorno, le pensiline degli autobus sembrano immerse in una nebbia di sonno. Perfino la fontana in mezzo alla piazza pare cauta nel rompere questa quiete prima del dovuto.  Studenti in attesa, silenti e con gli occhi ancora carichi di un sonno interrotto ben prima di quanto voluto. Chi invece ha passato lì la notte e consuma una sigaretta, circondato da sacchetti contenenti tutto ciò che rimane loro insieme a barbe ispide e dei cenni di assenso con i propri coinquilini notturni. Le macchine nel cantiere -ancora con le teste basse, solitarie e senza guida- occupano quello che era fino a qualche tempo fa il parcheggio. 

C’è chi sembra voler rompere questa quiete con battute di discutibile gusto e sguardi verso le studentesse che farebbero rabbrividire molti, a prescindere da orari e luoghi. 

Ancora sudato e sudante mi incammino lentamente verso l’ingresso della stazione, anzi, verso il bar, ad essere precisi. Supero due poliziotti insieme alla porta a vetri, spero con tutto me stesso che non abbiano intenzione di mandare in frantumi quel poco di ritualità rimasta composta da caffeina e una sigaretta masticata al binario. Mi tolgo le cuffie, provo la giocata d’anticipo: 

-Buongiorno. 

I due in divisa mi guardano passare, forse confusi, forse totalmente parte del paesaggio: due alberi in un bosco. 

Sigaretta girata e appoggiata dietro l’orecchio destro, finalmente entro nel bar. 

Odori e rumori conosciuti: tintinnii di piattini, tazzine ad asciugare sopra la Cimbali scintillante, la macinatura del caffè che prosegue a scatti la sua lotta contro il non alzare la voce per una qualsiasi richiesta. Una musica a cui nessuno fa realmente caso aiuta a riempire i pochi momenti di silenzio. Qualche secondo di attesa alla cassa, la barista cerca di invogliare alla spesa massima: “Un salato?” e poi “Un pezzo dolce?” o magari una spremuta, un succo, un’acqua a soli 3 euro. Il tono della voce non varia, non lascia intuire lo spirito imprenditoriale ma forse una costrizione aziendale, incoronata da ogni capo d’abbigliamento ornato da un logo decisamente troppo grande per il torace di ogni dipendente.

-Buondì, un caffè normale e un bicchiere d’acqua naturale, per favore.

-Un muffin alla nutella?
-No, grazie.
-Un euro e novanta, per favore.

Nessuna pausa, nessun tentennamento, nessuna sorpresa al mio declinare l’offerta. Forse per il mio odio per la nutella in ogni pezzo dolce, forse per i 12 euro presenti sul mio conto, decisamente per i 12 euro sul conto. 

Bevo il caffè accanto a un paio di autisti di autobus, molto più reattivi, molto meno sudati. La maglietta sotto la mia camicia pare essere diventata parte integrante della mia schiena.

Un gruppo di sei persone entra nel bar con un tono di voce che pare rompere ogni equilibrio, un tono di voce da ora di pranzo, sicuramente non da 7.25. 

Fuga dal bar, dagli uomini rumorosi, ritorno alle cuffie. 

Il binario è sempre il solito da anni. Un rapido sguardo al monitor per verificare eventuali ritardi, giusto per scrupolo. 

Leggo le solite destinazioni: 

Firenze SMN, Viareggio, Montevarchi, Pistoia, Firenze Campo di Marte. Sorpresa per la densità dei treni nei successivi sette minuti precedenti al mio treno regionale. 

In qualche secondo mi accorgo dell’assenza di Bologna fra le destinazioni. 

Qualche altro istante e mi sposto nell’atrio della stazione al tabellone più grande. 

Ecco finalmente Bologna, respira. 

Partenza alle 8.05, impreca.
Non è un treno ma un autobus, bestemmia. 

Dimartino puntuale nelle cuffie:

Io odio immensamente le ferrovie dello stato

Perché è lì che ci diciamo addio quattro volte al mese

E le tue scarpe rosse da sedicenne alcolizzato

Che inciampano nelle valigie e nei biglietti troppo cari.

 
Penso di dire addio a Bologna quattro volte al mese, anzi, quattro volte in una giornata cominciata da appena mezz’ora.

L’adrenalina della bicicletta e del caffè lascia posto alla rabbia e al ricordarsi del sonno da recuperare. 

Esco dalla stazione. Finalmente accendo la sigaretta. 

Sito di Trenitalia. La circolazione dei treni è interrotta fino alla fine del semestre.
Penso a un anno fa, quando avevano detto basta autobus, la linea è ripristinata, finalmente.

Penso che forse fare cappuccini e gin tonic per una vita alla fine non è una prospettiva così amara.

Penso all’amato Ministro dei Trasporti e gli rivolgo pensieri mancanti di affetto e carichi di minacce assortite. La prima volta in cui non ho controllato gli orari dei mezzi la sera prima, ormai sicuro della mia routine.

Siedo su una panchina e interrompo nuovamente il rapporto con le cuffie. Fumo la sigaretta in silenzio e chiudendo gli occhi di tanto in tanto. 

Apro gli occhi, invitato dalla fontanella che si apre per far lavare due magliette al signore visto qualche minuto prima consumare sigarette seduto su uno scalino della stazione, poggiato su dei cartoni. Ha lasciato il compagno di prima chissà dove ed adesso ci sono solo lui e il suo sacco di Ikea.

Allora mi siedo qui, su questa panchina dalla parte sbagliata della vista

Allora mi siedo qui, su questa panchina dalla parte sbagliata della vita.


La panchina dà le spalle all’autobus che dovrei prendere per arrivare a metà dell’unica lezione che vorrei seguire. 

Mi accorgo di aver rubato -probabilmente- una panchina affezionata ai signori che siedono su quella di fianco a me, e mi guardano con sguardo interrogativo. Sono in quattro, gomito a gomito. 

Pilade, Rimediotti, Aldo e Ampelio del BarLume di Malvaldi, un’associazione banale e precisa. Parlano di una Prato di cui io non posso avere alcun ricordo. 

Una Prato fatta di botteghe e di cognomi con l’articolo davanti, con uno dei quattro che, gravemente, ricorda che ormai siam rimasti solo noi, a questi gl’è rimasto solo i’cognome sulla lapide

Sorrido a queste affermazioni e giro la testa. Vedo l’autobus per Bologna girare intorno alla piazza e imboccare via Firenze. 

Sospiro.
Mi alzo. 

Libero la bicicletta dai lucchetti, 8.07. 

Il mio sedere si riunisce a fatica col sellino e comincio a pedalare, piano. 

Sorpasso la tentazione di tornare a letto e imbocco la strada verso la biblioteca, verso una giornata fatta di caffè e di occhi che vorrebbero tornare al sonno. Domani solito copione ma tutto con mezz’ora di anticipo. 

Quasi un’ora di attesa prima di poter effettivamente entrare nelle mura silenti della Lazzerini, e mi stupisco della mia forza di volontà nel rimanere su un’altra panchina.
Magari questa è dalla parte giusta. 


Sandro Battaglia

Nasce il 26/01/2001 a Firenze.

Condivide l’infanzia con Alan Ford e Vasco Brondi, l’adolescenza con Carofiglio e Nanni Moretti. Esperto di commedie romantiche e di barismo pratese. Studia Scienze Politiche per confermare che i fascisti non hanno mai ragione.